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03 ottobre 2016 | Terra! | reportage

Verità sequestrata


Il governo ha sempre negato che i 4 lavoratori italiani rapiti in Libia, nel luglio 2015, fossero stati presi in ostaggio dai terroristi delle bandiere nere. Oltre un anno dopo da Tripoli emerge la verità dagli interrogatori dei pochi sequestratori sopravvissuti, che sono in carcere Il rapimento è stato organizzato e gestito dalla cellula tunisina dello Stato islamico, che era annidata a Sabrata, 60 chilometri ad ovest della capitale libica E fra i capi bastone dei sequestratori c’era Noureddine Chouchanne, un terrorista tunisino che ha vissuto a lungo in Italia Gino Pollicardo, Filippo Calcagno, Fausto Piano e Salvatore Failla della società Bonatti, che lavora nel settore energetico, sono stati inghiottiti dal buco nero della Libia per otto mesi. Due hanno fatto ritorno a casa, ma Failla e Piano sono stati uccisi nel deserto. Nell’aprile del 2015 la vedova di Failla in un’intervista a Terra  esprimeva tutto il suo dolore  per l’esito della vicenda e non risparmiava  critiche al governo (Vedova Failla) Una vicenda costellata  da bugie istituzionali  sulla quale è calata una cappa di silenzio rotta negli ultimi giorni  dalle dure parole di Rosalba Castro, la vedova di Failla, in una lettera di protesta pubblicata dal settimanale Panorama “Il dolore rimane immenso, ma a ferirci ancora di più è il fatto che lo Stato sta trattando Salvo come un morto di serie B, o meglio di serie Z” scrive Rosalba. E aggiunge :  “Gli ostaggi italiani uccisi in Libia sono stati completamente dimenticati”. Nella lettera, che stringe il cuore, la vedova spiega che il 4 settembre avrebbero festeggiato assieme 25 anni di matrimonio con un viaggio mai fatto prima, perché bisognava tirare la cinghia e lavorare in Libia. E denuncia l’ennesimo affronto di una pensione che non arriva perché non viene riconosciuta la morte del marito per terrorismo Ed invece sono stati proprio i terroristi a tenere in ostaggio i quattro italiani per fare cassa, non per usarli come carne da macello davanti ad una telecamera La Forza di deterrenza, la polizia speciale di Tripoli, ha ricostruito tutto il rapimento. Grazie agli interrogatori di due sorelle, spose dei capoccia dell’Isis a Sabrata e altri tunisini coinvolti nel sequestro. Rahma Chikhaoui, che ha compiuto da poco 17 anni e sua sorella Ghofran, sono scappate assieme dalla Tunisia per inseguire l’avventura della guerra santa e dell’amore in Libia. Rahma ha sposato Noureddine Chouchane, capetto tunisino dello Stato islamico, a Sabrata. Il giovane comandante aveva vissuto per anni in Italia facendo il muratore a Novara. Il suo passaporto ritrovato a Sabrata era stato rilasciato dall’ambasciata tunisina a Roma. A Sabrata c’era pure Moez Fezzani, nome di battaglia Abu Nassim, un emiro tunisino dello Stato islamico, veterano dell’Afghanistan. Anche lui era vissuto in Italia dove è stato incarcerato per terrorismo, ma poi assolto in primo grado ed espulso. La condanna della corte d’appello a 6 anni è arrivata troppo tardi, quando era già sul fronte siriano. Il capo dei sequestratori era Kamal Al Deib della cellula tunisina dell’Isis comandata da Chouchane. Il nostro governo ha sempre negato un ruolo delle bandiere nere nel rapimento parlando di una comune banda di criminali. Ed imposto il silenzio stampa. Ghofran, la sorella maggiore delle tunisine jihadiste, amava farsi fotografare con il velo che le copre tutto il corpo, mentre imbraccia un kalashnikov. La giovane ha sposato Abdelmonêm Amami, altro terrorista tunisino, uno dei carcerieri degli ostaggi italiani. La vicenda dei rapiti precipita il 19 febbraio, quando gli americani bombardano la base delle bandiere nere a Sabrata. L’obiettivo è Chouchane, ma non è certo che sia morto nel raid. Del piano d’attacco viene informato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che non si oppone all’azione. Anche se il raid mette in pericolo gli ostaggi. Dopo l’intervento americano le milizie di Sabrata attaccano i tunisini delle bandiere nere sconfiggendoli in giorni di dura battaglia. Ed i rapiti italiani ne pagano le conseguenze. Failla e Piano vengono separati dagli altri due ostaggi e portati via in una fuga nel deserto. Il 2 marzo sono intercettati dai miliziani di Sabrata, che ingaggiano uno scontro a fuoco. Gli ostaggi italiani vengono uccisi. Ufficialmente perché scambiati per jihadisti, ma la perizia di parte richiesta dalla vedova dimostra che Failla è stato colpito una volta sceso dal fuoristrada e con le mani legate dietro alla schiena. Qualcosa di molto simile ad un’esecuzione. Nello scontro a fuoco sopravvive Ghofran, la moglie di uno dei carcerieri degli italiani. La donna è in carcere a Tripoli. Due giorni dopo la morte di Failla e Piano, il 4 marzo, gli ostaggi più fortunati, Calcagno e Pollicardo, vengono lasciati soli per potersi liberare. Nelle vicinanze hanno arrestato Rahma, la sposa del capo bastone dell’Isis a Sabrata che ha vissuto a lungo da noi. Gran parte dei carcerieri degli italiani sono stati uccisi, ma dagli interrogatori dei sopravissuti dietro le sbarre a Tripoli è saltata fuori una richiesta di riscatto di 5 milioni di euro. Nessuno conferma che il riscatto sia stato pagato, almeno in parte, ma uno dei rapitori con la mimetica e sempre incappucciato elencava agli ostaggi gli esiti dei sequestri dei nostri connazionali dalla Siria alla Libia. E diceva di stare tranquilli: “Gli italiani pagano per tutti. Lo faranno anche per voi”. Fausto Biloslavo

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