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Fatti
06 settembre 2018 - Esteri - Libano - Panorama
Lo strano caso del giovane italiano in carcere a Beirut

Un sedicente gruppo del terrore islamico che lo contatta sul dark web, la parte oscura e criminale di internet. Foto scattate a un sito sensibile e l’arresto a Beirut. L’antiterrorismo libanese che lo tiene in carcere da sei mesi sospettandolo di essere coinvolto nella preparazione di un attentato. E lui che si professa innocente sostenendo che voleva truffare i terroristi o presunti tali. 

Sembra la trama di un film. In realtà è la vicenda avvolta dal mistero (e dall’eccessivo riserbo della Farnesina) di Karim Bachri, un giovane di 24 anni residente a Trissino, in provincia di Vicenza. Dall’8 marzo questo cittadino italiano con mamma vicentina e papà di origine marocchina si trova dietro le sbarre del carcere centrale di Beirut delle Forze di sicurezza interna (Fsi), che si occupano di terrorismo. 

«Karim è sospettato di un tentato attentato perché ha scattato delle foto a siti sensibili, in particolare a un deposito vicino all’aeroporto di Beirut» spiega Tony Chidiac, il suo avvocato nella capitale libanese. Al momento, contro di lui non è ancora stato formulato un capo d’accusa. E Karim si proclama innocente. «Sono in corso delle indagini e alla fine il magistrato deciderà se iniziare una procedura di incriminazione oppure chiudere il caso» sottolinea il legale che Panorama incontra nell’ufficio del rinomato studio George Jabre. 

La spy story del giovane italiano in galera a Beirut inizia con una sua certa abilità sul computer e con tanta voglia di viaggiare. Diplomato al liceo scientifico Quadri di Vicenza, Karim avrebbe frequentato per un breve periodo l’università, senza però terminarla. 

Il padre, Lahcen, vive pure in provincia di Vicenza ed è separato da anni dalla madre, Erica Masiero, che su Facebook si definisce «chef vegan-crudista». Nel 2009 si era candidata con una lista locale di centrosinistra e vive senza televisione. Uno zio di Karim, in Marocco, è un giudice: nulla farebbe pensare a contatti con terroristi attraverso il Paese nordafricano. «Karim è sempre stato curioso e ha viaggiato nell’ex Jugoslavia, negli Stati Uniti e anche in Arabia Saudita, prima del Libano» ha raccontato la madre al Giornale di Vicenza. 

Il ragazzo ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un selfie probabilmente scattato nella zona della moschea del Profeta a Medina, luogo santo dell’Islam. L’unico «mi piace» che ha ricevuto è di un albanese che vive a Milano. Annotazione curiosa: la città di origine dell’albanese è Burrel, uno dei punti di partenza dei volontari della Jihad albanes

L’ albanese ha visitato i luoghi santi e sembra avere scoperto da poco una maggiore pratica religiosa. Su Facebook ha messo «mi piace» alla pagina della curva sud Milano, ma anche al predicatore salafita Zakir Naik, sospettato di avere ispirato diversi attacchi del terrore compresa la strage di Dacca, capitale del Bangladesh, del 2016 dove sono morti nove italiani. I suoi sermoni seguiti online da 200 milioni di fan islamici sono vietati in Gran Bretagna, Canada, India e Bangladesh. Occorre però sottolineare che né l’albanese, né il ragazzo vicentino sono mai stati «attenzionati» o segnalati dal nostro antiterrorismo. 

Secondo fonti ben informate, Karim sarebbe stato contattato da un sedicente gruppo terroristico legato ad Al Qaeda o allo Stato islamico sul dark web. In ballo c’erano dei soldi per fare dei sopralluoghi per un attentato. E anche cifre consistenti (dai 60 mila ai 300 mila dollari) per comprare armi ed esplosivi. Il giovane è andato effettivamente una prima volta in Libano, qualche mese prima dell’arresto, affiggendo manifestini in determinati punti di Beirut per dimostrare che era stato sul posto. Il suo avvocato sostiene «che la storia dei volantini è ininfluente». 

Però la linea difensiva del giovane, secondo fonti di Panorama, sarebbe quella di aver voluto effettuare una truffa. In pratica, non avrebbe avuto alcuna intenzione di compiere un attentato, ma voleva fregare i terroristi o chi per loro facendosi pagare lo stesso. Fonti investigative italiane confermano l’ipotesi che si tratti solo di una truffa senza nessuna matrice terroristica, poi finita male.

Il secondo viaggio in Libano, però, sarebbe dovuto servire per fotografare potenziali obiettivi. Si vocifera anche di un centro universitario a Jounieh, porto vicino a Beirut e roccaforte cristiana, ma l’avvocato smentisce. 

L’8 marzo 2017, pochi giorni dopo il suo arrivo a Beirut, Karim scatta alcune foto a un deposito-capannone presso l’aeroporto della capitale libanese. Una zona solitamente sorvegliata dalle forze di sicurezza locali, ma anche da Hezbollah, il partito armato sciita. La madre dichiara a Panorama: «Mi hanno detto che ha fotografato un sito sensibile iraniano, ma Karim non è un terrorista». Forse fermato inizialmente da Hezbollah, viene consegnato all’intelligence delle Forze di sicurezza interna, una specie di gendarmeria militare. Secondo fonti vicine ai servizi libanesi, «è sospettato di appartenere a un’organizzazione terroristica con cellule locali, probabilmente Al Nusra (il vecchio nome di Al Qaeda in Siria, ndr) oppure Daesh (lo Stato islamico, ndr), alla quale forniva supporto logistico attraverso raccolta di informazioni e denaro». 

Il caso è stato assegnato alla corte militare, trattandosi di «sicurezza nazionale», ma il magistrato che se ne occupa è un civile, Fadi Sawan, esperto di terrorismo. Il legale conferma che Karim sostiene la sua innocenza giurando «di aver scattato le foto per motivi meramente economici». Tuttavia lo stesso avvocato ammette che «sono in corso indagini tecniche sul suo telefonino e le Forze di sicurezza interna hanno pure altri dati sospetti da appurare».   

La storia del giovane vicentino assomiglia alla trama di un film alquanto fantasioso con un finale dietro le sbarre. Almeno per ora. Secondo l’avvocato Chidiac, «una volta concluse le indagini, il giudice deciderà se incriminarlo o se si è trattato solo di un brutto scherzo».


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05 settembre 2006 | Radio 24 | reportage
Libano
Sbarco dei soldati italiani
Aggiornamenti da Tiro con Fausto Biloslavo che segue lo sbarco delle truppe italiane in Libano per garantire la tregua fra i miliziani sciiti di Hezbollah ed Israele. Ma anche i tragici ricordi delle disastrose missioni Onu precedenti nel paese dei cedri ed in Ruanda.

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