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27 gennaio 2017 - Attualità - Italia - Il Giornale
Le foto e le amicizie ambigue del “prof” che predica il velo
S u Canale 5 difendeva il velo seduto accanto a Maria Giulia Sergio, la prima lady Jihad italiana condannata in seguito a 9 anni di carcere per l\'arruolamento in Siria nei ranghi del Califfato. Poi ha firmato l\'appello pro niqab, il velo integrale, assieme a terroristi ed estremisti islamici partiti per la Siria. Per non parlare della foto dell\'«emiro» Khattab, tagliagole in Cecenia, oggi cancellata dalla sua pagina Facebook e degli strali contro Israele e gay paragonati al diavolo. Tutte prese di posizione di Gabriele Ibrahim Iungo, il «professore» senza laurea dell\'università Cattolica di Milano. Italiano convertito all\'Islam, che ama il velo e odia i tacchi alti per le donne.
Nel 2009 era seduto in tv come ospite della trasmissione Pomeriggio cinque di Barbara D\'Urso accanto alla napoletana convertita con il nome di Fatima al Zahra, che difendeva a spada tratta il velo. Iungo con barbetta e papalina nera annuiva, ma quando la ragazza è partita per la Siria ha sostenuto di non conoscerla avendola vista solo una volta negli studi tv. In realtà due anni dopo ha aderito ad un appello pro niqab, il velo integrale alla saudita che lascia libero solo gli occhi, come «studente presso l\'Università islamica di Medina, Arabia Saudita». Fra le firme della petizione indirizzata al senatore ed ex capo dello Stato, Azeglio Ciampi, compaiono Maria Giulia Sergio e la sorella Marianna. Lo scorso anno Maria Giulia, alias Fatima, latitante in Siria con le bandiere nere è stata condannata a 9 anni. Sua sorella, che pure voleva partire, è in carcere per scontare una pena di 5 anni e 4 mesi. Un\'altra firmataria è Bushra Haik, allora studentessa a Bologna, poi riparata in Arabia Saudita ed oggi latitante. La procura di Milano la considera la reclutatrice della famiglia Sergio e ha ottenuto una condanna a 10 anni.
Iungo ha studiato un anno di arabo a Medina, nella stessa università frequentata da Mariglen Demir Dervishllari ucciso in Siria. Non è un qualunque mujahed albanese, ma il cognato della Lady Jihad italiana, che ha aperto la strada verso la Siria. Ed un altro firmatario dell\'appello pro niqab era Giuliano del Nevo, il genovese convertito all\'Islam, primo foreign fighter italiano morto in Siria combattendo con le bandiere nere.
Forse sono solo coincidenze, ma l\'ambiente è almeno ambiguo, come Iungo, che condanna il terrorismo, anche se ogni tanto ci piazza qualche distinguo. Il 10 gennaio 2015, con la strage al settimanale satirico di Parigi aderisce sulla sua pagina Facebook al gruppo «JeNeSuisPasCharlie». Iungo rigetta la violenza, ma sulle vignette che hanno scatenato i terroristi ribadisce che «allo stesso modo non possiamo approvare, sostenere, incoraggiare o giustificare una qualsiasi forma di bestemmia o di blasfemia nei confronti delle cose sacre».
Ancora più inquietante il post con la foto in mimetica e barbone di ordinanza che onora l\'«Amir Khattab leader della resistenza cecena all\'occupazione russa». Il saudita considerato un terrorista internazionale ed ucciso nel 2002 dall\'intelligence di Mosca amava farsi filmare mentre ammazzava i prigionieri russi e pure alcuni volontari della Croce rossa internazionale. Guarda caso il post è stato cancellato.
Negli ultimi giorni, in occasione della giornata della Memoria il «docente» di un master alla Cattolica ricorda come in alcuni casi i musulmani salvarono gli ebrei dall\'Olocausto. Peccato che in post precedenti considerava il nome stesso di «Israele una profanazione» e si scagliava contro la «repressione sionista della resistenza per la liberazione della Terra santa e per la dignità del popolo di Palestina». Il 14 giungo 2014 Iungo se la prende con i gay: «Dietro l\'ideologia che genera le leggi sul matrimonio omosessuale c\'è l\'invidia del Demonio».
[continua]

