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Commento
05 luglio 2023 - Interni - Italia - Il Giornale
La lunga marcia per smuovere Bruxelles
Le Cassandre di sinistra avevano annunciato fin dall’inizio che il governo a guida Meloni sarebbe ben presto andato a cozzare a testa bassa con l’Europa, sul nodo dei migranti e non solo, riducendo il paese ad una specie di paria. Al contrario l’elefante europeo si sta lentamente muovendo nella direzione auspicata dall’Italia. La visita e le parole pronunciate ieri a Lampedusa dalla Commissaria Ue agli Affari interni, Ylva Johansson suggella questa linea. «Nessuno stato membro deve essere lasciato solo ad affrontare il fenomeno» dei migranti è appena una frase e siamo abituati ad un’Europa che poi non fa seguire i fatti, ma in passato venivamo mollati al nostro destino davanti agli sbarchi in aumento.
La “lunga” marcia, che per ottenere obiettivi concreti non finirà a breve, ha compiuto passi in avanti anche con il precedente governo Draghi, super coccolato da Bruxelles. E in fondo sono serviti a muovere le acque pure i modi spicci, ma efficaci dei porti chiusi, di Matteo Salvini, in versione ministro dell’Interno del governo giallo-verde.
Nel 2019 gli sbarchi erano tre volte di meno rispetto agli attuali.
La prima tappa della lunga marcia è stata raggiunta dal governo Meloni che è riuscito a far non solo digerire, ma accettare come campo di battaglia la «dimensione esterna» della crisi migratoria, che va aggredita con forza. Il patto europeo con la Tunisia, che si sta profilando, farà da modello spazzando via tutti i tentativi dei talebani dell’accoglienza di assimilare il paese nordafricano alla Libia come porto non sicuro. Poi bisognerà dichiarare veramente guerra ai trafficanti di uomini con sanzioni e se necessario operazioni militari per colpirli senza pietà.
Dopo un’iniziale sbandamento nel braccio di ferro con le Ong, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha varato un decreto a gennaio, che sarà ancora imperfetto, ma utile per fare diventare un brutto ricordo i taxi del mare. Al momento non c’è più nessuna cancelleria buonista europea che bacchetta l’Italia in difesa delle Ong. E pure la controffensiva giudiziaria nazionale ed europea contro il governo italiano sta fallendo miseramente.
Per di più Johansson si è resa conto a Lampedusa che la gestione dell’hotspot in mano alla Croce rossa, nonostante i numeri sempre critici, è migliore rispetto a quella precedente di cooperative buoniste con i migranti e furbette con i soldi.
L’ultima pasionaria pro Ong europea da tenere d’occhio è la responsabile degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, che dopo qualche intemperanza sembra silente.
Il calcio in porta è stato lanciare le basi del nuovo Patto sulle migrazioni e asilo a Lussemburgo, nonostante i niet ai ricollocamenti di Polonia e Ungheria. L’accelerazione sui nuovi centri di espulsione annunciata dal Viminale, più vicini alle frontiere e celeri, sono un altro tabù superato nella sfida con l’ondata migratoria.
La marcia, però, rimane lunga e lenta di fronte all’impennata dei 66.104 sbarchi registrati fino a ieri. La Tunisia è tornata primo paese con 34.761 partenze (455% in più rispetto allo scorso anno) oltre a 31.111 migranti intercettati e riportati indietro. Dalla Libia, al secondo posto, sono arrivati 27.859 persone (aumento del 76%) con oltre la metà partita dalla Cirenaica sotto controllo del generale Khalifa Haftar alleato dei russi.
L’Europa è con noi, ma deve anche darsi una mossa per invertire la tendenza nella consapevolezza che i risultati non si vedranno quest’anno, ma forse il prossimo o quello dopo.
[continua]

video
21 settembre 2012 | La Vita in Diretta | reportage
Islam in Italia e non solo. Preconcetti, paure e pericoli


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26 agosto 2023 | Tgcom24 | reportage
Emergenza migranti
Idee chiare sulla crisi dagli sbarchi alla rotta balcanica.

