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Controinchiesta
23 novembre 2017 - Esteri - Mediterraneo - Panorama
La strage dove la realtÓ Ŕ diventata fiction
L’11 ottobre 2013 un barcone carico di migranti siriani partito dalla Libia affonda nel Mediterraneo, dopo essere stato mitragliato da una motovedetta di miliziani, che si spacciano per Guardia costiera di Tripoli. Una tragedia del mare, che porta all’apertura di tre inchieste a Palermo e Agrigento, alla fine spostate per competenza a Roma, dove vengono indagati sette ufficiali della Marina militare italiana. Ad accusarli di averli lasciati naufragare, nonostante le ripetute chiamate di soccorso, sono tre sopravvissuti che hanno perso sei figli ed il giornalista Fabrizio Gatti. Una grancassa mediatica ha già «condannato» i sette ufficiali con tanto di pompato docu-film Un unico destino, montato ad arte, dichiarazioni tombali del ministro della Difesa e del premier nel 2013, Enrico Letta.Il 13 novembre la posizione di quattro dei sette indagati viene archiviata e nessuno degli altri è ancora rinviato a giudizio. Panorama leggendo le carte dell’inchiesta, le memorie difensive degli ufficiali e analizzando Un unico destino scopre un’altra versione dei fatti sul «naufragio dei bambini». LE RESPONSABILITÀ DI MALTA  Alle 12.26 dell’11 ottobre 2013, il medico siriano, Mohammed Jammo, che perderà due figli nel naufragio, chiama per la prima volta il Centro nazionale di coordinamento del soccorso Marittimo a Roma (Imrcc): «Stiamo imbarcando acqua, siamo in pericolo, aiutateci». Il peschereccio carico di migranti, compresi numerosi bambini, si trova a circa 60 miglia da Lampedusa e 115 da Malta, ma la zona Sar, l’area di ricerca e soccorso, è di competenza maltese. Mezz’ora dopo le autorità di La Valletta, allertate dagli italiani, assumono il coordinamento del salvataggio. Malta conferma per iscritto la decisione di soccorrere il peschereccio inviando un fax a Roma allegato agli atti dell’inchiesta. Dopo le 15 il pattugliatore di La Valletta, P61, a 70 miglia a sud dall’isola, si dirige verso il peschereccio e viene alzato in volo un aereo di ricognizione. I maltesi sembrano voler fare autonomamente e soltanto alle 16.22 chiedono l’invio della nave Libra, che è in zona.  Nel gennaio 2014, tre mesi dopo il naufragio, il premio maltese Joseph Muscat rivela in tv le concitate telefonate dell’11 ottobre con il capo delle sue forze armate, Martin Xuereb, che gli chiedeva «cosa dobbiamo fare?». E ribadiva che non doveva essere Malta a salvare i migranti «in base alle leggi internazionali». Muscat sostiene di aver dato l’ordine di lasciare perdere le norme e di soccorrere il peschereccio. Però i maltesi ci hanno messo cinque ore per arrivare sul posto dopo il naufragio, e adesso sembra che tutta la colpa sia degli italiani. Guarda caso il governo Muscat non ha mai voluto rendere pubblici i documenti dell’11 ottobre sostenendo che «potrebbero danneggiare le relazioni internazionali fra Malta e l’Italia». Il brigadiere generale Xuereb si è ritirato dal servizio, a soli 45 anni, due mesi dopo il naufragio e ha rifiutato un incarico prestigioso a Bruxelles offerto dal governo maltese senza spiegare mai i motivi.  IL RUOLO DELLA «LIBRA» Dopo le denunce, il comandante della nave Libra, e sei ufficiali della Marina militare italiana e della Guardia costiera coinvolti nell’operazione dell’11 ottobre, vengono indagati dalla procura di Roma. Da tempo sono nel mirino della grancassa mediatica del gruppo Espresso/Repubblica culminata nel documentario Un unico destino raccontato dai tre padri siriani, che hanno perso i loro figli nel naufragio. La comandante del pattugliatore, Catia Pellegrino, è crocefissa sui giornali come se non avesse voluto salvare i migranti. I legali dei sopravissuti siriani sono convinti che la Marina sia