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07 aprile 2016 - Attualità - Egitto - Il Giornale
Egiziani a Roma per Regeni Ancora presunte rivelazioni
Fausto Biloslavo
Questa mattina alle 10 italiani ed egiziani si incontrano a Roma sul caso Regeni. Un summit cruciale per capire se polizia e magistratura del Cairo vogliono veramente far luce sull'orribile fine del giovane friulano morto sotto tortura. In ballo il dossier egiziano di 2000 pagine con le indagini compiute su circa 200 persone di diversa nazionalità, che avevano rapporti con la vittima. Gli italiani, però, hanno chiesto da tempo i dati dei portatili agganciati alle celle telefoniche del giorno della scomparsa nel quartiere di Regeni e della zona dove è stato ritrovato il corpo. Gli investigatori italiani sono anche a caccia di video delle telecamere di sorveglianza della metropolitana e di negozi, che avrebbero potuto riprendere il ricercatore prima della scomparsa. Il premier Matteo Renzi ha ribadito: «Crediamo che l'Italia debba alla famiglia Regeni la verità, che sia un dovere raggiungere la verità vera. E crediamo che sia interesse pure del governo egiziano».
Ieri sera a Roma sono arrivati il generale Adel Gaffar e il brigadiere generale Alaa Abdel Megid, dei servizi centrali della polizia egiziana, oltre al vicedirettore della polizia criminale del governatorato di Giza, maggiore Mostafa Meabed. La procura del Cairo ha inviato due magistrati: Mostafa Soliman e Mohamed Hamdy El Sayed. Manca all'appello il generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale di Giza, che all'inizio aveva cercato di sostenere l'assurda tesi dell'incidente stradale. Ufficiale già condannato per torture potrebbe essere coinvolto nella vicenda. Indiscrezioni non confermate dal Cairo lo indicano, come un possibile sospetto o capro espiatorio.
Da parte italiana all'incontro decisivo di oggi ci saranno i massimi dirigenti del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato e del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell'Arma dei carabinieri. Oltre al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco, che guida l'inchiesta.
Alla vigilia il quotidiano la Repubblica ha pubblicato il contenuto di una mail anonima, che svelerebbe chi «ha ucciso Giulio». Si fa il nome del generale Shalabi e si descrivono nei particolari i passaggi da una centro di detenzione all'altro di Regeni arrivando a coinvolgere il ministro dell'Interno e il generale Ahmad Jamal ad-Din, consigliere dello stesso presidente Al Sisi.
Gli inquirenti di Roma hanno immediatamente bocciato le rivelazioni: «Si tratta di un anonimo, uno dei tanti in casi, come questo, di forte risonanza mediatica. Non avrà nessuna rilevanza giudiziaria». E smontato la sua attendibilità spiegando che la mail contiene «una molteplicità di imprecisioni nella ricostruzione dei fatti soprattutto in riferimento agli esiti degli esami autoptici». Repubblica, al contrario, puntava proprio sui dettagli non conosciuti dell'autopsia contenuti nella mail per confermare il resto.
L'impressione è che sia un tentativo dei nemici di Al Sisi di imbeccare i media con nomi di responsabili delle forze di sicurezza egiziani vicini al presidente. Non a caso, sempre ieri, alla vigilia del summit investigativo italo-egiziano è saltato fuori un sedicente consigliere del presidente Mohammed Morsi, dei Fratelli musulmani, deposto da Al Sisi. «È un peccato che il vostro Paese continui ad avere rapporti ufficiali con un gruppo di assassini» esordisce Ahmed Abdelaziz su una pagina Facebook scritta in arabo. Nel plateale tentativo di cavalcare la tragica fine dell'italiano, il consigliere di Morsi sottolinea «la reazione a ciò che è accaduto a Giulio Regeni», che «riflette chiaramente il comportamento criminale della banda responsabile del colpo di stato militare che è implicata nella morte del vostro figlio». L'invito al governo italiano è di «infliggere sanzioni contro la banda che ha ucciso Giulio Regeni, anche se dovesse collaborare con voi e vi consegnasse gli assassini».
I Fratelli musulmani, fuorilegge in Egitto, cavalcano il caso e la verità a senso unico sposata dai giornaloni e Amnesty international del regime brutto, cattivo e torturatore responsabile della morte dell'italiano. Sarà anche così, ma prima bisogna trovare un minimo di prove e fare luce pure su altre verità di questa vicenda, come il coinvolgimento dei referenti accademici della vittima a Cambridge con gli stessi Fratelli musulmani.
[continua]

