LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua


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imageI nostri marò

autore: Fausto Biloslavo e Riccardo Pelliccetti
editore: Giornale.it
anno: 2013
pagine: 140
TONI CAPUOZZO
  Confesso di non essere mai riuscito a seguire questa storia con quel po’ di distacco che il giornalismo autentico richiede. Il fatto è che conosco da tempo uno dei due protagonisti, Massimiliano La Torre. Lo conosco dai giorni in cui, a Kabul, stavo girando un servizio sul lavoro dei nostri elicotteristi, che avevano base in un angolo dell’aeroporto. Io e l’operatore Salvo La Barbera alloggiavamo in una stanza gelida della caserma in fondo alla Jalalabad Road, dall’altra parte della città.
  Nei giorni normali, che a Kabul non sono molti, giravamo la città per conto nostro, senza fare troppo caso agli allarmi che a ripetizione giungevano sui nostri telefonini sotto forma di sms inviati da qualche funzionario dell’ambasciata. Annunciavano la possibilità di un attentato qui o là, e la necessità di evitare questa o quella strada, ma con frequenza tale che l’effetto era inevitabilmente quello del “al lupo, al lupo”, allarmi che finisci per accantonare con un’alzata di spalle (per inciso, quello che avverrà con gli allarmi della Protezione Civile, se ogni stormir di foglie accende la solerte prudenza di chi mette le mani avanti: l’avevamo detto…). Avevamo un’auto vecchia e un guidatore locale, fidato. Eravamo abbastanza mimetizzati, e cambiavamo percorsi e orari. Così, quando ci dissero che in quei giorni ci avrebbero dato una scorta militare, non ne fummo felici. Spiaceva ammettere che accanto a dei militari ci saremmo sentiti meno sicuri, più evidenti ai terroristi, meno invisibili, ma era così. Accettammo solo perché la scorta ci avrebbe consentito di entrare e uscire dall’aeroporto e anche dalla nostra caserma con meno lungaggini, e perché non c’era verso di rifiutare.
  La scorta era una squadra del Reggimento San Marco, e il capo della scorta era Massimiliano La Torre. Viaggiare insieme ogni giorno nelle strade di Kabul è una specie di prova della verità: impari a conoscerti. E noi conoscemmo un La Torre scrupoloso e prudente, sicuro e gentile. Con noi, che diventammo presto amici, ma anche con gli uomini della sua squadra, e con gli afghani che incrociavamo. Se sei un Rambo, a Kabul non mancano occasioni di scambiare un autista indisciplinato per un potenziale terrorista, né per zigzagare sgommando tra le code, o travolgere bambini di strada o donne che attraversano incerte, avvolte da burqa. La Torre era attento, ma mai prepotente, mai sopra le righe: non ci fu una volta in cui vergognarsi di essere a bordo del suo fuoristrada, e in silenzio ci vergognavamo invece di aver avuto dei pregiudizi.
  Fuori dal lavoro, all’ora della mensa, era un amico allegro e aperto, un meridionale di mare, che ricorda spesso il paese, sempre la famiglia. Uno che amava il suo lavoro, il suo reparto, la sua bandiera, ma che nello stesso tempo era curioso di quel mondo nuovo e confuso di amici e nemici, di abitudini diverse, tra cui cavarsela senza prepotenza, senza sgommate. Quando mi è capitato di parlare dei militari italiani in Afghanistan e del loro approccio al terreno, quando mi è venuto di sottolineare che c’era uno stile italiano nella babele dell’Isaf, non avevo in mente i Lince o i Tornado, non pensavo ai droni di vigilanza o alle telecamere termiche, non mi riferivo a nessuna diavoleria tecnologica. No, pensavo all’unica vera ricchezza della forza armata italiana: le risorse umane, gli uomini. Gente capace di guadagnarsi il rispetto rispettando, di rispettare gli obbiettivi della missione, con determinazione, ma smussando ostilità e vincendo diffidenze. Un “arsenale” di conoscenze che non viene da alcuna accademia, ma che probabilmente nasce dalla storia stessa del nostro paese. Insomma, dicendo cose come queste, pensavo spesso a gente come La Torre.
