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Articolo
14 luglio 2021 - Interni - Italia - Panorama |
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| L’altra metà del carcere |
Aggressioni e violente proteste hanno provocato il ferimento di quattro agenti di polizia penitenziaria fra il 16 e 19 giugno. Un detenuto, in sala colloqui del carcere di Bari, ha aggredito con un pugno un basco azzurro per poi scagliarsi contro altri due poliziotti. A Turi hanno messo in atto “una protesta collettiva all’interno della seconda sezione - denunciano gli agenti - cominciando a sbattere oggetti sulle inferriate, gridando con cori da stadio, fortemente offensivi, contro il personale di polizia e lanciando dalle celle verso il corridoio frutta, ortaggi, uova, rifiuti e anche due torce rudimentali incendiate”. La mattina dopo, durante la consegna di un pacco postale, un detenuto, ha prima inveito contro un poliziotto e poi scaraventato la scrivania contro il muro scagliandosi contro l’agente e colpendolo al volto con una gomitata. Lo stesso detenuto, alcune ore dopo, incendiava pezzi di materasso e gettava acqua e sapone sul pavimento per far scivolare le guardie. Morsi, bastonate, olio bollente, sputi, minacce e insulti anche ai familairi sui social, scritte sui muri all’esterno del carcere “secondino muori!” sono l’altra faccia della medaglia. Le aggressioni alle guardie non godono dei riflettori come l’inaccettabile spedizione punitiva nell’istituto di pena di Santa Maria Capua Vetere. Bernando Petralia, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia, ha ammesso che nelle carceri gli episodi di violenza nei confronti degli agenti superano i due al giorno. Tutto offuscato dai video della “perquisizione straordinaria” del 6 aprile 2020 nel carcere “Francesco Uccella” trasformata in pestaggi da paese autoritario o del terzo mondo. L’Italia bloccata dal virus era scossa dalle rivolte in 21 carceri che hanno provocato 13 vittime fra i detenuti, 170 agenti feriti, evasioni e danni per 40 milioni di euro. “Che i responsabili non pagheranno mai - sottolinea Donato Capece, segretario del Sappe, sindacato degli agenti di custodia - Ma le violenze gratuite sono inaccettabili. La polizia penitenziaria non è quella dei video di Santa Maria Capua Vetere. Quando ho viste le immagini mi si è accapponata la pelle”. La Guardasigilli, Marta Cartabia, ha bollato la spedizione punitiva come “tradimento della Costituzione”. La magistratura ha emesso 52 misure cautelare nei confronti degli agenti. Cartabia, però, pochi giorni prima puntava il dito contro le violenze da parte dei detenuti. “Più volte mi avete portato all’attenzione un problema che conosco molto bene e che – vi garantisco – seguo con attenzione e crescente preoccupazione: quello delle aggressioni agli agenti” esordiva il 16 giugno alle celebrazioni per il 204° anno della polizia penitenziaria. “Gli episodi dei primi 6 mesi del 2021 sono stati 397, cifre altissime, come lo sono gli 837 avvenuti nell’intero 2020 - dichiarava Cartabia - Nessuna violenza può mai trovare giustificazione, né tolleranza”. Le foto inviate a Panorama delle aggressioni ai baschi azzurri mostrano ferite, divise strappate e insanguinate, lividi sul collo, occhi tumefatti e punti di sutura. Uno scatto, che abbiamo deciso di non pubblicare, fa vedere il moncone di un dito mignolo di un poliziotto del Gom, il Gruppo operativo mobile, appena tranciato dal morso di un detenuto. Il 6 luglio si è tenuta al tribunale di Sulmona la prima udienza per un ergastolano calabrese che nel supercarcere di Peligno rovesciò due litri di olio bollente addosso a un agente rimasto gravemente ustionato. Il 30 giugno “due detenuti ubriachi hanno aggredito vilmente alle spalle un sovrintendente di polizia penitenziaria con una sgabellata procurandogli una lesione ad uno zigomo e una sospetta frattura al polso” denuncia