video
21 agosto 2013 | Uno Mattina | reportage
I Fratelli musulmani piegati dalla piazza e dai militari
Sull'Egitto i grandi inviati sono rimasti infatuati dai Fratelli musulmani duramente repressi, ma gran parte degli egiziani non stava più con loro e non li considerava delle vittime

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10 febbraio 2016 | Sky Tg24 | reportage
Il caso Regeni
I misteri di un'orribile moret al Cairo. I suoi supervisori dell'università di Cambridge lo avevano messo in guardia sui rischi che correva?

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23 febbraio 2016 | Porta a Porta | reportage
Il caso Regeni
Un video, denunce pubbliche dei pericoli per gli studenti in Egitto e scritti militanti mostrano un altro volto dei referenti accademici inglesi di Giulio Regeni. Non sono solo professori universitari, ma attivisti contro il regime egiziano oppure erano a conoscenza dei rischi della ricerca al Cairo dello studente friulano. Lo rivela il numero di Panorama in edicola con un titolo forte: “Le colpe dei docenti di Cambridge”.

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[altri video]
radio

15 febbraio 2016 | Zapping Radio uno | intervento
Egitto
Misteri e sospetti sulla morte di Regeni
Ospedali Bombardati in Siria.Non si fermano i raid:Germano Dottori analista strategicoLuiss,Gastone Breccia esperto Medio Oriente,Loris De Filippi presidente MSF. I misteri ed i sospetti sulla morte di Regeni:Fausto Biloslavo.

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07 aprile 2016 | Zapping Rai Radio 1 | intervento
Egitto
Regeni: la pista inglese
Le referenti accademiche di Regeni sono protette da un insolito tabù mediatico e governativo. In realtà proprio il ruolo delle docenti di Cambridge potrebbe indirizzare verso il movente dell’orribile fine del giovane ricercatore. Maha Abdulrahaman, la sua tutor di origini egiziane, l’11 giugno dello scorso anno aveva tenuto una conferenza sui “Diritti umani in Egitto” a Cambridge nella sede di Amnesty international, che ha lanciato la campagna “verità per Giulio”. La conferenza denunciava le “forme di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari”. Pur conoscendo bene i pericoli ha controfirmato l’analisi del rischio presentata da Regeni all’università per poter andare al Cairo. La sua sodale, Alexander, ha storto il naso contro la “tardiva” presa di posizione britannica: “Quando un dottorando viene torturato ed ucciso i ministri sembrano riluttanti a dire qualcosa di critico sulle autorità egiziane”. In ottobre con Regeni al Cairo, grazie ai suoi contatti, la docente di Cambridge pubblicava un’analisi proponendo l’alleanza fra gli attivisti di sinistra ed i Fratelli musulmani “capace di farla finita con il regime del generale” Al Sisi, presidente egiziano. Il 25 ottobre firmava un appello contro la visita del capo dello stato egiziano a Londra, poi pubblicato su Ikhwanweb, il sito ufficiale dei Fratelli musulmani. Il 4 novembre con Regeni sempre in prima linea al Cairo arringava la piazza a Londra bollando Al Sisi come “un assassino” sollevando l’entusiasmo e lo sventolio delle bandiere della Fratellanza. Il tutto immortalato in un video, che non può essere sfuggito ai servizi inglesi ed egiziani. Alexander fin dal 2009 è in contatto con Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Revolutionary Council, il governo ombra dell’opposizione ad Al Sisi con sede a Ginevra. La Farnesina non ha mai voluto commentare questa parte, inquietante ed ambigua, del caso Regeni, che potrebbe portare al movente del delitto.

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