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06 gennaio 2021 - Esteri - Italia - Panorama
Come le Ong si preparano al 2021
Fausto Biloslavo
Due nuove navi dei talebani dell’accoglienza da schierare nel 2021 per portare ancora più migranti in Italia. Il ritorno nel Mediterraneo della discussa Moas, la Ong fondata dall’italo americana Regina Catrambone e suo marito Christopher. E l’ “impunità” che le organizzazioni non governative stanno conquistando in Italia.
Nel cantiere tedesco di Brema si starebbe lavorando in gran segreto all’ammiraglia italiana, la Mare Jonio 2, della flotta delle Ong impegnata nel Mediterraneo. Una nave norvegese di 72 metri di lunghezza con una stazza di 1850 tonnellate, che fino ad oggi è stata utilizzata per l’assistenza alle piattaforme petrolifere. Nel cantiere verrà riadattata per il soccorso dei gommoni che partono dalla Libia. L’obiettivo è varare un’ammiraglia che possa accogliere a bordo 1000 persone. Un numero forse gonfiato, ma la nuova nave avrà anche un pallone aerostatico dotato di visori e droni, in grado di individuare i migranti in mare a grande distanza.
Mare Jonio 2 sarà l’ammiraglia di Mediterranea, il calderone civico nato nel 2018 con Arci, Ya Basta Bologna, il magazine I Diavoli, l’impresa sociale Moltivolti di Palermo. Ed i finanziamenti di Banca etica grazie alle garanzie di personaggi come Nichi Vendola, parlamentari di sinistra e l’appoggio del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e quello di Napoli Luigi De Magistris.
“Non confermo e non smentisco la notizia di una seconda nave in arrivo. Però posso solo dire che non molliamo il campo. Vedrete…” ha dichiarato a Repubblica, l’ex agitatore no global del Nord Est, Luca Casarini.
Per acquistare Mare Jonio 2 sarebbero stati spesi 800mila € e serviranno altri 100mila al mese per mantenerla in mare con un equipaggio di 36 persone. L’arrivo nel Mediterraneo dell’ammiraglia sarebbe previsto in aprile.
Se Mare Jonio 2 è ancora avvolta nel mistero, la Sea Eye 4, dei talebani dell’accoglienza tedesca in collaborazione con l’organizzazione non governativa Migrant Offshore Aid Station (Moas) è stata annunciata addirittura da un video girato da un drone, che pubblichiamo sul sito di Panorama. La nuova nave color arancione di 55 metri e 1000 tonnellate è in cantiere, sempre in Germania, per venire adattata alla ricerca e soccorso dei migranti. L’Ong Sea Eye ha raccolto oltre 700mila € in donazioni, il 96% del costo del progetto. L’operazione è sostenuta con 434.000 € dal cartello United4Rescue, che aveva già finanziato l’acquisto di Sea Watch 4 con 1 milione e 300mila €. La “nave più attrezzata del Mediterraneo” è oggi sotto sequestro dopo aver sbarcato centinaia di migranti in Italia.
Fra i 600 fondatori di United4Rescue spicca un nugolo di Chiese e parrocchie tedesche, ma anche la Chiesa riformata svizzera, associazioni cristiane come le Acli, la città di Palermo e Amnesty international. Pure il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale cattolico Reinhard Marx, che potrebbe essere il prossimo Papa, ha finanziato i talebani dell’accoglienza.
Per il varo di Sea Eye 4 rispunta una vecchia conoscenza delle Ong nel Mediterraneo dal boom del flusso migratorio dalla Libia del 2014. Regina Catrambone, direttore di Moas, annuncia la “partnership con Sea-Eye, per condividere le nostre risorse e competenze”. Tra il 2014 e il 2017, durante le missioni nel Mediterraneo e nell’Egeo, Moas sostiene di avere soccorso 40.000 migranti, quasi tutti portati in Italia, nonostante la sede dell’Ong sia a Malta. La nuova nave salperà a febbraio, salvo ritardi a causa della pandemia.
Moas aveva abbandonato le operazioni nel Mediterraneo quando il gioco si è fatto duro e le Ong sono finite sotto il tiro delle critiche e del tentativo dell’allora ministro dell’interno, Marco Minniti, di regolare le loro attività in mare. L’organizzazione non governativa si è  spostata in estremo Oriente “per aiutare i rifugiati Rohingya in fuga dalle violenze subite in Myanmar”. E oggi è impegnata anche  nello Yemen e in Somalia.