Giuseppe Ninu, segretario regionale per l’Abruzzo del Sindacato autonomo polizia penitenziaria. Poi hanno colpito un assistente capo, procurandogli una sospetta lesione di un timpano e infine hanno sferrato un pugno in bocca all’ispettore di sorveglianza. “Gli stranieri sono i più aggressivi e violenti, insultano e sputano, perché pensano di essere impuniti - spiega Capece - Per uno stipendio base di 1300 euro al mese si rischia ogni giorno. Dei 41mila agenti previsti siamo in 37mila effettivi sottoposti a turni massacranti. Il mondo del carcere è dimenticato da tutti. E la politica si sveglia solo quando accadono fatti inaccettabili come a Santa Maria Capua Vetere”. Gli agenti, che all’interno delle sezioni sono disarmati chiedono a gran voce pistole elettriche “taser”, spray al peperoncino, strumenti non letali per difendersi dalla violenza. La lista delle aggressioni è lunga e riguarda spesso detenuti con problemi psichiatrici. Il 23 settembre 2020 un nigeriano che lavorava nel penitenziario di Ferrara ha aggredito un agente mordendolo all’altezza dello stinco della gamba destra. Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria, denuncia “un escalation delle aggressioni” e la tattica dei detenuti violenti che “denunciano a loro volta gli operatori sostenendo di essere stati malmenati, suscitando clamore mediatico e indagini della magistratura”. I terroristi di matrice islamica sono un altro problema delicato. “Quando erano a Macomer, compresi due arrivati da Guantanamo, i detenuti jihadisti cercavano lo scontro ogni giorno. Inneggiavano agli attentati in Afghanistan contro le nostre truppe. E guai a sfogliare il Corano che avevano in cella per controllare che non ci fossero messaggi. Ci insultano dicendo di tutto e bollandoci come razzisti. Sembra un campo di battaglia quotidiano pure adesso che sono a Sassari” rivela un veterano della prima linea in carcere. “La maggioranza del personale è onesto, ma esistono delle mele marce che entrano in carcere come guardie ed escono da condannati - fa notare Enrico Sbriglia, 40 anni di direzione di istituti di pena alle spalle - I video di Santa Maria Capua Vetere mi umiliano e disorientano tantissimo, ma sarebbe ipocrita dire che si tratta di una sorpresa”. Sbriglia, presidente del Centro europeo di studi penitenziari di Roma, è convinto che di tratta “del risultato di una sequela di eventi, che mal governati generano queste barbarie. Per non parlare del fatto che negli anni sono stati nominati magistrati al vertice dell’amministrazione penitenziaria, che nulla conoscevano del carcere dall’interno”. A maggio la popolazione carcerarie era di 53.660 persone rispetto ad una capienza per 50mila detenuti. In un recente passato si è arrivati anche a superare i 60mila. Oggi il 32% è straniero (16.940) con una maggioranza di africani. Lo scorso anno gli “atteggiamenti offensivi” sono stati 9.196 e 1.167 le “partecipazioni a disordini o sommosse”. Da gennaio sono 4 i suicidi di agenti. Altri 17 dal 2019 e a Venezia si era tolta la vita con la pistola d’ordinanza anche una giovane donna, Maria Teresa, 28 anni, per tutti Sissy. Bruno Polsinelli segretario provinciale Sinappe Torino ha denunciato senza mezzi termini i ritmi massacranti per mancanza di personale: “Al posto delle 6 ore al giorno fai turni di 9-10 ore. Quelli di piantonamento e traduzione detenuti durano anche 24 ore consecutive. Il turno di riposo arriva ogni 24 giorni”. I video di Santa Maria Capua Vetere hanno scatenato minacce di morte. A Roma è apparso lo striscione \"52 mele marce? Abbattiamo l’albero” firmato da un cerchio attraversato da una freccia, simbolo degli squatter. In Sardegna sono apparsi manifesti anarchici intitolati \"Non lasciamo soli i detenuti...isoliamo le guardie”. A Napoli e nel Lazio viene raccomandato agli agenti di non indossare la divisa per andare al lavoro per evitare