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16 marzo 2016 - Notizie - Libia - Grazia
Le sabbie mobili della Libia

Muammar Gheddafi aveva previsto tutto, prima di venir linciato dai ribelli cinque anni fa. Sotto la famosa tenda da beduino dentro la sua roccaforte di Bab al Azizya, nel centro di Tripoli, sono stato l’ultimo giornalista italiano a intervistare il leader libico nel pieno

della rivolta armata. Alla vigilia dei bombardamenti della Nato, che hanno fatto crollare il suo regime, il colonnello aveva la sfera di cristallo. «Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prenderanno il controllo queste bande legate al capo dei terroristi, Osama Bin Laden, gli africani si muoveranno in massa verso l’Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos», sentenziava Gheddafi.

Le bandiere nere dell’Isis ancora non esistevano, ma la sua profezia sul caos libico, la guerra santa alle porte di casa nostra e l’ondata dei barconi verso Lampedusa sono realtà. La conferma arriva dal Rapporto annuale dei servizi segreti consegnato da poco al nostro Parlamento. Un bollettino di guerra che considera l’Italia «sempre più esposta» ad attentati di matrice islamica. Il nostro Paese è un «obiettivo potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religioso, anche in relazione alla congiuntura  del Giubileo». Non solo: siamo «terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujaheddin, che vivono nel mito del ritorno al Califfato e che potrebbero decidere di agire entro i nostri confini». Il comando di compiere attacchi e attentati potrebbe arrivare dalla Siria, ma pure dalla Libia, nuovo territorio di conquista del Califfo, che dispone di migliaia di miliziani.

E il 2 marzo sono stati due poveri tecnici italiani presi in ostaggio lo scorso luglio, Salvatore Failla e Fausto Piano, a farne le spese. I loro carcerieri tunisini erano in fuga nel deserto con un paio di fuoristrada, quando sono stati intercettati dalla brigata “Febbraio al Ajilat-2” di Sabrata, una città costiera libica. Nessun alt: prima hanno sparato e poi controllato i cadaveri scambiando i nostri connazionali per “jihadisti italiani”, come hanno scritto su Facebook. I miliziani hanno scattato le foto dei corpi degli ostaggi, che per pudore nessun giornale ha pubblicato. Gli altri due italiani rapiti, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno (vedi pagina 51), più fortunati, si sono liberati da soli poche ore dopo, probabilmente grazie al pagamento di un riscatto di milioni di euro, tornando a casa sulle proprie gambe.

In questa palude di sabbia e sangue, prima o dopo l’Italia dovrà intervenire al fianco degli alleati per fermare la minaccia della bandiere nere e provare a stabilizzare la Libia. I piani militari puntano a un impiego da 3 a 5 mila uomini, ma solo dopo che sarà stata presentata la richiesta all’Onu da parte di un governo libico di unità nazionale, che stenta a decollare e rischia di nascere già morto. La Libia oggi è divisa tra due esecutivi a Tripoli e Tobruk, che si fronteggiano in armi, città stato come Misurata e, soprattutto, la costola libica del Califfato con Sirte “capitale”, la città natale di Gheddafi.

Una trappola mortale per i nostri soldati, che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è restio a far partire, nonostante le pressioni e le fughe in avanti degli alleati, soprattutto americani e francesi. Il nocciolo duro dei tagliagole dello Stato islamico in Libia è di 6.000 uomini, alimentato da volontari della guerra santa giunti da Mali, Nigeria, Algeria, Tunisia, Sudan o rientrati dopo anni di guerra in Iraq e Siria. Gente spietata che sgozza i cristiani sulla costa per far scorrere il sangue nel Mediterraneo fino a Roma. Oppure crocifigge gli infedeli e presunti nemici esponendo i loro corpi martoriati agli incroci di Sirte. Le bandiere nere si stanno espandendo a est, verso i pozzi petroliferi. Le guida Abu al-Mughirah Al Qahtani: l’emiro ha dichiarato di puntare al “sud dell’Europa” e all’Italia sulla rivista online dello Stato islamico, quella stessa pubblicazione che nel 2014 ha diffuso un fotomontaggio dell’obelisco di piazza San Pietro a Roma con sopra il vessillo nero degli islamisti.

Porti come Sabrata, a ovest della capitale Tripoli, sono i principali punti di partenza dei barconi zeppi di profughi diretti in Italia. Le milizie jihadiste riscuotono una tangente del 10 per cento dai trafficanti di uomini, che sono altrettanto brutali. L’intelligence italiana lancia l’allarme sulle organizzazioni terroristiche «che possono inquinare i canali dell’immigrazione e sottoporre alla radicalizzazione elementi poi destinati ad emigrare nei Paesi europei».

Su un territorio controllato a macchia di leopardo dalle milizie, il rischio di attentati come quelli di Nassiryah, che nel Sud dell’Iraq sono costati all’Italia 25 morti, sarà all’ordine del giorno, in caso di intervento dei nostri soldati. Kamikaze, macchine minate e rischi di rapimenti di militari o giornalisti vanno messi nel conto. Oltre a possibili battaglie con le bandiere nere o diversi gruppi

armati jihadisti.  

In realtà l’intervento è già iniziato con i corpi speciali americani e inglesi avvistati di recente anche all’aeroporto militare Mitiga di Tripoli. Rambo francesi sono al fianco del generale Khalifa Haftar, che sta scalzando le ultime unità islamiste da Bengasi, seconda città del Paese. Per ora l’Italia ha schierato solo i nuclei paramilitari dei servizi segreti, che hanno riportato in Italia da Sabrata i due ostaggi italiani sopravissuti. Nel Mediterraneo cinque navi militari con mille uomini sono mobilitate nell’operazione Mare sicuro contro il terrorismo. E in caso di emergenza gli incursori della Marina e unità del reggimento San Marco sono pronti ad intervenire in Libia per evacuare i pochi italiani rimasti, soprattuto in impianti petroliferi. I droni sorvolano la Libia in missioni di ricognizione e anche dal mare un sommergibile si muove lungo le coste per tenere sotto controllo l’Isis.


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Diario dalla Libia in fiamme
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