Il 14 ottobre 2015, Regina Egle Liotta (in Catrambone), nata a Reggio Calabria, era stata nominata per “motu proprio” dal presidente Sergio Mattarella, Ufficiale dell\'Ordine al Merito della Repubblica Italiana \"per il contributo che attraverso l\'Ong Moas offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo”.
Nei bilanci dell’organizzazione nel 2015 aveva messo il naso anche la Commissione Difesa convocando i coniugi fondatori, che hanno sempre giurato di aver dato vita all’Ong sborsando 8 milioni di dollari di tasca loro. Moas, in realtà, era collegata a ReSyH Limited, che fa parte del Gruppo Tangiers International LLC, multinazionale dell’intelligence e di assicurazioni in zone di guerra. Secondo i bilanci di allora quasi due milioni di euro dei donatori sono andati a finire nella casse delle società private dei fondatori per il noleggio della nave.
Gorden Isler, direttore e portavoce di Sea Eye, non ha dubbi: “Siamo orgogliosi di riportare in azione sulla nostra nave i pionieri del soccorso in mare di Moas”.
Da marzo sono state bloccate in Italia 6 navi dei talebani dell’accoglienza, perché non abilitate al soccorso in mare o per la mancanza di attrezzature. Prima o dopo, però, vengono sempre dissequestrate grazie ad un’agguerrita falange di avvocati.
Il 23 dicembre il Tar di Palermo ha chiamato in causa la Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo per stabilire la sorte di  Sea Watch 3 e della Sea Watch 4, le due navi dell’omonima Ong tedesca ancora sotto sequestro.
Il 4 dicembre il gip del tribunale di Agrigento ha disposto l\'archiviazione dell\'inchiesta a carico di Luca Casarini e Pietro Marrone, capo missione e comandante della nave Mare Jonio indagati per favoreggiamento dell\'immigrazione clandestina e \"mancato rispetto di un ordine dato da una nave militare”. I talebani dell’accoglienza di casa nostra hanno risposto con un tweet attaccando: “Quando finiranno sotto accusa i governi?”. E ricordato che rimangono sotto inchiesta “per aver effettuato altri soccorsi in mare e salvato centinaia di vite, altri tre nostri comandanti e due capi missione”.
Peccato che le accuse contro le Ong si sciolgono sempre come neve al sole. Su 24 inchieste aperte negli ultimi tre anni solo 1 del lontano 2017, della procura di Trapani su nave Juventa, dovrebbe concludersi con un processo, ancora fermo. Tutte le altre sono finite in una bolla di sapone. La procura di Agrigento, con 9 casi archiviati e quella di Roma con altri 7 finiti nel nulla sono al top rispetto a Ragusa, Palermo, Catania e Siracusa.
Pure la famosa “capitana” Carola Rackete, in attesa della conclusione delle indagini, è stata di fatto già “graziata” dalla Cassazione per lo sbarco forzato del 2018 con tanto di motovedetta della Finanza schiacciata contro la banchina.  Ovviamente non ha avuto grande risalto sui media italiani il fermo di Rackete in novembre da parte della polizia tedesca. L’eroina delle Ong, vestita da pinguino, è rimasta coinvolta in scontri assieme ad un gruppo di ambientalisti, che difende una foresta dal prolungamento dell’autostrada A 49.
Emblematico il non luogo a procedere del 4 novembre per Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier, comandante e capo missione della nave Open Arms, accusati di favoreggiamento dell\'immigrazione clandestina e violenza privata per lo sbarco di 218 migranti nel 2018. Per la prima volta i responsabili di una Ong del mare finivano alla sbarra, ma il tribunale di Ragusa li ha subito “asssolti”. Il procuratore capo, Fabio D’Anna, aveva ottenuto il rinvio a giudizio denunciando che  “l’unico vero obiettivo della Ong non fosse quello umanitario di salvare i migranti, ma (…) di portarli ad ogni costo in Italia in spregio alle regole”. Gli spagnoli hanno brindato alla sentenza salpando da Barcellona: “Parte la nostra Missione 78. E\' bello che inizi nel giorno in cui la legge ci ha dato ragione”. Il 14 novembre Open Arms ha sbarcato a Trapani 253 persone. Fino a Natale sono arrivati in Italia 34.103 migranti, rispetto agli 11.439 dello scorso anno.