ritorsioni. Le foto e i nomi degli indagati del raid punitivo sono finiti sui giornali locali e sui social si è aperta la caccia alle guardie. Due donne campane, parenti delle vittime delle violenze, hanno postato un video su Tik Tok rivolto agli agenti penitenziari “colpevoli”. Le signore sostengono che “i detenuti ve l’hanno messo nel culo…..” e le “vostre mogli adesso dovranno fare i bocchini (probabilmente per campare nda) a cinque centesimi l’uno”. Al Dipartimento amministrazione penitenziaria sono seriamente preoccupati delle minacce e della “demoralizzazione” del corpo. I veterani degli istituti di pena raccontano: “Sono tanti gli agenti che prima di entrare in carcere si fanno il segno della croce, qualcuno ha anche un altarino con il santo protettore, perché non sanno mai come andrà a finire la giornata”. Fausto Biloslavo |
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30 aprile 2020 | Tg5 | reportage
L'anticamera dell'inferno
Fausto Biloslavo
TRIESTE - “Per noi in prima linea c’è il timore che il ritorno alla vita normale auspicata da tutti possa portare a un aumento di contagi e dei ricoveri di persone in condizioni critiche” ammette Gianfranco, veterano degli infermieri bardato come un marziano per proteggersi dal virus. Dopo anni in pronto soccorso e terapia intensiva lavorava come ricercatore universitario, ma si è offerto volontario per combattere la pandemia. Lunedì si riapre, ma non dimentichiamo che registriamo ancora oltre 250 morti al giorno e quasi duemila nuovi positivi. I guariti aumentano e il contagio diminuisce, però 17.569 pazienti erano ricoverati con sintomi fino al primo maggio e 1578 in rianimazione. Per entrare nel reparto di pneumologia semi intensiva respiratoria dell’ospedale di Cattinara a Trieste bisogna seguire una minuziosa procedura di vestizione. Mascherina di massima protezione, tuta bianca, copri scarpe, doppi guanti e visiera per evitare il contagio. Andrea Valenti, responsabile infermieristico, è la guida nel reparto dove si continua a combattere, giorno e notte, per strappare i contagiati alla morte. Un grande open space con i pazienti più gravi collegati a scafandri o maschere che li aiutano a respirare e un nugolo di tute bianche che si spostano da un letto all’altro per monitorare o somministrare le terapie e dare conforto. Un contagiato con i capelli grigi tagliati a spazzola sembra quasi addormentato sotto il casco da marziano che pompa ossigeno. Davanti alla finestra sigillata un altro paziente che non riesce a parlare gesticola per indicare agli infermieri dove sente una fitta di dolore. Un signore cosciente, ma sfinito, con i tubi dell’ossigeno nel naso è collegato, come gli altri, a un monitor che segnala di continuo i parametri vitali. “Mi ha colpito un paziente che descriveva la sensazione terribile, più brutta del dolore, di non riuscire a respirare. Diceva che “è come se mi venisse incontro la morte”” racconta Marco Confalonieri direttore della struttura complessa di pneumologia e terapia intensiva respiratoria al dodicesimo piano della torre medica di Cattinara. La ventilazione non invasiva lascia cosciente il paziente che a Confalonieri ha raccontato come “bisogna diventare amico con la macchina, mettersi d’accordo con il ventilatore per uscire dal tunnel” e tornare alla vita.
Una “resuscitata” è Vasilica, 67 anni, operatrice di origine romena di una casa di risposo di Trieste dove ha contratto il virus. “Ho passato un inferno collegata a questi tubi, sotto il casco, ma la voglia di vivere e di rivedere i miei nipoti, compreso l’ultimo che sta per nascere, ti fa sopportare tutto” spiega la donna occhialuta con una coperta sulle spalle, mascherina e tubo per l’ossigeno. La sopravvissuta ancora ansima quando parla del personale: “Sono angeli. Senza questi infermieri, medici, operatori sanitari sarei morta. Lottano ogni momento al nostro fianco”.
