
|
Articolo
24 luglio 2025 - Esteri - Europa - Panorama |
|
Nel caos del riarmo |
"Non ho ancora concordato il numero, ma ne avranno un po' perché hanno bisogno di protezione e l'Unione Europea pagherà, noi non pagheremo nulla” dichiara Donald Trump il 14 luglio parlando delle batterie antimissile Patriot per l’Ucraina. L’ultimo “affare” del presidente Usa, che ha annunciato l’invio alla Nato, “che pagherà al 100%”, per consegnare i vitali intercettori terra-aria a Kiev. Due giorni dopo lo stesso Trump annuncia che i primi Patriot "sono già stati consegnati. Provengono dalla Germania, che provvederà poi a rifornirli. Gli Stati Uniti riceveranno comunque un risarcimento completo”. E lo stesso farà la Norvegia. Il conto per una sola batteria Patriot è di 1 miliardo di dollari fra sistema e missili intercettori (700 milioni), che vanno rimpiazzati una volta utilizzati contro i quotidiani attacchi russi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, però, punta i piedi e non vuole pagare le forniture Usa. Bomba su bomba la corsa, in parallelo, al riarmo europeo non si ferma, ma è veramente realizzabile? La commissione europea ha lanciato un ardito piano ReArm Europe di 800 miliardi, che non si capisce bene come salteranno fuori. La triade di obiettivi è rendere il vecchio continente indipendente dall’ombrello difensivo, anche nucleare, americano e dalle forniture Usa. Oltre a difendere ad ogni costo l’Ucraina dall’invasione russa e blindare la sicurezza europea da minacce esterne. Per ora il programma di difesa dell’Unione europea ha a disposizione 150 miliardi e dal 2022 al 2024 le importazioni militari dagli Usa sono aumentate del 64%. La Germania ha smentito, ma la Danimarca sta acquistando altri 10 F-35A dagli Stati Uniti oltre ai 27 già ordinati, che possono impiegare munizionamento nucleare. Il 12 maggio la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a margine del suo intervento sul futuro della filiera della Difesa europea, ha rilanciato sui social: “Abbiamo bisogno di un’industria forte, dato che la nostra Unione si assume una maggiore responsabilità per la propria difesa: Non è solo una questione di sicurezza, ma anche di competitività”. Nel discorso aveva elencato gli ostacoli normativi, i problemi di accesso alle materie prime, ai finanziamenti, la frammentazione di domanda e offerta fra i singoli paesi e la mancanza di manodopera qualificata. “I problemi strutturali che oggi rendono politicamente impossibile ed economicamente insostenibile il massiccio riarmo dell’Europa sono prettamente finanziari e industriali” ha scritto senza peli sulla lingua, Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa. Secondo l’esperto del settore “modificare l’impostazione delle industrie europee per la Difesa verso produzioni di massa è un processo che richiede forti investimenti, diversi anni, molte migliaia di nuovi lavoratori specializzati non reperibili oggi sul mercato e soprattutto un agevole e conveniente accesso a materie prime, acciaio, esplosivo e soprattutto energia a buon mercato”. Non solo: alla fine del 2024 il prezzo dell’esplosivo per uso militare è volato del 90%, l’acciaio del 59%, i circuiti stampati del 64% e così via. Nella relazione sulla Ue, l’ex premier Mario Draghi sottolinea che “in Europa si producono cinque diversi tipi di obici e negli Usa solo uno, dodici tipi di carri armati europei a fronte di uno solo negli Stati Uniti”. I costi, i tempi e le difficoltà della produzione bellica europea sono evidenti se paragonati a quelli russi e cinesi. Analisi Difesa fa notare che un singolo proiettile d’artiglieria da 155 millimetri prodotto in Europa costa all’acquirente tra i 2.500 e i 4.000 euro. I russi sul fronte ucraino ne tirano oltre 10mila al giorno ed i militari di Kiev la metà, ma per riempire i magazzini e sostenerli siamo al limite della capacità produttive dell’Occidente. Il prezzo delle bombe d’aereo Mk 82, 83, 84 è raddoppiato fino a 60mila euro. Il carro armato tedesco di punta, il Leopard 2 A8 costa 29 milioni di euro contro i 17,5 di un M1A2 Abrams statunitense, ed i soli 4,1 milioni di un T 90 russo e i 2,3 milioni del cinese Type 99A. I caccia bombardieri occidentali in servizio come l’Eurofighter Typhoon, per non parlare degli F 35 (152 milioni), costano tre volte tanto rispetto al russo Sukhoi Su-35. Non è un caso che la Russia, come ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta riarmandosi in maniera facile e veloce: “Per il solo 2025 Mosca potrà disporre di oltre 1500 carri armati, 3000 corazzati, 400 missili Iskander, migliaia di missili di vario tipo, decine di migliaia di bombe aeree e oltre un milione di droni. Arriveranno a 1,6 milioni i militari effettivi e a 5 milioni le riserve”. Il 21 maggio, in audizione alla Commissione Difesa, il generale Luciano Portolano ha elencato le necessità immediate per le Forze armate italiane. Uno dei primi