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14 maggio 2020 | Tg5 | reportage
Trieste, Lampedusa del Nord Est
Fausto Biloslavo TRIESTE - Il gruppetto è seduto sul bordo della strada asfaltata. Tutti maschi dai vent’anni in su, laceri, sporchi e inzuppati di pioggia sembrano sfiniti, ma chiedono subito “dov’è Trieste?”. Un chilometro più indietro passa il confine con la Slovenia. I migranti illegali sono appena arrivati, dopo giorni di marcia lungo la rotta balcanica. Non sembra il Carso triestino, ma la Bosnia nord occidentale da dove partono per arrivare a piedi in Italia. Scarpe di ginnastica, tute e qualche piumino non hanno neanche uno zainetto. Il più giovane è il capetto della decina di afghani, che abbiamo intercettato prima della polizia. Uno indossa una divisa mimetica probabilmente bosniaca, un altro ha un barbone e sguardo da talebano e la principale preoccupazione è “di non venire deportati” ovvero rimandati indietro. Non sanno che la Slovenia, causa virus, ha sospeso i respingimenti dall’Italia. Di nuovo in marcia i migranti tirano un sospiro di sollievo quando vedono un cartello stradale che indica Trieste. Il capetto alza la mano in segno di vittoria urlando da dove viene: “Afghanistan, Baghlan”, una provincia a nord di Kabul. Il 12 maggio sono arrivati in 160 in poche ore, in gran parte afghani e pachistani, il picco giornaliero dall’inizio dell’anno. La riapertura della rotta balcanica sul fronte del Nord Est è iniziata a fine aprile, in vista della fase 2 dell’emergenza virus. A Trieste sono stati rintracciati una media di 40 migranti al giorno. In Bosnia sarebbero in 7500 pronti a partire verso l’Italia. Il gruppetto di afghani viene preso in carico dai militari del reggimento Piemonte Cavalleria schierato sul confine con un centinaio di uomini per l’emergenza virus. Più avanti sullo stradone di ingresso in città, da dove si vede il capoluogo giuliano, la polizia sta intercettando altri migranti. Le volanti con il lampeggiante acceso “scortano” la colonna che si sta ingrossando con decine di giovani stanchi e affamati. Grazie ad un altoparlante viene spiegato in inglese di stare calmi e dirigersi verso il punto di raccolta sul ciglio della strada in attesa degli autobus per portarli via. Gli agenti con le mascherine controllano per prima cosa con i termometri a distanza la temperatura dei clandestini. Poi li perquisiscono uno ad uno e alla fine distribuiscono le mascherine ai migranti. Alla fine li fanno salire sugli autobus dell’azienda comunale dei trasporti cercando di non riempirli troppo per evitare focolai di contagio. “No virus, no virus” sostiene Rahibullah Sadiqi alzando i pollici verso l’alto in segno di vittoria. L’afghano è partito un anno