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Scenari Mondo
22 dicembre 2015 - Esteri - Libia - Panorama
La Santa Barbara della Jihad

Il 7 dicembre il Pentagono ha confermato l’uccisione mirata di Abu Nabil al Anbari inviato in Libia dal Califfo, Abu Bakr Al Baghdadi, per rafforzare la nuova «wilayat», provincia dello Stato islamico. Il suo vero nome era Wisam al Zubaidi, ex funzionario della polizia irachena, incenerito da un caccia bombardiere Usa il 13 novembre. 

L’intervento militare dell’Occidente in Libia, diventata una santa barbara jihadista, è già cominciato con operazioni segrete. La Francia ha iniziato i voli di ricognizione, l’Inghilterra si è detta disponibile e pure i russi sono pronti a dare manforte, ma spetta all’Italia la parte del leone, dopo l’annuncio a Roma, il 13 dicembre, dell’accordo sul nuovo governo libico di unità nazionale. «La pianificazione operativa per diversi scenari è pronta. La brigata Folgore e i corpi speciali attendono solo l’ordine di intervenire» conferma una fonte militare a Panorama

Il dispiegamento militare più massiccio prevede l’impiego di 5 mila soldati italiani per garantire la sicurezza di scali aerei, porti, infrastrutture energetiche. E la sicurezza del nuovo governo, che dovrebbe insediarsi fra 40 giorni se i rappresentanti dei parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk (che controllano solo una parte del Paese e non sono stati in grado di fermare il caos) rispetteranno l’impegno di firmare l’accordo il 16 dicembre in Marocco. Altri scenari prevedono un attacco al nascente Califfato libico. A Sirte, roccaforte dello Stato islamico sulla costa, sono state pianificate incursioni anfibie su obiettivi mirati, come hanno già fatto gli egiziani a Derna. La Marina è schierata davanti alle coste libiche con a bordo unità del Reggimento San Marco, che possono intervenire in caso di minaccia alle piattaforme offshore o per salvare i nostri tecnici negli impianti energetici ancora funzionanti come Mellita.Assieme agli alleati è già stata individuata una lista di bersagli da colpire con l’aviazione: centri di comando e controllo, arsenali, caserme e campi di addestramento. 

Un’opzione parallela è «scegliere l’alleato locale migliore contro lo Stato islamico, come i curdi in Iraq» spiegano i militari. La brigata 166, della città stato di Misurata, è una delle milizie libiche più forti e vicine a Sirte, che già combatte contro le bandiere nere, ma ha bisogno di armi e munizioni. I corpi speciali italiani dovrebbero equipaggiarla e garantire l’appoggio aereo nella «liberazione» di Sirte. Tutti piani che devono passare per il voto del Parlamento e ottenere il cappello dell’Onu, ma non possono più venir rinviati se il governo di unità nazionale vedrà veramente la luce a Tripoli. 

Nella partita libica l’Italia può contare su un’altra pedina: il generale degli alpini Paolo Serra, nominato il 17 novembre dall’Onu consigliere per la sicurezza del tedesco Martin Kobler, negoziatore delle Nazioni Unite fra Tripoli, Tobruk e le altre fazioni. Veterano delle missioni all’estero, comprese le più dure come l’Afghanistan, è in stretto contatto con il Capo di stato maggiore delle forze armate, generale Claudio Graziano, pure lui alpino e a lungo comandante della missione Onu in Libano. 

Nella santa barbara jihadista della Libia preoccupano anche le formazioni legate ad Al Qaeda e ai Partigiani di Allah (Ansar al Sharia), ma la vera minaccia è l’espansione dello Stato islamico. L’11 dicembre un convoglio di 30 fuoristrada con uomini armati fino ai denti, che sventolavano le bandiere nere, è entrato per la prima volta a Sabratha. Una dimostrazione di forza nella città dalle antiche vestigia romane, che si trova a metà strada fra Tripoli e la Tunisia. Sabratha è un punto di partenza dei barconi diretti in Italia. I miliziani che controllano il territorio riscuotono un pizzo del 10 per cento su ogni viaggio verso le nostre coste. Anche da Sirte, il 16 novembre, sarebbe partito il primo 

carico di una cinquantina di migranti autorizzato dall’Isis per finanziare la guerra santa. Un rapporto del centro di Iniziativa globale contro il crimine organizzato di Ginevra sostiene che i terroristi puntano a ritagliarsi una fetta della torta «di 323 milioni di dollari l’anno del traffico di esseri umani» dalla Libia.

Lo Stato islamico considera strategico l’ex regno di Gheddafi. «La Libia ha una grande importanza per la sua posizione a sud dell’Europa e con risorse energetiche che non possono prosciugarsi» dichiarava a settembre Abu al-Mughirah Al Qahtani, l’emiro delegato dal Califfo per governare a Sirte. Non a caso i seguaci della bandiere nere stanno puntando sui terminal petroliferi nella Cirenaica di Sidra e Ras Lanuf.

