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Fatti
02 agosto 2018 - Esteri - Cina - Panorama
Turisti per calcolo

Pechino ha messo in campo sullo scacchiere internazionale una nuova e potente «arma» di massa: il turismo con 133 milioni di cinesi che sono andati in vacanza all’estero nel 2017 spendendo 261 miliardi di dollari. «La Cina sarà in grado di dirigere e regolare il flusso turistico per punire o premiare i paesi di destinazione in linea con i suoi obiettivi di politica estera» scrive Evan Rees in un’analisi per Stratfor, centro studi americano sugli scenari globali e l’intelligence.

In realtà Pechino sta già utilizzando come «arma» geopolitica il turismo in mezzo mondo: dalla Turchia, aumentando gli arrivi per attirarla nella sua orbita, alla Corea del Sud, stroncando le partenze come rappresaglia per lo scudo anti missili americano. E il 2018 è stato dichiarato da Bruxelles e Pechino «Anno del turismo Europa-Cina» con l’obiettivo di incrementare del 10 per cento l’arrivo di turisti dal pianeta giallo. Un miliardo di euro in più per la Ue, dove i cinesi hanno superato nel volume di spesa i visitatori americani (e che interessa da vicino anche l’Italia).

David Scowsill, presidente del Wttc, il conclave mondiale dell’industria dei viaggi, spiega: «Uno dei fattori dominanti del boom del turismo cinese è legato all’espansione della classe media che cresce di anno in anno». Nel 2013 la borghesia cinese è arrivata a 421 milioni di persone (oltre un quarto della popolazione) che possono permettersi costose vacanze all’estero. Goldman Sachs prevede che nel 2025 viaggeranno all’estero 220 milioni di turisti indirizzati da Pechino. L’arma turistica è stata utilizzata in maniera spregiudicata, ma riservata, fin dal 2000, quando la Cina acquistò una nave in disarmo russa per usarla come base della sua prima portaerei. L’ingombrante unità doveva passare lo stretto del Bosforo, ma la Turchia, alleata della Nato, la bloccò per 16 mesi. Pechino usò l’aumento dei flussi turistici per addolcire i turchi facendo sbloccare il passaggio. Oggi gli arrivi dei turisti cinesi vengono pilotati per coinvolgere i turchi nel grande progetto economico ed energetico della nuova Via della Seta da Pechino a Londra. Non è un caso che nel 2018 le autorità cinesi hanno promesso l’arrivo di mezzo milione di turisti cinesi, il doppio rispetto all’anno prima. Una manna per l’economia in crisi del neo sultano Recep Tayyip Erdogan.

Per fini contrari, Pechino ha scatenato una «rappresaglia» turistica contro la Corea del Sud, colpevole di avere installato nel 2017 un sistema anti missile americano per difendersi dal regime del Nord, troppo vicino ai confini cinesi. I turisti sono crollati dai 7 milioni del 2016 a 3 milioni l’anno dopo. Nel periodo delle Olimpiadi, ospitate in Corea del Sud lo scorso febbraio, erano attesi 200 mila cinesi, ne sono arrivati 20 mila. Per il sistema di difesa Usa il paese ha perso 6,82 miliardi di dollari nel comparto turistico. 

Come fanno i mandarini cinesi ad aprire e chiudere il rubinetto dei vacanzieri? Il sistema è semplice: in Cina esistono 25 mila agenzie viaggi, ma solo 2 mila hanno l’autorizzazione governativa per operare all’estero. E nessuno tour operator straniero può gestire in autonomia le vacanze dei cinesi. Stratfor rivela che «dei cinque maggiori operatori turistici in Cina per fatturato, tre sono statali e un altro è in parte controllato dalla (holding) Tencent, fortemente incentivata a seguire le indicazioni governative».

determinati paesi che vuole boicottare, subito accolti dagli operatori turistici che cambiano destinazioni. Per le nazioni da appoggiare, secondo la geopolitica cinese, si garantisce lo «status di destinazione approvata» a livello governativo. Infine, per i paesi più meritevoli, che devono essere «ricompensati» e venire attratti nell’orbita cinese (o diventare economicamente ricattabili in futuro grazie al rubinetto dei visitatori) si inaugura l’anno del turismo cinese, così da aumentare gli arrivi. «Naturalmente le questioni politiche e diplomatiche vengono tenute in considerazione» assicura Xu Xiaolei, dirigente del «Servizio viaggi per i giovani cinesi», una delle tre agenzie statali. «Il turismo fa parte della diplomazia sotto diversi aspetti, ma la domanda dei clienti resta il principio cardine nella progettazione dei nostri pacchetti di viaggio». 

Il 19 gennaio a Venezia la Commissaria europea, Elzbieta Bienkowska, ha inaugurato il 2018 come «Anno del turismo Europa-Cina». Solo 13 milioni di cinesi hanno visitato l’Europa nel 2017 e appena 1,5 milioni l’Italia. Pochi in Europa e ancora meno nel nostro Paese. Questo perché nei paesi europei i turisti cinesi hanno ancora intoppi per l’ottenimento dei visti, che la Commissione europea vuole eliminare. La posta in gioco è alta, come ha spiegato Bienkowska: «Se riusciamo a incrementare anche solo del 10 per cento la presenza in Europa di turisti cinesi, ne ricaviamo 1 miliardo in più. E il turismo vale da solo il 10 per cento del Pil europeo». 

Assieme alla Francia, l’Italia è potenzialmente assai amata dai cinesi, attratti da città d’arte come Roma, Venezia e Firenze e da Milano, capitale della moda. «La Ue ha uno squilibrio commerciale con la Cina di 200 miliardi di dollari. Solo l’Italia registra un disavanzo di 16-18 miliardi» dice a Panorama Alberto Bradanini, ex ambasciatore a Pechino. «Il turismo è un’arma di distrazione economica offerta agli europei. I gruppi organizzati, anche in Italia, vengono gestiti da agenzie di cinesi che vivono da noi. Qualcosa resta, ma si tratta di noccioline». Però secondo Global Blue, società leader nei servizi tax free, 8 turisti cinesi su 10 prevedono di fare shopping in vacanza. E sono fra i più spendaccioni, con un esborso medio di 975 euro ciascuno.

Se la Cina blandisce l’Europa, fa lo stesso in Estremo Oriente. I turisti cinesi nelle Filippine sono aumentati del 40 per cento. L’impennata coincide con lo strappo del discusso presidente Rodrigo Duterte, che si è allontanato dalla storica alleanza con gli Usa per avvicinarsi a Pechino. Stesso copione con la Malesia. E anche Thailandia e Vietnam sono stati beneficiati di un aumento del turismo cinese. Al contrario, durante il braccio di ferro con il Giappone, per il controllo di alcuni isolotti il turismo cinese è crollato da un momento all’altro del 24 per cento.  

Il bastone geopolitico di Pechino ha colpito soprattutto Taiwan. Dopo l’elezione nel 2016 del presidente nazionalista Tsai Ing-Wen, avverso a Pechino, l’arrivo di visitatori cinesi è crollato del 30 per cento nei mesi successivi. Li Chi-yueh dell’agenzia viaggi taiwanese Chung Shin non ha dubbi: «La Cina usa il suo flusso turistico come arma diplomatica».