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30 settembre 2026 - Interni - Egitto - Il Giornale
La premier: “Regeni, verità senza strappi con l’Egitto�
Fausto Biloslavo
Da Praga, in visita nella Repubblica ceca, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ribadisce “la vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni, alla loro richiesta, che è anche la nostra, di verità e giustizia”. E sulla condanna dei sequestratori del ricercatore friulano sottolinea che “non è ancora passata in giudicato. Tutto quanto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario. Nella ricerca di verità e giustizia abbiamo sempre utilizzato tutti i canali che avevamo con il Cairo, politici e diplomatici”. In nome di una concreta realpolitik dubita “che chiudendo questi canali ci si avvicini ai nostri obiettivi”. 
La sentenza “a metà” sulla tragica fine di Giulio Regeni ha fatto, inevitabilmente, scoppiare la polemica politica. Da una parte i genitori, gli unici giustificati avendo perso un figlio torturato fino alla morte, e le opposizioni che vogliono rompere con l’Egitto e sparano a palle incatenate. Pochi ricordano che è stato il governo Conte a mantenere le relazioni con il Cairo dopo il brutale assassinio. Dall’altra la prudenza del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che finisce nel mirino. “Siamo determinatissimi, altro che cauti” nel scovare gli assassini, replica nella serata di ieri. E parla di una “sentenza limitata perchè non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Vogliamo che si faccia piena luce, non abbiamo mai mollato”. Il governo Meloni si è costituito parte civile nel processo, come i precedenti esecutivi, ottenendo con la sentenza di lunedì il riconoscimento di 150mila euro, rispetto al risarcimento richiesto dall’Avvocatura dello Stato di due milioni. 
In mezzo la difesa degli imputati “fantasma”, che presenteranno ricorso.  Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed, ufficiali della National security egiziana sono stati condannati a 10 anni per sequestro, ma nessuno per l’omicidio, anche se Regeni non è sopravissuto dopo essere finito fra le grinfie degli aguzzini. Il più alto in grado, il generale Tariq Sabir, è stato assolto per insufficienza di prove. L’impugnazione della sentenza sarà presentata dopo il deposito delle motivazioni, attese entro 90 giorni. Pure la Procura che aveva chiesto pene ben più pesanti (ergastolo per il maggiore Sharif e 17 anni per gli altri tre imputati) potrebbe pensarci, ma la strada del ricorso è in salita. 
I legali degli imputati, assenti in primo grado, contestano il fatto di non poter impugnare la sentenza senza una procura speciale firmata dagli stessi condannati in primo grado. Le autorità egiziane non hanno mai fornito il domicilio degli ufficiali sotto processo, dove notificare gli atti e ci è voluta una sentenza della Corte costituzionale per mandare avanti il processo. Probabilmente sarà inevitabile una nuova decisione della suprema corte, ma il processo di appello rischia di non cominciare prima di due anni. Il rischio è che si arrivi alla prescrizione previsto per il reato di sequestro dopo 12 anni dai fatti. Regeni è stato ucciso nel 2016.
Il vicepremier Tajani ha dichiarato ieri che “sono colpevoli agenti dei servizi segreti, del sistema di sicurezza. Quando ci sarà una condanna formale dell'Egitto, ne trarremo le conseguenze”. E aggiunto che bisogna “leggere la sentenza. Un processo è un processo, noi vogliamo sapere chi sono gli assassini di Regeni. Fino ad adesso nessuno è riuscito a dimostrarlo”.
Apriti cielo: l’opposizione ha sparato a zero, tutto il giorno, contro il ministro degli Esteri. "Tajani ha perso un'altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell'apparato di sicurezza egiziano - ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein - Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi”. I 5 stelle vogliono chiedere, oggi, attraverso il gruppo The Left “un dibattito straordinario sul caso Regeni da tenersi nella prossima plenaria di Strasburgo".
[continua]

video
23 febbraio 2016 | Porta a Porta | reportage
Il caso Regeni
Un video, denunce pubbliche dei pericoli per gli studenti in Egitto e scritti militanti mostrano un altro volto dei referenti accademici inglesi di Giulio Regeni. Non sono solo professori universitari, ma attivisti contro il regime egiziano oppure erano a conoscenza dei rischi della ricerca al Cairo dello studente friulano. Lo rivela il numero di Panorama in edicola con un titolo forte: “Le colpe dei docenti di Cambridge”.

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10 febbraio 2016 | Sky Tg24 | reportage
Il caso Regeni
I misteri di un'orribile moret al Cairo. I suoi supervisori dell'università di Cambridge lo avevano messo in guardia sui rischi che correva?

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21 agosto 2013 | Uno Mattina | reportage
I Fratelli musulmani piegati dalla piazza e dai militari
Sull'Egitto i grandi inviati sono rimasti infatuati dai Fratelli musulmani duramente repressi, ma gran parte degli egiziani non stava più con loro e non li considerava delle vittime

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radio

07 aprile 2016 | Zapping Rai Radio 1 | intervento
Egitto
Regeni: la pista inglese
Le referenti accademiche di Regeni sono protette da un insolito tabù mediatico e governativo. In realtà proprio il ruolo delle docenti di Cambridge potrebbe indirizzare verso il movente dell’orribile fine del giovane ricercatore. Maha Abdulrahaman, la sua tutor di origini egiziane, l’11 giugno dello scorso anno aveva tenuto una conferenza sui “Diritti umani in Egitto” a Cambridge nella sede di Amnesty international, che ha lanciato la campagna “verità per Giulio”. La conferenza denunciava le “forme di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari”. Pur conoscendo bene i pericoli ha controfirmato l’analisi del rischio presentata da Regeni all’università per poter andare al Cairo. La sua sodale, Alexander, ha storto il naso contro la “tardiva” presa di posizione britannica: “Quando un dottorando viene torturato ed ucciso i ministri sembrano riluttanti a dire qualcosa di critico sulle autorità egiziane”. In ottobre con Regeni al Cairo, grazie ai suoi contatti, la docente di Cambridge pubblicava un’analisi proponendo l’alleanza fra gli attivisti di sinistra ed i Fratelli musulmani “capace di farla finita con il regime del generale” Al Sisi, presidente egiziano. Il 25 ottobre firmava un appello contro la visita del capo dello stato egiziano a Londra, poi pubblicato su Ikhwanweb, il sito ufficiale dei Fratelli musulmani. Il 4 novembre con Regeni sempre in prima linea al Cairo arringava la piazza a Londra bollando Al Sisi come “un assassino” sollevando l’entusiasmo e lo sventolio delle bandiere della Fratellanza. Il tutto immortalato in un video, che non può essere sfuggito ai servizi inglesi ed egiziani. Alexander fin dal 2009 è in contatto con Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Revolutionary Council, il governo ombra dell’opposizione ad Al Sisi con sede a Ginevra. La Farnesina non ha mai voluto commentare questa parte, inquietante ed ambigua, del caso Regeni, che potrebbe portare al movente del delitto.

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15 febbraio 2016 | Zapping Radio uno | intervento
Egitto
Misteri e sospetti sulla morte di Regeni
Ospedali Bombardati in Siria.Non si fermano i raid:Germano Dottori analista strategicoLuiss,Gastone Breccia esperto Medio Oriente,Loris De Filippi presidente MSF. I misteri ed i sospetti sulla morte di Regeni:Fausto Biloslavo.

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