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Scenari mondo
10 maggio 2018 - Esteri - Medio Oriente - Panorama
La rottura con l’Iran infiammerà la regione?

Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, il mese di maggio in Medio Oriente sarà esplosivo. La rottura del patto e il ripristino delle sanzioni contro l’Iran rischiano di essere la scintilla che fa riesplodere l’intera regione. E non solo a causa della miccia rappresentata dallo scontro strategico fra Israele e Iran, che si avvicina sempre più a una guerra. A far deflagrare ancor più le ostilità ci sono anche i 70 anni della fondazione dello Stato d’Israele e dell’esodo dei palestinesi, oltre alle elezioni in Libano e Iraq. Non bastasse, fra il 12 e il 15 maggio Washington spariglierà le carte spostando l’ambasciata a Gerusalemme. Il tutto mentre palestinesi e israeliani si sfideranno a ridosso di Gaza in ricordo della guerra del 1948. 

E poi, ancora, il conflitto rischia di coinvolgere il vicino Libano (dove ci sono oltre 1000 caschi blu italiani) con i miliziani sciiti Hezbollah e «alleati» impensabili dello Stato ebraico come i sauditi. La guerra fra Israele e Iran potrebbe scoppiare nella devastata Siria, ma il pericolo è che si allarghi a tutto il Medio Oriente. Ed è certo che Usa e Russia, su fronti contrapposti, non staranno a guardare. 

IRAN

Prima dell’annuncio della Casa Bianca, il presidente iraniano, il moderato Hassan Rouhani, aveva già detto che  se Trump avesse rotto il patto, gli Stati Uniti se ne sarebbero pentiti «come non mai». Le Nazioni Unite, ma soprattutto l’Unione europea, la Russia  e la Cina (sponsor dell’accordo  sul nucleare),  sono nettamente contrari a qualsiasi rottura e sostengono che l’Iran sta rispettando i patti. Ma Washington ha tirato dritto e riapplicherà 

le sanzioni a Teheran. Dietro questa mossa di Trump c’è Israele, che avrebbe mano libera, anche militare, nel colpire il programma nucleare iraniano. 

ISRAELE 

Le sanguinose proteste dei palestinesi lungo la linea di demarcazione fra la striscia di Gaza e Israele avranno il loro apice il 15 maggio. La data coincide con il settantesimo anniversario della Nakba, l’esodo forzato dalla Palestina dove era appena sorto lo Stato ebraico.  Il movimento fondamentalista Hamas sta preparando un’azione clamorosa ai confini di Gaza. Finora sono morti negli scontri una quarantina di palestinesi. 

Il 14 maggio, in occasione dell’anniversario della nascita di Israele, l’ambasciata americana verrà trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme. Una mossa annunciata dal presidente Donald Trump e duramente osteggiata dai palestinesi e dal mondo arabo. 

SIRIA 

Le scadenze di maggio si rifletteranno sul conflitto in Siria. Per Israele è il fronte più caldo e ravvicinato dello scontro mortale con l’Iran e i suoi giannizzeri libanesi Hezbollah. Per la prima volta, 

lo scorso aprile lo Stato ebraico ha colpito direttamente basi iraniane in Siria eliminando personale dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione. Iraniani e Hezbollah si sono pericolosamente avvicinati alle alture del Golan occupate da Israele. Non a caso Tsahal, l’esercito israeliano, ha lanciato l’operazione «Buon vicinato» allestendo addirittura un ospedale da campo nel Golan, che accoglie i feriti dei ribelli siriani di Daraa, un fronte «cuscinetto» che si trova davanti alle alture contese. 

IRAQ 

Il 12 maggio si apriranno le urne in Iraq. La dominante maggioranza sciita è frammentata in cinque blocchi. Il primo ministro uscente, Haider al-Abadi, forte della vittoria sul Califfato, è il più moderato ed è considerato da Washington il meno peggio. 

Il suo rivale è l’ex premier Nouri al-Maliki, ma l’incognita è rappresentata dai partiti armati sciiti come le Forze di mobilitazione popolare e il movimento di Muqtada al Sadr. Contigui all’Iran, inviano volontari in Siria per combattere i ribelli anti-Assad. Per il Paese, Teheran punta a un governo fortemente filo-iraniano, che imponga il ritiro di tutte le truppe americane dall’Iraq. 

LIBANO 

Alle elezioni in Libano del 6 maggio solo il 49 per cento dei libanesi, delusi dal politica, ha votato. Il blocco sciita guidato da Hezbollah ha ottenuto la maggioranza dei seggi, con l’alleato cristiano Michel Aoun. Una pessima notizia per Israele, Stati Uniti e Arabia saudita, che considerano il partito armato di Allah una organizzazione terroristica. Il sunnita Saad Hariri ha perso terreno, ma potrebbe continuare a fare il premier, sempre più «accerchiato» dagli sciiti. Le Forze libanesi, il partito cristiano anti Hezbollah, ha ottenuto un ottimo risultato, ma la vittoria sciita aumenta la tensione in Medio Oriente. 

ARABIA SAUDITA 

Da tempo la monarchia saudita tifava per la rottura dell’accordo sul nucleare iraniano. In questo scenario, Teheran potrebbe riesumare il programma atomico bellico. Il giovane erede al trono saudita, Mohammed Bin Salman, ha già chiesto agli americani il via libera e la tecnologia per dotarsi di armi nucleari. Non solo: contatti segreti con Israele non escludono un appoggio militare di Riad a un eventuale attacco dello Stato ebraico agli impianti nucleari iraniani. 


radio

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