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03 luglio 2019 - Esteri - Mondo - Panorama
Un mare di guerra

Un drone spia Usa abbattuto dagli iraniani, petroliere danneggiate da mine magnetiche, nuove truppe americane inviate nell’area sono i campanelli d’allarme di una pericolosa escalation nel Golfo Persico. Però lo stretto di Hormuz, giugulare del petrolio mondiale, non è l’unica zona marittima strategica che potrebbe scatenare un conflitto. I mari di “guerra”, dove potenze regionali e globali si confrontano mostrando i muscoli, non mancano dall’estremo Oriente, all’Artico passando per il Mediterraneo fino al Sud America.

“La posta in gioco nel Golfo è molto alta. Ne va di mezzo l’ordine mondiale e il funzionamento di intere economie legate ai flussi energetici via mare” spiega a Panorama l’ex ammiraglio Fabio Caffio, analista dell’Istituto affari internazionali. Da Hormuz passa il 35% del petrolio per il fabbisogno mondiale, ma ben l’80% non arriva in Occidente bensì ai mercati asiatici a cominciare da India e Cina. E bloccare lo stretto, come paventano gli iraniani, non è così facile. “La strategia di interdizione si baserebbe su azioni occasionali di disturbo tramite barchini esplosivi, droni armati o mine navali, più che su impiego di unità in pattugliamento o batterie missilistiche terrestri” sostiene Caffio. “C’è un solo punto dove le petroliere passano in acque iraniane, ma anche bloccandolo le cisterne non gigantesche possono navigare più a sud attraverso le acque internazionali o degli Emirati arabi” fa notare a Panorama una fonte che ha lavorato nella nostra intelligence sull’Iran. 

Quattro petroliere danneggiate in poche settimane e un drone spia americano abbattuto dalla contraerea iraniana il 20 giugno, nella spazio aereo internazionale secondo gli Usa, non sono uno scherzo. Il presidente americano, Donald Trump, lo ha definito “un grande errore dell’Iran”. Secondo l’ex generale dei paracadutsiti, Marco Bertolini, che ha comandato i corpi speciali italiani, “la tensione è manovrata ad arte, ma può sempre sfuggire di mano. L’Iran ci ha messo del suo abbattendo il drone, ma dietro le quinte ci sono gli israeliani che vedono gli ayatollah come una minaccia mortale e hanno convinto il presidente Trump a schierarsi al loro fianco”. 

L’alta tensione marittima è molto più vicina di quello che si immagina. “Il Mediterraneo è il mare più “caldo” di tutti e la politica fa finta di non vedere. Siria e Libia, paesi rivieraschi, sono in guerra. Nazioni nevralgiche, come l’Egitto, è a rischio terrorismo. E la Turchia, anche se fa parte della Nato, segue una deriva autonoma sempre più distante dall’Europa” sottolinea a Panorama l’ex ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, che è stato capo di stato maggiore della Difesa. Lo scorso maggio la Turchia ha lanciato un’imponente esercitazione, nome in codice “Lupo di mare” con 131 navi, 55 aerei, e 25 mila soldati. Le manovre hanno interessato contemporaneamente il mar Mediterraneo orientale, l’Egeo e il mar Nero. Il messaggio di forza era rivolto soprattutto 

agli storici rivali greci e a Cipro. La posta in gioco non è solo politica, ma riguarda la spartizione delle Zone economiche esclusive per lo sfruttamento delle enormi risorse energetiche sottomarine. La Nato appoggia la Grecia e l’Unione europea è dalla parte di Cipro contro Ankara. Le navi da guerra turche hanno cacciato lo scorso anno dal largo dell’isola cipriota una nostra nave di esplorazione della Saipem. Nel grande gioco del  Mediterraneo l’Italia è coinvolta con l’Eni nel mega giacimento di gas egiziano offshore di Zohr. 

Caffio evidenzia, però, che siamo troppo timidi e deboli: “L’Italia non ha reagito adeguatamente all’iniziativa  dell’Algeria di estendere la propria Zona economica esclusiva su aree della nostra piattaforma continentale”.

Le contese energetiche riguardano pure i libanesi convinti che il giacimento Leviathan, al largo delle coste israeliane (6 miliardi di metri cubi di gas) si estenda nei fondali del paese dei cedri. Le guerre con il Libano non hanno ancora permesso che vengano delineati i confini marittimi con Israele, ma in luglio inizieranno i primi negoziati diretti, che si terranno nel quartier generale dell’Onu nel Sud del Libano, a Naqura. Gli onori di casa li farà il comandate dei caschi blu, il generale italiano Stefano Del Col. 