responsabile del naufragio non avendo mandato in tempo la nave Libra. In realtà i pm romani chiedono l’archiviazione per Pellegrino e gli altri indagati. Il Gip, Giovanni Giorgianni, ammette, il 13 novembre, l’archiviazione per quattro ufficiali su sette, compreso il più alto in grado, l’ammiraglio ora in congedo Filippo Maria Foffi comandante della Squadra navale (Cincnav) nel 2013. Per la comandante Pellegrino è confermato che ha fatto il suo dovere eseguendo gli ordini provenienti da Roma, ma il Gip chiede un supplemento di indagine per sei mesi. La «novità» sono le supposte chiamate radio dall’aereo di ricognizione maltese alla nave Libra, rimaste senza risposta e rivelate da Un unico destino. Pellegrino ha sempre smentito di aver ricevuto una richiesta di intervento dal pilota maltese sul canale 16. E nessuna altra nave ha captato la richiesta. Curioso che stiamo parlando dello stesso ufficiale, prima italiana al comando di una nave da guerra, osannata come eroina e salvatrice di migranti, un anno dopo il naufragio dell’11 ottobre nel docufilm La scelta di Catia del Corriere della Sera e della Rai. Diana Ligorio ha scritto la sceneggiatura sia del primo docufilm, che di Un unico destino utilizzando le stesse immagini del naufragio, ma con  una interpretazione dei fatti opposta.  Un grafico della versione su Sky, per esempio, indica che nave Libra si allontana, ma in realtà il pattugliatore che si trova a 27 miglia al momento della prima telefonata dal peschereccio, alle 17, poco prima del naufragio è a dieci miglia e fa rotta a tutta velocità verso il natante dei migranti. Pellegrino ordina pure il decollo, nonostante i problemi tecnici, dell’elicottero che, lanciando i salvagente ai naufraghi, evita un bilancio più grave.  Per gli ufficiali in servizio l’11 ottobre - a Cincnav, il capitano di fregata Luca Licciardi, e al Centro di soccorso della Guardia costiera il capitano di vascello Leopoldo Manna - il Gip chiede ai pm di riformulare l’imputazione. In pratica potrebbero venire accusati di aver «ritardato» l’intervento di soccorso del Libra, ma non siamo neppure al rinvio a giudizio. Gli ufficiali replicano, che la responsabilità del salvataggio era maltese. Le comunicazioni più «scabrose» rivolte a Libra, come l’ordine di «non farti trovare davanti i coglioni delle motovedette (di Malta, ndr) che sennò questi se ne tornano indietro», sono tese a non farsi passare dai maltesi come sempre, le responsabilità del salvataggio, visto che toccava a loro e che avevano già assunto l’iniziativa. A tal punto che alle 16.44, prima del naufragio, Roma comunica a Malta che sarebbe stato meglio non impegnare l’unità da guerra, ma «se quella di spostare la nave Libra era l’unica soluzione, allora potevano utilizzarla».  UN AMBIGUO PILOTA MALTESE  Il gruppo Espresso/Repubblica ha sempre «alimentato» l’inchiesta sul naufragio a cominciare dal primo esposto di Fabrizio Gatti, autore degli articoli fin dal 2013, che da giornalista si è trasformato in accusatore. Nell’ultima versione del docufilm Un unico destino, che colpevolizza la Marina e la Guardia costiera e appena trasmesso su Sky, spunta l’ex maggiore maltese George Abela.  L’11 ottobre è lui ai comandi di un bimotore che decolla per raggiungere il peschereccio in difficoltà. Abela sostiene che «alla prima chiamata radio ho detto che la barca era molto instabile e aveva bisogno di aiuto immediato». Peccato che Malta informi Roma sostenendo tutt’altro: «La navigazione (del peschereccio, ndr) per nord-ovest, velocità 5-10 nodi, è regolare». Solo alle 16.44, si scopre dagli atti, «si apprendeva» da Malta «che l’aereo maltese aveva riferito che l’imbarcazione si era fermata». Abela afferma nel documentario di aver volato prima ad alta quota, scattando fotografie del peschereccio che non sono mai state rese pubbliche. Il pilota