Il rumore di fondo del reparto è il ronzio continuo delle macchine per l’ossigeno. L’ambiente è a pressione negativa per aspirare il virus e diminuire il pericolo, ma la ventilazione ai pazienti aumenta la dispersione di particelle infette. In 6 fra infermieri ed un medico sono stati contagiati. “Mi ha colpito la telefonata di Alessandra che piangendo ripeteva “non è colpa mia, non è colpa mia” - racconta Confalonieri con il volto coperto da occhialoni e maschera di protezione - Non aveva nessuna colpa, neppure sapeva come si è contagiata, ma si struggeva per dover lasciare soli i colleghi a fronteggiare il virus”.
Nicol Vusio, operatrice sanitaria triestina di 29 anni, ha spiegato a suo figlio che “la mamma è in “guerra” per combattere un nemico invisibile e bisogna vincere”. Da dietro la visiera ammette: “Me l’aspettavo fin dalla prime notizie dalla Cina. Secondo me avremmo dovuto reagire molto prima”. Nicol racconta come bagna le labbra dei pazienti “che con gli occhi ti ringraziano”. I contagiati più gravi non riescono a parlare, ma gli operatori trovano il modo di comunicare. “Uno sguardo, la rotazione del capo, il movimento di una mano ti fa capire se il paziente vuole essere sollevato oppure girato su un fianco o se respira male” spiega Gianfranco, infermiere da 30 anni.
Il direttore sottolinea che “il covid “cuoce” tutti gli organi, non solo il polmone e li fa collassare”, ma il reparto applica un protocollo basato sul cortisone che ha salvato una novantina di contagiati. Annamaria è una delle sopravvissute, ancora debole. Finalmente mangia da sola un piattino di pasta in bianco e con un mezzo sorriso annuncia la vittoria: “Il 7 maggio compio 79 anni”.
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29 dicembre 2010 | | reportage
Gli occhi della guerra a Trieste
Dopo aver portato la mostra su 25 anni di reportage di guerra in tutta Italia, finalmente il 29 dicembre è stata inaugurata a Trieste, presso la sala espositiva della Parrocchia di Santa Maria Maggiore, via del Collegio 6. Gli occhi della guerra sono dedicati ad Almerigo Grilz e a tutti i giornalisti caduti sul fronte dell'informazione. La mostra rimarrà aperta al pubblico dal 10 al 20 gennaio. L'evento è stato organizzato dal Circolo universitario Hobbit con la sponsorizzazione della Regione.
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06 giugno 2017 | Sky TG 24 | reportage
Terrorismo da Bologna a Londra
Fausto Biloslavo
"Vado a fare il terrorista” è l’incredibile affermazione di Youssef Zaghba, il terzo killer jihadista del ponte di Londra, quando era stato fermato il 15 marzo dello scorso anno all’aeroporto Marconi di Bologna. Il ragazzo nato nel 1995 a Fez, in Marocco, ma con il passaporto italiano grazie alla madre Khadija (Valeria) Collina, aveva in tasca un biglietto di sola andata per Istanbul e uno zainetto come bagaglio. Il futuro terrorista voleva raggiungere la Siria per arruolarsi nello Stato islamico. Gli agenti di polizia in servizio allo scalo Marconi lo hanno fermato proprio perché destava sospetti. Nonostante sul cellulare avesse materiale islamico di stampo integralista è stato lasciato andare ed il tribunale del riesame gli ha restituito il telefonino ed il computer sequestrato in casa, prima di un esame approfondito dei contenuti.