fa dal suo paese e ha camminato per “dodici giorni dalla Bosnia, attraverso la Croazia e la Slovenia fino all’Italia”. Seduto per terra si è levato le scarpe e mostra i piedi doloranti. “I croati mi hanno rimandato indietro nove volte, ma adesso non c’era polizia e siamo passati tutti” spiega sorridendo dopo aver concluso “il gioco”, come i clandestini chiamano l’ultimo tratto della rotta balcanica. “Abbiamo registrato un crollo degli arrivi in marzo e per gran parte di aprile. Poi un’impennata alla fine dello scorso mese fino a metà maggio. L’impressione è che per i paesi della rotta balcanica nello stesso periodo sia avvenuta la fine del lockdown migratorio. In pratica hanno aperto i rubinetti per scaricare il peso dei flussi sull’Italia e sul Friuli-Venezia Giulia in particolare creando una situazione ingestibile anche dal punto di vista sanitario. E’ inaccettabile” spiega l'assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti, che punta il dito contro la Slovenia. Lorenzo Tamaro, responsabile provinciale del Sindacato autonomo di polizia, denuncia “la carenza d’organico davanti all’emergenza dell’arrivo in massa di immigrati clandestini. Rinnoviamo l’appello per l’invio di uomini in rinforzo alla Polizia di frontiera”. In aprile circa il 30% dei migranti che stazionavano in Serbia è entrato in Bosnia grazie alla crisi pandemica, che ha distolto uomini ed energie dal controllo dei confini. Nella Bosnia occidentale non ci sono più i campi di raccolta, ma i migranti bivaccano nei boschi e passano più facilmente in Croazia dove la polizia ha dovuto gestire l’emergenza virus e pure un terremoto. Sul Carso anche l’esercito impegnato nell’operazione Strade sicure fa il possibile per tamponare l’arrivo dei migranti intercettai pure con i droni. A Fernetti sul valico con la Slovenia hanno montato un grosso tendone mimetico dove vengono portati i nuovi arrivati per i controlli sanitari. Il personale del 118 entra con le protezioni anti virus proprio per controllare che nessuno mostri i sintomi, come febbre e tosse, di un possibile contagio. Il Sap è preoccupato per l’emergenza sanitaria: “Non abbiamo strutture idonee ad accogliere un numero così elevato di persone. Servono più ambienti per poter isolare “casi sospetti” e non mettere a rischio contagio gli operatori di Polizia. Non siamo nemmeno adeguatamente muniti di mezzi per il trasporto dei migranti con le separazioni previste dall’emergenza virus”. Gli agenti impegnati sul terreno non sono autorizzati a parlare, ma a denti stretti ammettono: “Se va avanti così, in vista della bella stagione, la rotta balcanica rischia di esplodere. Saremo travolti dai migranti”. E Trieste potrebbe trasformarsi nella Lampedusa del Nord Est.

