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Fatti
02 marzo 2016 - Esteri - Egitto - Panorama
Le colpe dei docenti di Cambridge
Il 4 novembre scorso, quando Giulio Regeni era al Cairo, una delle sue referenti accademiche dell’università di Cambridge, Anne Alexander, arringava la piazza contro la visita del presidente
egiziano Abd al-Fattah Al Sisi a Londra bollandolo come «assassino». E i manifestanti esultavano, come si vede su
YouTube, sventolando le bandiere gialle con la mano nera dei Fratelli musulmani, fuorilegge in Egitto. Anche Maha Abdelrahman, supervisore del dottorando friulano barbaramente ucciso al Cairo, conosceva bene i rischi che avrebbe corso il suo studente. Tre mesi prima della sua partenza aveva tenuto a Cambridge, presso la sede di Amnesty international, una conferenza sui «Diritti umani in Egitto», denunciando le «forme
di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari». Non è un caso che il direttore dei nostri
servizi esterni (Aise), Alberto Manenti, abbia detto, senza verbalizzarlo, ad alcuni membri del Comitato di controllo parlamentare sull’intelligence: «Non vorrei essere nei panni di chi ha incaricato Regeni della ricerca. Lo ha messo in una situazione
di pericolo in una zona a rischio». Prima dell’orribile fine del nostro dottorando, una decina di studenti o ricercatori inglesi e
americani erano rientrati in patria malmenati. Una fonte di Panorama, che conosce bene l’ambiente accademico inglese, ha
una convinzione terribile: «Quest’omicidio è un sanguinoso messaggio a un gruppo di docenti universitari e attivisti, che organizzano l’opposizione nel Regno unito contro il regime egiziano. Il segnale è chiaro: non mandate più ricercatori e smettetela di fomentare le proteste».
Al momento non v’è certezza sulla fine del dottorando italiano e sull’identità degli assassini, anche se stanno venendo sempre
più alla luce le responsabilità professionali (e morali), oltre all’attivismo politico dei suoi referenti. «Sisi non può andare in
giro per il mondo facendo finta di essere un uomo di Stato. È un assassino» urlava Alexander durante una manifestazione per boicottare la visita del presente egiziano a Londra a novembre, sollevando l’esultanza della folla. Ripresa da un telefonino, durante il comizio la referente di Regeni ha definito Al Sisi «un dittatore pazzo» e invitato «a mobilitare gente in tutto il mondo». Nella veste di attivista, la docente di Cambridge spiegava che «abbiamo fatto campagna per i prigionieri politici in Egitto, per i diritti dei sindacati, contro gli attacchi alla libertà degli accademici e continueremo a farlo fino a quando Al Sisi se ne andrà a casa». Mentre Alexander parlava, Regeni era al Cairo già da due mesi a lavorare alla sua ricerca proprio sui sindacati che si oppongono
al governo egiziano, con i contatti forniti da Alexander. In altri video, l’accademica agitprop viene ripresa durante una protesta presso l’ambasciata egiziana a Londra. O davanti a un manifesto con il pugno chiuso e l’invito «aderisci al Partito socialista dei
lavoratori» britannico. Abdelrahman, sodale di Alexander e supervisore di Regeni, fin dagli anni Novanta si occupa, come lei
stessa scrive, della «crescita della cultura delle resistenza in Egitto contro le politiche aggressive neoliberali».
Un linguaggio molto simile a quello degli articoli di Regeni pubblicati dal Manifesto e altri media militanti. L’11 giugno 2015,
pochi mesi prima di mandare il ricercatore friulano al Cairo, Abdelrahman ha tenuto una conferenza a Cambridge con Amnesty
international sulla repressione in Egitto anche contro gli studenti «e sull’impunità di cui gode il regime». Nonostante l’accademica
conoscesse bene i pericoli al Cairo, il suo capo, David Runciman del Dipartimento di politica e studi internazionali di Cambridge,
ha firmato il via libera alla valutazione del rischio presentata da Regeni per partire lo scorso settembre. Al Corriere della sera ora
dichiara che stanno «rivedendo» l’analisi del rischio, anche «se il Cairo era un posto del tutto sicuro secondo il British Foreign
office» (il ministero degli Esteri britannico). Non la pensa allo stesso modo, Federico Varese, docente a Oxford ed ex ricercatore
sul campo. «Il mondo accademico inglese si autoassolve, ma i criteri del Foreign office valgono per i turisti. Regeni non era un
visitatore delle Piramidi. Piuttosto è legittimo chiedersi se sia stato mandato allo sbaraglio» osserva Varese con Panorama. Il
docente di criminologia critica fortemente la «pratica di molti studiosi di incoraggiare i loro studenti a “scegliere una parte”
schierandosi e diventando in qualche modo loro stessi attivisti sul campo». E aggiunge: «Noi abbiamo chiare responsabilità. Regeni
andava messo in guardia dallo scrivere su testate militanti, anche con pseudonimo, in un contesto da regime autoritario. E come
studiosi dobbiamo mantenere l’imparzialità anche nei confronti di chi ammiriamo».
In Italia, Emidio Diodato, internazionalista dell’università per stranieri di Perugia ha firmato l’appello lanciato dalle referenti
accademiche di Regeni. Però ribadisce: «Mi è capitato in più occasioni, in qualità di tutor, di consigliare ai miei studenti di
rinunciare a piste di ricerca pericolose che avevano proposto». Luigi Bruti Liberati, ordinario di Storia contemporanea alla Statale
di Milano, non ha dubbi: «In ambito universitario, la militanza politica e la ricerca scientifica vanno tenute assolutamente
separate e distinte. Sembra invece che alla Cambridge University le referenti di Regeni abbiano confuso i due piani».

