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07 agosto 2017 - Interni - Libia - Il Giornale
I vescovi assolvono Padre Zerai ma dimenticano i favori agli scafisti
Guai a toccare le icone «buoniste» dell\'immigrazione ad oltranza, che non fanno distinzioni fra veri profughi e clandestini. Padre Mussie Zerai viene difeso a spada tratta dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, a tal punto che lo chiama don Mosè per avere aperto le porte del Mediterraneo ad un flusso di migranti giudicato insostenibile da gran parte degli italiani e dallo stesso governo.
Il Giornale ha acceso i riflettori su comportamenti e sistemi poco ortodossi del sacerdote, che potrebbero anche non essere solo reati «umanitari» come sostiene provocatoriamente il giornale cattolico, ma Avvenire ha tali paraocchi da non voler vedere. La magistratura ha il compito di fare luce su piste ed episodi a dir poco ambigui. A noi spetta il dovere di elencare quello che emerge sull\'attivismo pro migranti di padre Zerai. Nessun problema a ricordare che il sacerdote ha denunciato a più riprese vessazioni, torture e decapitazioni dei migranti cristiani da parte di trafficanti e tagliagole islamici. Oppure la sua lodevole campagna contro il traffico di organi dei disgraziati che seguivano il tragitto del Sinai per rincorrere un illusorio Eldorado occidentale. Però questo non significa che padre Mosè sia intoccabile e possa fare, impunemente, quello che vuole in nome di un oltranzismo umanitario, che nasconde anche interessi politici. La vicinanza con la presidente della Camera, Laura Boldrini, non è solo una banale amicizia, ma fa parte di questo disegno. L\'inchiesta della procura di Trapani ha portato alla luce, grazie ad intercettazioni, l\'esistenza di una chat parallela ai soccorsi ufficiali fra le Ong nel Mediterraneo. E padre Zerai, per sua stessa ammissione sulle colonne di Avvenire, ha inviato messaggi con la posizione dei barconi da recuperare. Se i migranti a bordo non versavano in imminente pericolo di vita non si tratta di salvataggio, ma di taxi del mare o favoreggiamento dell\'immigrazione clandestina.
Padre Zerai ha ammesso di aver inviato messaggi a Medici senza frontiere, che si ostina a non firmare il codice di condotta del Viminale e sarebbe sotto la lente delle inchieste sulle Ong. Non solo: le informazioni del sacerdote sono arrivate anche a Sea Watch, ong tedesca estremamente radicale. E al portale WhatchTheMed, che si propone apertamente di fare sbarcare in Italia «con i traghetti» sia profughi che immigrati illegali. Ancora più grave il fatto che padre Zerai abbia chiamato i soccorsi ufficiali registrando le telefonate con l\'implicita minaccia di denunciare eventuali mancati interventi.
Un altro aspetto tutto da capire è come don Zerai ottenga non solo una valanga di segnalazioni dai barconi, ma informazioni precise su partenze, rotte e persone imbarcate. L\' «intoccabile» sostiene di ottenerle da chi sta a bordo dei gommoni con telefoni satellitari consegnati dai trafficanti agli scafisti. Lo stesso sacerdote ha raccontato come funziona: «Appena arriva una telefonata ci assicuriamo che il telefono satellitare da cui chiamano abbia sufficiente credito per poter continuare ad avere un contatto diretto con il barcone. Poi segnaliamo la presenza dell\'imbarcazione in difficoltà». Non si capisce perché, se si tratta di poveri migranti fra le onde, chiamano sempre il sacerdote e mai la Guardia costiera. Il sospetto è che non siano sempre in mezzo al Mediterraneo ed in pericolo per giustificare un intervento.
Non vogliamo dare credito a scatola chiusa alle denunce del regime autoritario eritreo che accusa il prete di far parte di una «cricca» di attivisti dei diritti umani in Europa, che hanno interessi politici e favoriscono l\'immigrazione illegale. Però Avvenire, per primo, dovrebbe chiedersi come mai all\'apice della popolarità buonista don Mosè è stato trasferito dal Vaticano da Roma alla lontana parrocchia svizzera di Friburgo. Nessun linciaggio in malafede del prete eritreo, ma solo diritto di cronaca per far luce sui lati opachi, se non oscuri, di un\' intoccabile icona buonista. La malafede è quella dei giornali con i paraocchi, che giustificano a scatola chiusa i talebani dell\'immigrazione.
[continua]

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16 giugno 2011 | Matrix | reportage
La "guerra" degli italiani nel golfo della Sirte
Da tre mesi l’Italia è in prima linea, in mezzo al mare, di fronte alle coste libiche. Assieme agli alleati della Nato ci siamo impegnati a difendere, con le bombe, i civili e la fetta di Libia che si è ribellata al colonnello Gheddafi. L’ammiraglia della flotta occidentale nel golfo della Sirte è la portaerei Garibaldi. La tv di Tripoli accusa la Nato di bombardare i civili, ma i piloti italiani hanno ordini draconiani: possono colpire solo obiettivi militari che si trovano al di fuori dalle zone abitate per evitare vittime innocenti. Le 19 navi della Nato al largo della Libia, sotto il comando della Garibaldi, garantiscono l’embargo contro il regime del colonnello. I fanti di marina del reggimento San Marco si calano dagli elicotteri per ispezionare i mercantili e controllare che non trasportino armi. Come rappresaglia alle bombe Tripoli ha spalancato le porte agli immigrati clandestini che partono dalla Libia occidentale. A bordo della Garibaldi vivono 800 marinai comprese 62 donne, che si ritrovano nelle mensa dell’equipaggio. Ma hanno pochi momenti di svago, a parte qualche partita a biliardino ed una palestra ricavata negli spazi angusti della nave. A dare conforto ai giovani di 20 anni e ai veterani delle missioni in mare ci pensa don Vincenzo Caiazzo, che parla dei marinai e della portaerei come se fosse una parrocchia In mezzo al mare la guerra in Libia sembra invisibile e lontana, ma nella Centrale operativa di combattimento, cuore pulsante della Garibaldi, non si dorme mai, come il sottotenente di vascello Chiara Camaioni, 24 anni, di Ortona.

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13 marzo 2011 | TG4 | reportage
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26 marzo 2011 | Studio Aperto | reportage
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22 marzo 2011 | Panorama | intervento
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26 aprile 2011 | Radio 101 | intervento
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Con Luxuria bomba e non bomba
Il governo italiano, dopo una telefonata fra il presidente americano Barack Obama ed il premier Silvio Berlusconi, annuncia che cominciamo a colpire nuovi obiettivi di Gheddafi. I giornali titolano: "Bombardiamo la Libia". E prima cosa facevamo? Scherzavamo con 160 missioni aeree dal 17 marzo?

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12 maggio 2011 | Nuova spazio radio | intervento
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Che fine ha fatto Gheddafi?
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Gli americani spingono con insistenza per un maggiore coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in Libia, non solo per passare il cerino politico agli europei. L’obiettivo finale è piegare il colonnello Gheddafi e far sbarcare una forza di interposizione in Libia, con ampia partecipazione italiana. Un modello stile ex Yugoslavia, dove il contingente occidentale è arrivato dopo l’offensiva aerea.

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06 marzo 2011 | Panorama | intervento
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