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Articolo
15 marzo 2020 - Il Fatto - Italia - Il Giornale |
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Meridione, piano segreto Già pronti 7mila militari |
Fausto Biloslavo Nei prossimi giorni il virus rischia di espandersi al Sud e l\\\\\\\'esercito è pronto ad intervenire con circa 7mila uomini in più, «in stato di prontezza», su tutto il territorio a livello regionale. Non solo per arginare l\\\\\\\'epidemia, in appoggio alle forze dell\\\\\\\'ordine, ma anche per mantenere l\\\\\\\'ordine pubblico su richiesta dei prefetti. Il virus potrebbe contagiare un totale di 92mila persone, secondo le stime governative. E provocare «una situazione estremamente grave per quanto riguarda l\\\\\\\'ordine pubblico», come è stato evidenziato nella riunione del 9 marzo del Comitato nazionale per l\\\\\\\'ordine e la sicurezza con il premier Giuseppe Conte. Il ministro dell\\\\\\\'Interno, Luciana Lamorgese, ha prospettato scenari gravi «in prospettiva delle limitazioni alle libertà individuali, delle difficoltà economiche e degli sviluppi negativi dell\\\\\\\'epidemia, come il collasso del sistema di assistenza». Soprattutto al Sud, dove si prevede un aumento dei contagiati. «Le zone a rischio virus e disordini sono le grandi città come Bari, Napoli, Caserta. Basta analizzare la densità di abitante per chilometro quadrato», spiega una fonte del Giornale in prima linea. Al Sud la criminalità organizzata potrebbe fomentare rivolte e anche i migranti potrebbero essere un fattore destabilizzante se la situazione peggiorasse mandando in tilt il sistema. Per non parlare della bomba-carceri, dove le rivolte sono rientrate, ma possono riesplodere da un momento all\\\\\\\'altro. Le stime governative indicano un totale di 92mila contagiati, oltre il dato cinese. E ben 390mila persone potrebbero subire la quarantena. Il picco nazionale dovrebbe registrarsi la prossima settimana attorno al 18 marzo con 4500 contagiati in un solo giorno, quasi il doppio rispetto ad oggi. L\\\\\\\'epidemia dovrebbe concludersi attorno a fine aprile. La «bomba atomica» del virus rischia di esplodere nel Mezzogiorno, come hanno affermato i deputati siciliani di Forza Italia Stefania Prestigiacomo, Giusi Bartolozzi, Nino Germanà, Francesco Scoma e Matilde Siracusano. «Sicilia, Calabria, Puglia, Campania non hanno strutture sanitarie adeguate per contrastare un picco dei contagi», denunciano i parlamentari azzurri. Le migliaia di persone fuggite da Milano e dal Nord nell\\\\\\\'ultima settimana sono il campanello d\\\\\\\'allarme. «Per colpa del governo che non ha dato l\\\\\\\'ordine all\\\\\\\'esercito e alle forze dell\\\\\\\'ordine di fermare l\\\\\\\'esodo», spiega una fonte militare. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha scritto su Facebook, bacchettando i corregionali di ritorno: «State portando tanti altri focolai di contagio che avremmo potuto evitare». Dal 12 marzo si sono auto segnalate 3mila persone in Puglia e dal 29 febbraio sono rientrati in 16.545, senza tener conto di chi fa il furbo. In Puglia si registrano 166 contagiati, ma è solo l\\\\\\\'inizio. Contro gli esodi irresponsabili si è scagliato anche il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ha 272 contagiati con impennate di 40 al giorno. La Sardegna si è chiusa a riccio, ma sono rientrati soprattutto dal Nord Italia in 13.300. Nel Lazio si registra un aumento quotidiano dei contagiati del 20-25 per cento. In vista del peggio l\\\\\\\'esercito, oltre ai 7mila uomini di Strade sicure ne ha mobilitati altrettanti «su base regionale con un piano di dispiegamento che varia dalle 24 alle 150 ore». In un giorno può essere montato ovunque un ospedale da campo Role 2 plus, a moduli, compresa la terapia intensiva. Se la situazione degenerasse in una città di mare come Napoli la Marina ha a disposizione una nave con funzioni da ospedale. Al momento sono già impiegati per la lotta al virus una settantina di medici militari, ma le forze armate possono arrivare a 200-300. Non è un caso che in Campania sono già numerose le richieste dei sindaci per pattuglie delle forze dell\\\\\\\'ordine e dell\\\\\\\'esercito contro l\\\\\\\'epidemia. |
[continua] |
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29 dicembre 2010 | | reportage
Gli occhi della guerra a Trieste
Dopo aver portato la mostra su 25 anni di reportage di guerra in tutta Italia, finalmente il 29 dicembre è stata inaugurata a Trieste, presso la sala espositiva della Parrocchia di Santa Maria Maggiore, via del Collegio 6. Gli occhi della guerra sono dedicati ad Almerigo Grilz e a tutti i giornalisti caduti sul fronte dell'informazione. La mostra rimarrà aperta al pubblico dal 10 al 20 gennaio. L'evento è stato organizzato dal Circolo universitario Hobbit con la sponsorizzazione della Regione.
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11 novembre 2008 | Centenario della Federazione della stampa | reportage
A Trieste una targa per Almerigo Grilz e tutti i caduti sul fronte dell'informazione
Ci sono voluti 21 anni, epiche battaglie a colpi di articoli, proteste, un libro fotografico ed una mostra, ma alla fine anche la "casta" dei giornalisti triestini ricorda Almerigo Grilz. L'11 novembre, nella sala del Consiglio comunale del capoluogo giuliano, ha preso la parola il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Friuli-Venezia Giulia, Pietro Villotta. Con un appassionato discorso ha spiegato la scelta di affiggere all'ingresso del palazzo della stampa a Trieste una grande targa in cristallo con i nomi di tutti i giornalisti italiani caduti in guerra, per mano della mafia o del terrorismo dal 1945 a oggi. In rigoroso ordine alfabetico c'era anche quello di Almerigo Grilz, che per anni è stato volutamente dimenticato dai giornalisti triestini, che ricordavano solo i colleghi del capoluogo giuliano uccisi a Mostar e a Mogadiscio. La targa è stata scoperta in occasione della celebrazione del centenario della Federazione nazionale della stampa italiana. Il sindacato unico ha aderito all'iniziativa senza dimostrare grande entusiasmo e non menzionando mai, negli interventi ufficiali, il nome di Grilz, ma va bene lo stesso. Vale la pena dire: "Meglio tardi che mai". E da adesso speriamo veramente di aver voltato pagina sul "buco nero" che ha avvolto per anni Almerigo Grilz, l'inviato ignoto.
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24 novembre 2015 | Rai 1 Storie vere | reportage
Terrorismo in Europa
Dopo gli attacchi di Parigi cosa dobbiamo fare per estirpare la minaccia in Siria, Iraq e a casa nostra
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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento |
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo
I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti.
“Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale.
I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria.
Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa.
In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo.
“In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani.
Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.
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