Un altro focolaio di tensione è il blocco navale della striscia di Gaza. Il 12 giugno Israele ha ridotto la zona di pesca ai palestinesi da 15 a 10 miglia come rappresaglia per l’ennesimo lancio di aquiloni incendiari da Gaza.

Nell’Europa orientale, il piccolo mare interno di Azov è terreno di scontro militare fra Russia e Ucraina. Il 25 novembre scorso unità della Marina di Kiev hanno tentato di passare lo stretto di Kerch, che unisce il mar Nero alle acque di Azov. Un punto strategico occupato dai russi nel 2014 quando si sono ripresi la Crimea. E sopra lo stretto, il Cremlino ha voluto costruirci un ponte.  I russi hanno reagito e 24 marinai ucraini fatti prigionieri si trovano ancora dietro le sbarre. La Nato si è schierata con l’Ucraina e non a caso il 18 giugno il Pentagono ha stanziato 250 milioni di dollari di aiuti a Kiev anche per la rinascita della Marina militare.

Nell’estremo nord si sta combattendo un’altra sfida globale per il controllo dell’Artico, un forziere di 35 trilioni di dollari di petrolio e gas. Non solo: A causa dello scioglimento dei ghiacci si prevede nel 2030 un importante traffico mercantile attraverso la rotta polare, che taglierebbe del 20-30% costi e tempi di navigazione dall’estremo Oriente verso l’Europa.  “L’interesse non solo russo, ma anche di Pechino è fortissimo. Se c’è tensione a Hormuz o nel mare della Cina meridionale si cercano vie alternative come la rotta polare” spiega una fonte militare italiana.

La Russia sta espandendo la sua presenza con tre nuove basi oltre il 75imo parallello, truppe polari, 40 rompighiaccio (la flotta più numerosa al mondo) e dimostrazioni di forza. Il presidente Vladimir Putin ha definito “l’ Artico la regione più importante per il futuro del nostro paese”.  Il Pentagono ha mandato per la prima volta la portaerei USS Harry S. Truman oltre il Circolo polare. Il 7 giugno i russi hanno mobilitato tre sommergibili nucleari per un’esercitazione sotto i ghiacci. Alle spalle dell’espansione russa ci sono i soldi e gli interessi cinesi. 

Bertolini è convinto che “la Russia sta riassumendo il ruolo di super potenza globale, che ricopriva l’Unione sovietica ai tempi della guerra fredda. Gli americani pensavano di avere eliminato il problema, ma non  è così, come dimostra l’espansione nell’Artico”.

La battaglia navale più evidente si gioca in estremo Oriente, nel mare Cinese non solo meridionale. “Fra pochi anni la Marina militare di Pechino sarà allo stesso livello, se non superiore, di quella americana. Non si tratta solo di controllare il mare vicino, ma il più possibile dell’oceano Pacifico e sfruttare le risorse sottomarine ancora da scoprire” spiega l’ex ammiraglio Binelli Mantelli. La Cina sta allungando i suoi tentacoli su 1,3 milioni di miglia quadrate di acqua, dove ha impiantato 7 isole artificiali con tanto di aeroporti militari per ribadire il controllo. Nel mar Cinese meridionale passa un terzo del commercio mercantile mondiale per un totale di 3,37 trilioni di dollari. Un intricato puzzle geopolitico conteso con Vietnam, Filippine, Philippines, Malesia, Brunei e Taiwan considerata dalla Cina una provincia ribelle, che prima o dopo verrà riconquistata. La settima flotta americana è impegnata nel braccio di ferro navale con Pechino grazie a pattugliamenti ed esercitazioni per garantire la libertà di navigazione, che i cinesi considerano “provocazioni”. L’ultimo incidente è avvenuto il 10 giugno con il cacciatorpediniere russo Admiral Vinogradov, alleato dei cinesi, nel mare orientale. La nave da guerra americana Chancellorsville ha rischiato la collisione. Le due unità si sono sfiorate in alto mare  a una distanza di appena 20 metri. 

I russi hanno pure un contenzioso storico con i giapponesi per le isole Kurili, occupate da Stalin alla fine della seconda guerra mondiale. 

Dall’altra parte del mondo la guerra per le Falkland del 1982 fra Gran Bretagna e Argentina ha riportato saldamente in mani inglesi gli isolotti nell’oceano Atlantico. Il 10 giugno, però il ministro degli Esteri di Buenos Aires, Jorge Faurie, è tornato “pacificamente” alla carica ribadendo che sono state create “le condizioni di dialogo” per trattare il ritorno delle Malvinas all’Argentina.   

Fausto Biloslavo


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