video
21 agosto 2013 | Uno Mattina | reportage
I Fratelli musulmani piegati dalla piazza e dai militari
Sull'Egitto i grandi inviati sono rimasti infatuati dai Fratelli musulmani duramente repressi, ma gran parte degli egiziani non stava più con loro e non li considerava delle vittime

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10 febbraio 2016 | Sky Tg24 | reportage
Il caso Regeni
I misteri di un'orribile moret al Cairo. I suoi supervisori dell'università di Cambridge lo avevano messo in guardia sui rischi che correva?

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23 febbraio 2016 | Porta a Porta | reportage
Il caso Regeni
Un video, denunce pubbliche dei pericoli per gli studenti in Egitto e scritti militanti mostrano un altro volto dei referenti accademici inglesi di Giulio Regeni. Non sono solo professori universitari, ma attivisti contro il regime egiziano oppure erano a conoscenza dei rischi della ricerca al Cairo dello studente friulano. Lo rivela il numero di Panorama in edicola con un titolo forte: “Le colpe dei docenti di Cambridge”.

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radio

07 aprile 2016 | Zapping Rai Radio 1 | intervento
Egitto
Regeni: la pista inglese
Le referenti accademiche di Regeni sono protette da un insolito tabù mediatico e governativo. In realtà proprio il ruolo delle docenti di Cambridge potrebbe indirizzare verso il movente dell’orribile fine del giovane ricercatore. Maha Abdulrahaman, la sua tutor di origini egiziane, l’11 giugno dello scorso anno aveva tenuto una conferenza sui “Diritti umani in Egitto” a Cambridge nella sede di Amnesty international, che ha lanciato la campagna “verità per Giulio”. La conferenza denunciava le “forme di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari”. Pur conoscendo bene i pericoli ha controfirmato l’analisi del rischio presentata da Regeni all’università per poter andare al Cairo. La sua sodale, Alexander, ha storto il naso contro la “tardiva” presa di posizione britannica: “Quando un dottorando viene torturato ed ucciso i ministri sembrano riluttanti a dire qualcosa di critico sulle autorità egiziane”. In ottobre con Regeni al Cairo, grazie ai suoi contatti, la docente di Cambridge pubblicava un’analisi proponendo l’alleanza fra gli attivisti di sinistra ed i Fratelli musulmani “capace di farla finita con il regime del generale” Al Sisi, presidente egiziano. Il 25 ottobre firmava un appello contro la visita del capo dello stato egiziano a Londra, poi pubblicato su Ikhwanweb, il sito ufficiale dei Fratelli musulmani. Il 4 novembre con Regeni sempre in prima linea al Cairo arringava la piazza a Londra bollando Al Sisi come “un assassino” sollevando l’entusiasmo e lo sventolio delle bandiere della Fratellanza. Il tutto immortalato in un video, che non può essere sfuggito ai servizi inglesi ed egiziani. Alexander fin dal 2009 è in contatto con Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Revolutionary Council, il governo ombra dell’opposizione ad Al Sisi con sede a Ginevra. La Farnesina non ha mai voluto commentare questa parte, inquietante ed ambigua, del caso Regeni, che potrebbe portare al movente del delitto.

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15 febbraio 2016 | Zapping Radio uno | intervento
Egitto
Misteri e sospetti sulla morte di Regeni
Ospedali Bombardati in Siria.Non si fermano i raid:Germano Dottori analista strategicoLuiss,Gastone Breccia esperto Medio Oriente,Loris De Filippi presidente MSF. I misteri ed i sospetti sulla morte di Regeni:Fausto Biloslavo.

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