  Per questo, quando mi balzarono agli occhi le poche righe d’agenzia che riferivano di un incidente nell’Oceano Indiano, non ebbi un solo momento di dubbio: c’era qualcosa che non quadrava. Attenzione, non mi sentivo come quel vicino di casa intervistato dai cornisti dopo un delitto efferato: “No, non sembrava, un tipo tranquillo…”. Io La Torre l’avevo frequentato, poi, anche in Italia, ma l’avevo visto all’opera nell’inferno di Kabul, dove un dito facile sarebbe potuto andare sul grilletto cento volte. Dunque per me non è mai stato un fatto di principio – solidarizzare con dei militari impegnati per conto del proprio paese, rivendicare il diritto a un processo nel rispetto delle norme internazionali – a spingermi a occuparmi di questa storia. Occuparmene ? Poco e male. Ho rispettato il silenziatore imposto dal governo italiano, e mi sono augurato che la strategia prudente, sul piano politico e legale, fosse quella giusta.
  Conosco ed ho sempre apprezzato l’abilità di uomini come Staffan de Mistura, e sono amico di qualcuno, nel suo staff. Conosco ed ho sempre apprezzato la solidità di uomini come l’ammiraglio de Paola, e sono amico di qualcuno nel suo staff. Conosco e non ho sempre apprezzato la volubilità e i pregiudizi del giornalismo italiano, sono stato contento quando il TG5 ha posto in un angolo dello schermo il nastrino giallo di solidarietà ai sequestrati e il conteggio dei giorni trascorsi. Ma ho ingoiato bocconi amari a ogni passo di questa vicenda, e mi sono chiesto spesso perché nessuno facesse una vera inchiesta – forse non porta voti- sull’accaduto, nessuno andasse a Colombo a parlare con quelle autorità portuali, grate alla marina italiana perché fu l’unica a trattenersi in porto per aiutare in occasione di un allarme tsunami, che non nascondono di non credere all’incidente, ma parlano di guerre interne tra clan di pescatori e di contrabbandieri, e di trame che sfiorano polizia e marina indiana.
  Non si fanno inchieste anche perché in Italia si giudica prima. Chi conosce questi connazionali in divisa che fanno il loro dovere, e sa che non lo fanno per qualche dollaro in più, e si stupisce perfino che in un paese malandato come il nostro ci sia ancora qualcuno per cui il senso del dovere abbia un senso, è dalla loro parte. Chi non li ama, chi pensa siano dei rambo o gli ultimi imperialisti di un impero che non c’è, chi è pronto ad amare qualunque violenza, purchè sia dalla parte “giusta”, è contro di loro, a prescindere. E poi c’è un paese in larga parte indifferente, occupato a guardare a se stesso, avvolto in passioni locali e modeste, che se ne frega. Nelle redazioni dei giornali ci sarebbero stati molti editoriali pronti, scritti in punta di penna e a ciglia umide, fossero morti, i due marò, con ricevimento all’aeroporto di Ciampino e funerale di Stato. Sono vivi , e un po’ dimenticati.
  Questo libro colma una lacuna, e consente di ripercorrere snodi e retroscena di una vicenda scomoda. Scomoda per tutti, ma specie per qualcuno che non conosco. Che in questo momento sta in una trincea in Afghanistan, in una base che tra qualche mese lasceremo, e vede qualcosa di sospetto. Ci siamo sempre andati prudenti, e il contingente italiano vanta il silenzioso primato di aver causato, in dieci anni, una sola morte innocente, e quando riesci a dare nome e cognome ai tuoi errori, vuol dire che puoi rammaricartene, e che è rimasto un doloroso errore. Dunque il nostro connazionale sconosciuto vede qualcosa di sospetto, ma penserà dieci volte prima di scivolare il dito sul grilletto, e cento prima di premere. Se ne avrà il tempo, deciderà se sparare, e se sparare in aria. Sono attimi lunghissimi, di cui non sappiamo nulla. Sappiamo solo, inevitabilmente, che sarà più solo che mai, più fragile che mai, a rappresentare un Paese che sa mandare avanti gli altri, e non sempre sa come riportarli indietro.
[continua]




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