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07 aprile 2020 | Tg5 | reportage
Parla il sopravvissuto al virus
Fausto Biloslavo TRIESTE - Il sopravvissuto sta sbucciando un’arancia seduto sul letto di ospedale, come se non fosse rispuntato da poco dall’anticamera dell’inferno. Maglietta grigia, speranza dipinta negli occhi, Giovanni Ziliani è stato dimesso mercoledì, per tornare a casa. Quarantadue anni, atleta e istruttore di arti marziali ai bambini, il 10 marzo ha iniziato a stare male nella sua città, Cremona. Cinque giorni dopo è finito in terapia intensiva. Dalla Lombardia l’hanno trasferito a Trieste, dove un tubo in gola gli pompava aria nei polmoni devastati dall’infezione. Dopo 17 giorni di calvario è tornato a vivere, non più contagioso. Cosa ricorda di questa discesa all’inferno? “Non volevo dormire perchè avevo paura di smettere di respirare. Ricordo il tubo in gola, come dovevo convivere con il dolore, gli sforzi di vomito ogni volta che cercavo di deglutire. E gli occhi arrossati che bruciavano. Quando mi sono svegliato, ancora intubato, ero spaventato, disorientato. La sensazione è di impotenza sul proprio corpo. Ti rendi conto che dipendi da fili, tubi, macchine. E che la cosa più naturale del mondo, respirare, non lo è più”. Dove ha trovato la forza? “Mi sono aggrappato alla famiglia, ai valori veri. Al ricordo di mia moglie, in cinta da otto mesi e di nostra figlia di 7 anni. Ti aggrappi a quello che conta nella vita. E poi c’erano gli angeli in tuta bianca che mi hanno fatto rinascere”. Gli operatori sanitari dell’ospedale? “Sì, medici ed infermieri che ti aiutano e confortano in ogni modo. Volevo comunicare, ma non ci riuscivo perchè avevo un tubo in gola. Hanno provato a farmi scrivere, ma ero talmente debole che non ero in grado. Allora mi hanno portato un foglio plastificato con l’alfabeto e digitavo le lettere per comporre le parole”. Il momento che non dimenticherà mai? “Quando mi hanno estubato. E’ stata una festa. E quando ero in grado di parlare la prima cosa che hanno fatto è una chiamata in viva voce con mia moglie. Dopo tanti giorni fra la vita e la morte è stato un momento bellissimo”. Come ha recuperato le forze? “Sono stato svezzato come si fa con i vitellini. Dopo tanto tempo con il sondino per l’alimentazione mi hanno somministrato in bocca del tè caldo con una piccola siringa. Non ero solo un paziente che dovevano curare. Mi sono sentito accudito”. Come è stato infettato? “Abbiamo preso il virus da papà, che purtroppo non ce l’ha fatta. Mio fratello è intubato a Varese non ancora fuori pericolo”. E la sua famiglia? “Moglie e figlia di 7 anni per fortuna sono negative. La mia signora è in attesa di Gabriele che nascerà fra un mese. Ed io sono rinato a Trieste”. Ha pensato di non farcela? “Ero stanco di stare male con la febbre sempre a 39,6. Speravo di addormentarmi in terapia intensiva e di risvegliarmi guarito. Non è andata proprio in questo modo, ma è finita così: una vittoria per tutti”.

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radio

03 gennaio 2011 | Radio Capodistria - Storie di bipedi | intervento
Italia
Gli occhi della guerra
Le orbite rossastre di un bambino soldato, lo sguardo terrorizzato di un prigioniero che attende il plotone di esecuzione, l’ultimo rigagnolo di vita nelle pupille di un ferito sono gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage di prima linea. Dopo l’esposizione in una dozzina di città la mostra fotografica “Gli occhi della guerra” è stata inaugurata a Trieste. Una collezione di immagini forti scattate in 25 anni di reportage da Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Almerigo Grilz, ucciso il 19 maggio 1987 in Mozambico, mentre filmava uno scontro a fuoco. La mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 20 gennaio, è organizzata dall’associazione Hobbit e finanziata dalla regione Friuli-Venezia Giulia. L’esposizione è dedicata a Grilz e a tutti i giornalisti caduti in prima linea. Il prossimo marzo verrà ospitata a Bruxelles presso il parlamento europeo.Della storia dell'Albatross press agency,della mostra e del libro fotografico Gli occhi della guerra ne parlo a Radio Capodistria con Andro Merkù.

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20 giugno 2017 | WDR | intervento
Italia
Più cittadini italiani con lo ius soli
Estendere la cittadinanza italiana ai bambini figli di stranieri? È la proposta di legge in discussione in Senato in questi giorni. Abbiamo sentito favorevoli e contrari.

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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti. “Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale. I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria. Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa. In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo. “In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani. Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.

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03 giugno 2019 | Radio Scarp | intervento
Italia
Professione Reporter di Guerra


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06 settembre 2018 | Radio immaginaria | intervento
Italia
Teen Parade
Gli adolescenti mi intervistano sulla passione per i reportage di guerra

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