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18 ottobre 2010 | La vita in diretta - Raiuno | reportage
L'Islam nelle carceri
Sono circa 10mila i detenuti musulmani nelle carceri italiane. Soprattutto marocchini, tunisini algerini, ma non manca qualche afghano o iracheno. Nella stragrande maggioranza delinquenti comuni che si aggrappano alla fede per sopravvivere dietro le sbarre. Ma il pericolo del radicalismo islamico è sempre in agguato. Circa 80 detenuti musulmani con reati di terrorismo sono stati concentrati in quattro carceri: Macomer, Asti, Benevento e Rossano. Queste immagini esclusive mostrano la preghiera verso la Mecca nella sezione di Alta sicurezza 2 del carcere sardo di Macomer. Dove sono isolati personaggi come il convertito francese Raphael Gendron arrestato a Bari nel 2008 e Adel Ben Mabrouk uno dei tre tunisini catturati in Afghanistan, internati a Guantanamo e mandati in Italia dalla Casa Bianca. “Ci insultano per provocare lo scontro dandoci dei fascisti, razzisti, servi degli americani. Una volta hanno esultato urlando Allah o Akbar, quando dei soldati italiani sono morti in un attentato in Afghanistan” denunciano gli agenti della polizia penitenziaria. Nel carcere penale di Padova sono un centinaio i detenuti comuni musulmani che seguono le regole islamiche guidati dall’Imam fai da te Enhaji Abderrahman Fra i detenuti comuni non mancano storie drammatiche di guerra come quella di un giovane iracheno raccontata dall’educatrice del carcere Cinzia Sattin, che ha l’incubo di saltare in aria come la sua famiglia a causa di un attacco suicida. L’amministrazione penitenziaria mette a disposizione degli spazi per la preghiera e fornisce il vitto halal, secondo le regole musulmane. La fede nell’Islam serve a sopportare la detenzione. Molti condannano il terrorismo, ma c’è anche dell’altro....

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11 novembre 2008 | Centenario della Federazione della stampa | reportage
A Trieste una targa per Almerigo Grilz
e tutti i caduti sul fronte dell'informazione

Ci sono voluti 21 anni, epiche battaglie a colpi di articoli, proteste, un libro fotografico ed una mostra, ma alla fine anche la "casta" dei giornalisti triestini ricorda Almerigo Grilz. L'11 novembre, nella sala del Consiglio comunale del capoluogo giuliano, ha preso la parola il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Friuli-Venezia Giulia, Pietro Villotta. Con un appassionato discorso ha spiegato la scelta di affiggere all'ingresso del palazzo della stampa a Trieste una grande targa in cristallo con i nomi di tutti i giornalisti italiani caduti in guerra, per mano della mafia o del terrorismo dal 1945 a oggi. In rigoroso ordine alfabetico c'era anche quello di Almerigo Grilz, che per anni è stato volutamente dimenticato dai giornalisti triestini, che ricordavano solo i colleghi del capoluogo giuliano uccisi a Mostar e a Mogadiscio. La targa è stata scoperta in occasione della celebrazione del centenario della Federazione nazionale della stampa italiana. Il sindacato unico ha aderito all'iniziativa senza dimostrare grande entusiasmo e non menzionando mai, negli interventi ufficiali, il nome di Grilz, ma va bene lo stesso. Vale la pena dire: "Meglio tardi che mai". E da adesso speriamo veramente di aver voltato pagina sul "buco nero" che ha avvolto per anni Almerigo Grilz, l'inviato ignoto.

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26 settembre 2012 | Uno Mattina | reportage
I lati oscuri (e assurdi) delle adozioni
Con mia moglie, prima di affrontare l’odissea dell’adozione, ci chiedevamo come mai gran parte delle coppie che sentono questa spinta d’amore andavano a cercare bambini all’estero e non in Italia. Dopo quattro anni di esperienza sulla nostra pelle siamo arrivati ad una prima, parziale e triste risposta. La burocratica e farraginosa gestione delle adozioni nazionali, grazie a leggi e cavilli da azzeccagarbugli, non aiutano le coppie che vogliono accogliere un bimbo abbandonato in casa propria, ma le ostacolano.

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20 giugno 2017 | WDR | intervento
Italia
Più cittadini italiani con lo ius soli
Estendere la cittadinanza italiana ai bambini figli di stranieri? È la proposta di legge in discussione in Senato in questi giorni. Abbiamo sentito favorevoli e contrari.

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