Per ora i combattenti del Califfo in Libia sono solo 3 mila, secondo un rapporto dell’Onu di novembre. Il nocciolo duro è composto da 800 veterani libici della brigata al Battar rientrati dalla Siria, ma non mancano tunisini, nigeriani, sudanesi e probabilmente qualche volontario europeo della guerra santa. Abu Bakr al Baghdadi ha inviato in Libia i suoi uomini migliori, come Turki Mubarak Al Binali, originario del Bahrein, e il saudita Abu Habib Al Jazrawi.

L’Onu conferma che le bandiere nere non sventolano solo a Sirte, la «capitale» sul mar Mediterrano del Califfato libico. Attorno a Derna, in Cirenaica, lo Stato islamico combatte contro i rivali legati ad al Qaeda, che controllano la città. Fra Sirte e Bengasi, la seconda città del paese, controlla Ajdabiya e si sta espandendo lungo la costa. Cellule del Califfo sono annidate a Tripoli e Misurata. Il rapporto Onu rivela che i rinforzi jihadisti in arrivo dall’Africa subsahariana «usano la rete nelle Libia meridionale gestita da Abou Talha al-Libi veterano Isis del conflitto in Siria». 

L’ultima trovata propagandistica del Califfato mostra carri armati con le bandiere nere nel deserto libico, che avanzano fino a Roma, sullo sfondo San Pietro e il Colosseo. La minaccia a 400 chilometri dall’Italia è stato definita da Harlem Désir, ministro francese per gli Affari europei, «un’assoluta emergenza. Ogni giorno che passa lo Stato islamico tenta di trasformare la Libia in una base del terrore». Dal primo dicembre droni francesi hanno cominciato a sorvolare le postazioni delle bandiere nere a Sirte in ricognizione. Fonti del governo inglese hanno fatto trapelare sulla stampa che «abbiamo un nemico da combattere e schiacciare in Siria, in Iraq e presto pure in Libia». 

Il governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, ma deluso dall’Occidente, ha chiesto aiuto a Mosca. «Vogliamo che la Russia intervenga contro l’Isis in Libia» ha dichiarato il premier Abdullah al Thani. «Il governo libico è pronto a coordinare tutti i passaggi utili ai massimi livelli». Il 9 dicembre, alla vigilia dell’arrivo a Roma, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov sosteneva di capire bene «quanto importante sia per l’Italia il problema della Libia, per motivi geografici e storici. Noi siamo pronti a prestare il nostro aiuto». E aveva aggiunto: «Lo ha detto anche Putin a Renzi», ma il presidente del Consiglio continua a tentennare sulla minaccia delle bandiere nere alle porte di casa nostra. 

 

BOX

L'UE SALVA VITE, MA NON CATTURA I TRAFFICANTI

 

La missione a guida italiana contro il traffico di uomini dalla Libia lanciata pomposamente lo scorso giugno dall’Unione europea si conferma una brutta copia di Mare Nostrum. L’operazione Sophia, come 

è stata ribattezzata dall’alta rappresentante Ue Federica Mogherini, più che contrastare il mercato dei migranti li ha soccorsi e portati in Italia, come si faceva prima. Le sei navi 

e altrettanti velivoli (guidati 

dal quartier generale romano dall’ammiraglio Enrico Credendino e in mare dalla portaerei Garibaldi) hanno recuperato, fino a oggi, 6.800 profughi e clandestini partiti dalle coste libiche, gli ultimi 374 il 7 dicembre. La missione Eunavfor Med ha consegnato alla polizia italiana solo 43 sospetti scafisti e reso inservibili 46 barconi. 

L’operazione Mare Nostrum fino al novembre 2014 faceva la stessa cosa, portando in Italia migliaia di migranti e bloccando in un anno 366 scafisti. Il problema è che solo con un nuovo governo di unità nazionale in Libia l’operazione Sophia potrà passare al suo vero obiettivo sulle coste. Ovvero «la distruzione di barconi e navi madre prima dell’uso e la cattura dei trafficanti in Libia» (non degli scafisti). Nonostante la missione europea e quella italiana Mare sicuro, con 5 unità navali e mille uomini, l’afflusso dalla Siria e dall’Iraq dei veterani dell’Isis in Libia continua. Parte della manovalanza rientra probabilmente in aereo dalla Turchia a Tripoli o Misurata, ma la via più breve e percorribile per gli emiri e i combattenti noti è quella via mare attraverso il Mediterraneo. Nessuno li ha mai intercettati. 

 


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08 marzo 2011 | Panorama | intervento
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