decide di abbassarsi quando il natante si ferma. Poco dopo il peschereccio si capovolge su un fianco, come comunicano chiaramente i maltesi a Roma alle 17.07. Gli stessi pm, basandosi sulla testimonianza del comandante Pellegrino, scrivono nella richiesta di archiviazione: «La causa del ribaltamento del natante deve essere molto probabilmente individuata nel movimento dei migranti a bordo dell’imbarcazione, che sbracciandosi per chiedere aiuto all’arrivo dell’aereo maltese, possono aver determinato il peggioramento delle già precarie condizioni di stabilità e navigabilità del mezzo». Abela confessa nel docu-film, che dopo il naufragio ha lasciato le forze armate e gli incubi non lo abbandonano.  QUANTE SONO LE VITTIME?  I giornali l’hanno battezzata la strage o «il naufragio dei bambini», sparando cifre, mai verificate, di 480 migranti a bordo - compresi 60 o 100 minori - e un bilancio finale di oltre 250 morti. Nelle registrazioni agli atti delle telefonate di Jammo con il Centro di soccorso di Roma, alla domanda precisa sul numero di persone il medico siriano risponde «siamo 259 esattamente». Se così fosse, tenendo conto che sono stati salvati 220 migranti e recuperati 26 corpi in mare, i dispersi risulterebbero 13.  L’unica ipotesi che possa giustificare questa discrepanza è che nella stiva ci fossero chiusi un centinaio di africani, ritenuti migranti di serie B, che il medico siriano non considerava nel suo conteggio.  UN MONTAGGIO MANIPOLATO  Il 13 ottobre scorso all’anteprima di Un unico destino di Fabrizio Gatti, prodotto dal gruppo Espresso/Repubblica e Sky, l’ospite d’onore è il ministro della Difesa Roberta Pinotti. «Da persona e da cittadina italiana io mi sento in dovere di chiedere a loro scusa» dichiara rivolgendosi ai padri dei bimbi annegati senza tener conto che la magistratura deve ancora decidere sugli ufficiali indagati. Ancora peggio il premier di allora, Enrico Letta, che sempre su Repubblica affonda definitivamente la Marina: «Dall’inchiesta giornalistica emergono responsabilità evidenti. Uno Stato non può archiviare una tragedia del genere senza garantire piena giustizia. Un lavoro giornalistico di denuncia, che dovrebbe essere presentato in tutte le scuole».  Peccato che nelle varie versioni di Un unico destino sia evidente un montaggio ad arte per colpevolizzare gli ufficiali italiani impegnati quell’11 ottobre 2013. Le registrazioni di ordini e comunicazioni fornite alla procura dalla stessa Marina, vengono abilmente estrapolate dal contesto per dimostrare che gli ufficiali coinvolti sono colpevoli prima di una sentenza definitiva. Immagini di altri naufragi sono mescolate ad hoc con gli audio degli ordini italiani. E le poche riprese del vero disastro sono, in gran parte, girate dall’elicottero della nave Libra. Nella versione in cinque puntate sono addirittura montati pianti e lamenti, sulle riprese dal cielo. Ovviamente, filmando da un elicottero, si può sentire soltanto il rumore delle pale.  PRODUTTORE MOLTO SPECIALE  Un altro aspetto sorprendente del docu-film salta fuori nei titoli di coda. Fra le varie firme spicca «Malta 24 field producer Ivan M. Consiglio» citato pure come operatore. Chi è il «produttore associato» del documentario esempio di giornalismo investigativo libero e indipendente? Consiglio è stato per 25 anni nelle Forze armate maltesi, arrivando al grado di maggiore. Sul suo sito ha postato con orgoglio le foto con una telecamera, prima da civile, e poi in uniforme mimetica. E spiega che «nella sua veste di portavoce» delle forze armate maltesi si occupava «di prodotti mediatici, relazioni pubbliche, montaggi video, riprese e fotografia» per i militari. Un ex ufficiale esperto di media coinvolto in un docu-film dove lo «scoop» è il maggiore Abela, pilota dell’aereo maltese, che accusa pesantemente gli italiani. 

[continua]