Le autorità inglesi hanno rivelato ieri il nome del terzo uomo sostenendo che non “era di interesse” né da parte di Scotland Yard, né per l’MI5, il servizio segreto interno. Il procuratore di Bologna, Giuseppe Amato, ha dichiarato a Radio 24, che "venne segnalato a Londra come possibile sospetto”. E sarebbero state informate anche le autorità marocchine, ma una fonte del Giornale, che ha accesso alle banche dati rivela “che non era inserito nella lista dei sospetti foreign fighter, unica per tutta Europa”.
Non solo: Il Giornale è a conoscenza che Zaghba, ancora minorenne, era stato fermato nel 2013 da solo, a Bologna per un controllo delle forze dell’ordine senza esiti particolari. Il procuratore capo ha confermato che l’italo marocchino "in un anno e mezzo, è venuto 10 giorni in Italia ed è stato sempre seguito dalla Digos di Bologna. Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare, ma non c'erano gli elementi di prova che lui fosse un terrorista. Era un soggetto sospettato per alcune modalità di comportamento".
Presentarsi come aspirante terrorista all’imbarco a Bologna per Istanbul non è poco, soprattutto se, come aveva rivelato la madre alla Digos “mi aveva detto che voleva andare a Roma”. Il 15 marzo dello scorso anno il procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini, che allora dirigeva il pool anti terrorismo si è occupato del caso disponendo un fermo per identificazione al fine di accertare l’identità del giovane. La Digos ha contattato la madre, che è venuta a prenderlo allo scalo ammettendo: "Non lo riconosco più, mi spaventa. Traffica tutto il giorno davanti al computer per vedere cose strane” ovvero filmati jihadisti. La procura ha ordinato la perquisizione in casa e sequestrato oltre al cellulare, alcune sim ed il pc.
La madre si era convertita all’Islam quando ha sposato Mohammed il padre marocchino del terrorista che risiede a Casablanca. Prima del divorzio hanno vissuto a lungo in Marocco. Poi la donna è tornata casa nella frazione di Fagnano di Castello di Serravalle, in provincia di Bologna. Il figlio jihadista aveva trovato lavoro a Londra, ma nella capitale inglese era entrato in contatto con la cellula di radicali islamici, che faceva riferimento all’imam, oggi in carcere, Anjem Choudary. Il timore è che il giovane italo-marocchino possa essere stato convinto a partire per la Siria da Sajeel Shahid, luogotenente di Choudary, nella lista nera dell’ Fbi e sospettato di aver addestrato in Pakistan i terroristi dell’attacco alla metro di Londra del 2005. "Prima di conoscere quelle persone non si era mai comportato in maniera così strana” aveva detto la madre alla Digos.
Il paradosso è che nessuna legge permetteva di trattenere a Bologna il sospetto foreign fighter ed il tribunale del riesame ha accolto l’istanza del suo avvocato di restituirgli il materiale elettronico sequestrato. “Nove su dieci, in questi casi, la richiesta non viene respinte” spiega una fonte del Giornale, che conosce bene la vicenda. Non esiste copia del materiale trovato, che secondo alcune fonti erano veri e propri proclami delle bandiere nere. E non è stato possibile fare un esame più approfondito per individuare i contatti del giovane. Il risultato è che l’italo-marocchino ha potuto partecipare alla mattanza del ponte di Londra.
Parenti e vicini cadono dalle nuvole. La zia acquisita della madre, Franca Lambertini, non ha dubbi: “Era un bravo ragazzo, l'ultima volta che l'ho visto mi ha detto “ciao zia”. Non avrei mai pensato a una cosa del genere".
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20 giugno 2017 | WDR | intervento |
Italia
Più cittadini italiani con lo ius soli
Estendere la cittadinanza italiana ai bambini figli di stranieri? È la proposta di legge in discussione in Senato in questi giorni. Abbiamo sentito favorevoli e contrari.