obiettivi è “ripianare e mantenere un adeguato stock di munizionamento con un focus particolare sulle “battle decisive munition”” decisive in caso di guerra. Il minsitro Crosetto ha individuato come “priorità” uno scudo antimissile che oggi non è totale. Propio per la difesa aerea Portolano conferma che è stato “avviato l’approvvigionamento di ulteriori (missili nda) Aster 15, Aster 30, Aster 30 B1 NT e partecipiamo a programmi di sviluppo capacitivo di sistemi di nuova generazione”. L'Aster 30 B1 NT è in grado di intercettare missili ipersonici ed equipaggerà i nuovi sistemi di difesa terra-aria Samp-t, che entreranno in servizio entro il 2026. Alcune batterie le abbiamo mandate in Ucraina. La componente corazzata, che attende da anni nuovi carri, è un’ulteriore priorità. Per il dominio aereo arriveranno altri 24 Eurofighter e 25 F-35, che però risultano in parte già superati dai futuri caccia di sesta generazione. Per questo “proseguirà il Global combat air programme con Regno Unito e Giappone”. Leonardo, il colosso tricolore della Difesa, collabora con la tedesca Rheinmetall per la produzione di carri armati. E il 16 giugno è stata costituita una joint venture con l’azienda turca Bayktar specializzata nella produzione di droni militari. I siti coinvolti in Italia sono Ronchi dei Legionari, Torino, Roma Tiburtina e Grottaglie. L’amministratore delegato, Roberto Cingolani, ha rivelato che il piano industriale prevede le prime consegne nel 2026, in un mercato da 100 miliardi nel prossimo decennio. A fine giugno il centro studi, European Council on Foreign Relations, ha realizzato un sondaggio sui temi della sicurezza e della difesa in 12 paesi europei compresa l’Italia. Rispetto al resto del continente, dall’Inghilterra alla Polonia, passando per la Svizzera l’opinione publica nel nostro paese va in controtendenza. Solo il 17% degli italiani è favorevole all'aumento della spesa militare e appena il 35% vorrebbe lo sviluppo di un deterrente nucleare europeo alternativo che non dipenda dagli Stati Uniti. L’ex ambasciatore italiano alla Nato, Francesco Talò, che è stato anche consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, fa notare che sul 5% del prodotto interno lordo deciso dall’Alleanza atlantica entro il 2035 “i soldi per la Difesa sono il 3,5% con scadenza al 2035 e l’1,5% riguarda la sicurezza come la mobilità militare ovvero strade, porti, infrastrutture. E comprende pure gli investimenti nella sfida cyber e dell’intelligenza artificiale, che è innovazione positiva per la crescita del sistema paese”. Il governo, in cambio, vuole da Bruxelles garanzie che non si attivi, per queste spese, il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil sul bilancio. Negli altri paesi europei la maggioranza è favorevole all’introduzione della leva obbligatoria, ma da noi è minoranza con il 41%. Dalla Danimarca al Portogallo, Regno Unito e paesi Baltici una stragrande maggioranza sostiene il supporto militare a Kiev. Ungheresi, romeni e italiani, ben il 59%, la pensano all’opposto. Talò vede il bicchiere mezzo pieno: “Più che riarmo c’è la necessità dei compiti a casa per la Difesa, che avremmo dovuto fare da anni. In maniera paradossale la spinta di Trump, sul ruolo in Europa e le spese per la Nato, ci consentirà di essere più indipendenti dagli Stati Uniti”. Fausto Biloslavo |
[continua] |
|
video
|
|
21 novembre 2015 | Tele 4 | reportage
Ring - Speciale terrorismo
Intervista a tutto campo sugli attacchi di Parigi ed il pericolo delle bandiere nere
|
|
|
|
radio

|
23 settembre 2010 | Nuova Spazio Radio | intervento |
Europa
L'estrema destra in Europa avanza
Tutti euroscettici fanno leva sulle paure dell’immigrazione galoppante, delle minoranze scomode come i Rom e della moltiplicazione dei minareti. L’ingresso nel parlamento svedese dei “Democratici” di Jimmie Akesson, che a 31 anni viene bollato esageratamente come il nuovo Hitler, è solo l’ultimo dei successi della destra dura e pura nel vecchio continente.
In realtà si tratta di movimenti con diversi gradi di estremismo e populismo, che stanno crescendo soprattuto nell’est Europa e nel freddo nord.
|

|
05 ottobre 2010 | Radio 24 | intervento |
Europa
Allarme terrorismo
Anche Italia e Spagna, oltre a Gran Bretagna, Francia e Germania, erano possibili obiettivi dell'attacco multiplo dei terroristi in Europa, stile Mumbai. Lo rivela al quotidiano inglese Daily Telegraph una fonte dell' intelligence Usa. Il piano dei terroristi studiato nelle aree tribali pachistane, a ridosso del confine afghano, prevedeva attacchi nei centri della capitali europee o delle principali città. Commando suicidi, come a Mumbai, avrebbero cominciato a sparare per strada, in mezzo ai passanti, o si sarebbero fatti saltare in aria per compiere un massacro.
GIULIETTO CHIESA PENSA CHE SIA "DISTRAZIONE DI MASSA". UN GRANDE COMPLOTTO INVENTATO O POCO VIA, COME L'11 SETTEMBRE.
|
|
|
|
|