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16 marzo 2012 | Terra! | reportage
Feriti d'Italia
Fausto Biloslavo racconta le storie di alcuni soldati italiani feriti nel corso delle guerre in Afghanistan e Iraq. Realizzato per il programma "Terra" (Canale 5).

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10 giugno 2008 | Emittente privata TCA | reportage
Gli occhi della guerra.... a Bolzano /2
Negli anni 80 lo portava in giro per Milano sulla sua 500, scrive Panorama. Adesso, da ministro della Difesa, Ignazio La Russa ha voluto visitare a Bolzano la mostra fotografica Gli occhi della guerra, dedicata alla sua memoria. Almerigo Grilz, triestino, ex dirigente missino, fu il primo giornalista italiano ucciso dopo la Seconda guerra mondiale, mentre filmava uno scontro fra ribelli e governativi in Mozambico nell’87. La mostra, organizzata dal 4° Reggimento alpini paracadutisti, espone anche i reportage di altri due giornalisti triestini: Gian Micalessin e Fausto Biloslavo.

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radio

03 gennaio 2011 | Radio Capodistria - Storie di bipedi | intervento
Italia
Gli occhi della guerra
Le orbite rossastre di un bambino soldato, lo sguardo terrorizzato di un prigioniero che attende il plotone di esecuzione, l’ultimo rigagnolo di vita nelle pupille di un ferito sono gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage di prima linea. Dopo l’esposizione in una dozzina di città la mostra fotografica “Gli occhi della guerra” è stata inaugurata a Trieste. Una collezione di immagini forti scattate in 25 anni di reportage da Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Almerigo Grilz, ucciso il 19 maggio 1987 in Mozambico, mentre filmava uno scontro a fuoco. La mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 20 gennaio, è organizzata dall’associazione Hobbit e finanziata dalla regione Friuli-Venezia Giulia. L’esposizione è dedicata a Grilz e a tutti i giornalisti caduti in prima linea. Il prossimo marzo verrà ospitata a Bruxelles presso il parlamento europeo.Della storia dell'Albatross press agency,della mostra e del libro fotografico Gli occhi della guerra ne parlo a Radio Capodistria con Andro Merkù.

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25 maggio 2010 | Spazio Radio - Radio 1 | intervento
Italia
L'Islam nelle carceri italiane
In Italia su oltre 23mila detenuti stranieri, 9840 risultano musulmani, secondo i dati ufficiali. Almeno seimila, però, non si sono dichiarati. Il rapporto di 364 pagine, “La radicalizzazione jihadista nelle istituzioni penitenziarie europee”, realizzato dall’esperto di Islam nella carceri, Sergio Bianchi, ne indica 13mila.
In Italia ci sono circa 80 islamici dietro le sbarre per reati connessi al terrorismo. Dal 2009 li hanno concentrati in quattro istituti di pena: ad Asti, Macomer, Benevento e Rossano. Nel carcere di Opera, invece, sono arrivati Adel Ben Mabrouk, Nasri Riadh e Moez Abdel Qader Fezzani, ex prigionieri di Guantanamo. Chi li controlla ogni giorno racconta che parlano in italiano. La guerra santa in Afghanistan l’hanno abbracciata dopo aver vissuto come extracomunicatori nel nostro paese. Non si possono incontrare fra loro e vivono in celle singole. Pregano regolarmente con molta devozione e hanno mantenuto i barboni islamici.

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03 giugno 2019 | Radio Scarp | intervento
Italia
Professione Reporter di Guerra


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06 settembre 2018 | Radio immaginaria | intervento
Italia
Teen Parade
Gli adolescenti mi intervistano sulla passione per i reportage di guerra

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15 marzo 2018 | Radio Radicale | intervento
Italia
Missioni militari e interesse nazionale
https://www.radioradicale.it/scheda/535875/missioni-militari-e-interesse-nazionale Convegno "Missioni militari e interesse nazionale", registrato a Roma giovedì 15 marzo 2018 alle 09:23. L'evento è stato organizzato da Center for Near Abroad Strategic Studies. Sono intervenuti: Paolo Quercia (Direttore del CeNASS, Center for Near Abroad Strategic Studies), Massimo Artini (vicepresidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati, Misto - Alternativa Libera (gruppo parlamentare Camera)), Fausto Biloslavo (giornalista, inviato di guerra), Francesco Semprini (corrispondente de "La Stampa" da New York), Arije Antinori (dottore di Ricerca in Criminologia ed alla Sicurezza alla Sapienza Università di Roma), Leonardo di marco (generale di Corpo d'Armata dell'Esercito), Fabrizio Cicchitto (presidente della Commissione Affari esteri della Camera, Area Popolare-NCD-Centristi per l'Europa). Tra gli argomenti discussi: Difesa, Esercito, Esteri, Forze Armate, Governo, Guerra, Informazione, Italia, Ministeri, Peace Keeping, Sicurezza. La registrazione video di questo convegno ha una durata di 2 ore e 46 minuti. Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio

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