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25 maggio 2010 | Spazio Radio - Radio 1 | intervento |
Italia
L'Islam nelle carceri italiane
In Italia su oltre 23mila detenuti stranieri, 9840 risultano musulmani, secondo i dati ufficiali. Almeno seimila, però, non si sono dichiarati. Il rapporto di 364 pagine, “La radicalizzazione jihadista nelle istituzioni penitenziarie europee”, realizzato dall’esperto di Islam nella carceri, Sergio Bianchi, ne indica 13mila.
In Italia ci sono circa 80 islamici dietro le sbarre per reati connessi al terrorismo. Dal 2009 li hanno concentrati in quattro istituti di pena: ad Asti, Macomer, Benevento e Rossano. Nel carcere di Opera, invece, sono arrivati Adel Ben Mabrouk, Nasri Riadh e Moez Abdel Qader Fezzani, ex prigionieri di Guantanamo. Chi li controlla ogni giorno racconta che parlano in italiano. La guerra santa in Afghanistan l’hanno abbracciata dopo aver vissuto come extracomunicatori nel nostro paese. Non si possono incontrare fra loro e vivono in celle singole. Pregano regolarmente con molta devozione e hanno mantenuto i barboni islamici.
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15 marzo 2018 | Radio Radicale | intervento |
Italia
Missioni militari e interesse nazionale
https://www.radioradicale.it/scheda/535875/missioni-militari-e-interesse-nazionale
Convegno "Missioni militari e interesse nazionale", registrato a Roma giovedì 15 marzo 2018 alle 09:23. L'evento è stato organizzato da Center for Near Abroad Strategic Studies. Sono intervenuti: Paolo Quercia (Direttore del CeNASS, Center for Near Abroad Strategic Studies), Massimo Artini (vicepresidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati, Misto - Alternativa Libera (gruppo parlamentare Camera)), Fausto Biloslavo (giornalista, inviato di guerra), Francesco Semprini (corrispondente de "La Stampa" da New York), Arije Antinori (dottore di Ricerca in Criminologia ed alla Sicurezza alla Sapienza Università di Roma), Leonardo di marco (generale di Corpo d'Armata dell'Esercito), Fabrizio Cicchitto (presidente della Commissione Affari esteri della Camera, Area Popolare-NCD-Centristi per l'Europa). Tra gli argomenti discussi: Difesa, Esercito, Esteri, Forze Armate, Governo, Guerra, Informazione, Italia, Ministeri, Peace Keeping, Sicurezza. La registrazione video di questo convegno ha una durata di 2 ore e 46 minuti. Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio
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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento |
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo
I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti.
“Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale.
I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria.
Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa.
In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo.
“In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani.
Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.
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24 maggio 2010 | Radio Padania Libera | intervento |
Italia
Proselitismo islamico dietro le sbarre
“Penso che sia giusto se alcuni musulmani combattono la guerra santa contro gli americani in paesi che non sono la loro terra”. Dopo un lungo girarci attorno Kamel Adid sorprende un po’ tutti, quando sputa il rospo. La domanda riguardava i mujaheddin, i musulmani pronti a morire per Allah, contro l’invasore infedele. Tre soldati della guerra santa, arrivati un paio di mesi fa da Guantanamo, sono rinchiusi poco più in là, nel reparto di massima sicurezza del carcere di Opera, alle porte di Milano.
Adid è un giovane marocchino di 31 anni con barbetta islamica d’ordinanza e tunica color noce. Nel carcere modello di Opera fa l’imam dei 44 musulmani detenuti, che frequentano una grande sala adibita a moschea. Un predicatore fai da te, che di solito parla un linguaggio moderato e ti guarda con occhioni apparentemente timidi.
Deve scontare ancora due mesi di pena per un reato legato alla droga e da pochi giorni è stato trasferito in un altro istituto. “Quelli che si fanno saltare in aria subiscono il lavaggio del cervello – si affretta a spiegare l’autonominato imam – Noi abbiamo riscoperto la fede in carcere. Pregare ci da conforto, ci aiuta ad avere speranza”.
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