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Articolo
23 febbraio 2020 - Prima - Italia - Il Giornale |
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| Ora basta con il buonismo Porta solo inerzia e ritardi |
U n miscuglio di stupido buonismo, calcoli politici e infondati timori razzisti hanno provocato errori, ritardi o assurdità nella lotta al coronavirus. Il governo italiano ha bloccato i voli da e per la Cina, ma chiuso un occhio per incompetenza, non provocare allarme oppure evitare un riflesso politico negativo sul facile sotterfugio di arrivare in Italia con scali intermedi. Dal 25 gennaio il virologo Roberto Burioni aveva lanciato l\\\'allarme chiedendo un isolamento preventivo per tutti, italiani, cinesi o di altre nazionalità in arrivo dalle zone infette. E su Facebook ha ribadito: «Le ultime notizie mi portano a ripetere per l\\\'ennesima volta l\\\'unica cosa importante. Chi torna dalla Cina deve stare in quarantena. Senza eccezioni». Il ministro della Salute si è mosso con un\\\'ordinanza solo nelle ultime ore. Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che non voleva sottoporre a controlli stringenti centinaia di cinesi rientrati in regione dopo aver passato il Capodanno in patria, sosteneva: «Da noi il vero problema è la normale influenza, non il coronavirus». Ai critici come Burioni rispondeva: «Chi ci attacca o non è bene informato o è un fascioleghista». E ci sono ancora diverse falle, come i mancati controlli ai confini terrestri invocati dal presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. E l\\\'assurdità che via autostrada arrivano a Venezia dal Nord Europa centinaia di cinesi in pullman. Per non parlare dai migranti dalla rotta balcanica, che non vengono sottoposti ad alcun controllo degno di questo nome. Il buonismo stupido ha provocato anche paradossi istituzionali. Il 3 febbraio il garante dei detenuti, Mauro Palma, ha inviato un\\\'assurda lettera al responsabile della Protezione civile Angelo Borrelli. Pur spiegando che sicuramente sarà tutto a posto è riuscito addirittura a citare il «protocollo Onu della Convenzione contro la tortura» nella richiesta di informazioni dettagliate sulle condizioni restrittive dei connazionali sottoposti alla quarantena nella cittadella militare della Cecchignola. Fra i vari punti voleva anche sapere «la disponibilità di mezzi per comunicare all\\\'esterno () la possibilità di colloqui con i propri parenti () gli strumenti o attività di intrattenimento quotidiano (giornali, tv)» come se fossero detenuti di Guantanamo. E hanno dovuto anche perdere tempo a rispondere finendo tutti i dettagli. L\\\'allarme razzismo dietro l\\\'angolo ha provocato venerdì sera un\\\'allucinante scenetta a Linea notte su Rai 3. Il conduttore, Maurizio Mannoni, di fronte all\\\'allarme dell\\\'esplosione del contagio e le notizie sulle prime vittime, ha dato la parola a Federico Faloppa, ospite in studio, presentando il suo libro Brevi lezioni di linguaggio. Esperto di comunicazione politicamente corretta, che insegna in diverse università, ha ovviamente criticato i titoli dei giornali sull\\\'emergenza. Secondo Faloppa scrivere che il «virus sbarca in Italia» è un chiaro riferimento ai migranti e alla necessità dei porti chiusi. Alla fine è riuscito a superare se stesso: «Il virus che ha prodotto più vittime nelle ultime 48 ore è un virus che si chiama odio e lo abbiamo visto in azione in una città tedesca». Il riferimento è alla strage etnica di un estremista di destra. Pur dicendo di non sottovalutare il pericolo dell\\\'epidemia ha sentenziato: «È una questione di proporzioni. () Il virus dell\\\'odio sta contagiando l\\\'Europa, non soltanto l\\\'Italia. Credo che a riguardo bisognerebbe fare un\\\'informazione più attenta per mettere in guardia dai rischi reali». |
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24 novembre 2015 | Rai 1 Storie vere | reportage
Terrorismo in Europa
Dopo gli attacchi di Parigi cosa dobbiamo fare per estirpare la minaccia in Siria, Iraq e a casa nostra
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11 novembre 2008 | Centenario della Federazione della stampa | reportage
A Trieste una targa per Almerigo Grilz e tutti i caduti sul fronte dell'informazione
Ci sono voluti 21 anni, epiche battaglie a colpi di articoli, proteste, un libro fotografico ed una mostra, ma alla fine anche la "casta" dei giornalisti triestini ricorda Almerigo Grilz. L'11 novembre, nella sala del Consiglio comunale del capoluogo giuliano, ha preso la parola il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Friuli-Venezia Giulia, Pietro Villotta. Con un appassionato discorso ha spiegato la scelta di affiggere all'ingresso del palazzo della stampa a Trieste una grande targa in cristallo con i nomi di tutti i giornalisti italiani caduti in guerra, per mano della mafia o del terrorismo dal 1945 a oggi. In rigoroso ordine alfabetico c'era anche quello di Almerigo Grilz, che per anni è stato volutamente dimenticato dai giornalisti triestini, che ricordavano solo i colleghi del capoluogo giuliano uccisi a Mostar e a Mogadiscio. La targa è stata scoperta in occasione della celebrazione del centenario della Federazione nazionale della stampa italiana. Il sindacato unico ha aderito all'iniziativa senza dimostrare grande entusiasmo e non menzionando mai, negli interventi ufficiali, il nome di Grilz, ma va bene lo stesso. Vale la pena dire: "Meglio tardi che mai". E da adesso speriamo veramente di aver voltato pagina sul "buco nero" che ha avvolto per anni Almerigo Grilz, l'inviato ignoto.
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10 giugno 2008 | TG3 regionale | reportage
Gli occhi della guerra.... a Bolzano /1
Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, non dimentica i vecchi amici scomparsi. Il 10 giugno ha visitato a Bolzano la mostra fotografica “Gli occhi della guerra” dedicata ad Almerigo Grilz. La mostra è stata organizzata dal 4° Reggimento alpini paracadutisti. Gli ho illustrato le immagini forti raccolte in 25 anni di reportage assieme ad Almerigo e Gian Micalessin. La Russa ha ricordato quando "sono andato a prendere Fausto e Almerigo al ritorno da uno dei primi reportage con la mia vecchia 500 in stazione a Milano. Poco dopo li hanno ricoverati tutti e due per qualche malattia". Era il 1983, il primo reportage in Afghanistan e avevamo beccato l'epatite mangiando la misera sbobba dei mujaheddin, che combattevano contro le truppe sovietiche.
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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento |
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo
I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti.
“Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale.
I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria.
Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa.
In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo.
“In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani.
Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.
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