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Esclusivo
12 dicembre 2018 - Copertina - Italia - Panorama
Gli incubi dei soldati italiani
“Nell’incubo mi sveglio e sono in mimetica su una branda da campo in Afghanistan. A fianco c’è un altro parà, che sembra dormire, di spalle. Lo scuoto per chiedergli dove siamo, cosa succede. Lui si gira e ha la faccia dell’attentatore suicida che ci ha fatto saltare in aria. Alla fine si trasforma in un mostro, che apre le fauci e mi divora”. Manuel Villani ha 36 anni e si porta la guerra dentro. Nel 2009, durante gli aspri combattimenti contro i talebani, era un paracadutista del 187° Reggimento Folgore. La sua colonna è stata travolta da un kamikaze a bordo di una macchina minata. Nove anni dopo soffre ancora di disturbi post traumatici da stress (Dpts), un modo scientifico per definire il male oscuro, la ferita invisibile nella mente e nell’anima di tanti militari italiani che hanno combattuto le “guerre” di pace dall’Iraq all’Afghanistan. Incubi terribili, spinte suicide, crisi di panico, scatti d’ira, profonda depressione, claustrofobia, perdita della parola, tutti sintomi provocati da un evento traumatico, che ti condannano a portare sempre con te gli orrori del conflitto. Una malattia fantasma che per vergogna, ignoranza, burocrazia è stata a lungo un tabù. Dal 2009 al 2018 sono stati rimpatriati dai teatri operativi 222 militari con disturbi psicologici di vario genere. Dal 2005 al 2011 i casi accertati erano stati 267. Probabilmente la punta dell’iceberg dello stress post traumatico da combattimento che può esplodere anni dopo. Panorama ha raccolto le drammatiche storie dei soldati italiani perseguitati dalla cosiddetta “sindrome del Vietnam”. PERSEGUITATO DAL KAMIKAZE “Il letto, di notte, è il mio campo di battaglia. Mi sento perseguitato dall’anima dell’attentatore. Rivedo i suoi occhi, l’esplosione e sento l’odore della carne bruciata, del carburante. Per non parlare delle urla dei mie compagni imprigionati fra le lamiere mentre il blindato prende fuoco” racconta Villani, che vive in Veneto. Il 3 luglio 2009 il parà della 4° compagnia Falchi spunta dalla botola di un Lince attaccato alla mitragliatrice. Il convoglio italiano pattuglia la zona di Shindad in Afghanistan. Un minivan accosta e Manuel incrocia lo sguardo del kamikaze al volante. “Trent’anni, senza barba, vestito di bianco. Ci siamo guardati negli occhi e ho pensato: E’ finita. Sono morto”. L’esplosione lo travolge e il blindato si ribalta sul fianco. Timpano rotto e ferito al gomito esce per primo mentre gli altri parà urlano lambiti dalle fiamme del Lince che ha preso fuoco. Villani riesce a tamponare l’incendio e a tirali fuori. Tutt’attorno sono sparsi i brandelli del kamikaze: “Le budella spiaccicate sul parabrezza, la testa volata a venti metri di distanza ed un cane che azzanna un piede e se lo porta via”. Qualche mese dopo cominciano gli incubi, ma “nonostante il terrore, come una droga, volevo tornare laggiù”. Nel 2011 il parà parte di nuovo per l’Afghanistan e la situazione precipita. “Se qualcuno fa una grigliata mi torna in mente l’odore della carne bruciata e vomito. Non riesco più ad innamorarmi, non provo emozioni. Quando è morta mia madre che adoravo non ho pianto una lacrima.  - spiega Villani - Due settimane fa sono andato a ritirare un pacco e dal magazzino è arrivata una ventata di aria calda. Ho rivisto l’esplosione, la luce e mi sono paralizzato”. UNA MOGLIE IN PRIMA LINEA Nina ha sposato Tommaso nel 2016, il momento peggiore della malattia, che ha portato l’ex militare, un tempo paracadutista dell’anno, a tentare due volte il suicidio. “L’incubo più ricorrente di mio marito è tornare a casa in una bara. Oppure che gli sparano addosso e viene colpito più volte dai proiettili. Una notte, dopo aver urlato nel sonno, si è svegliato di soprassalto e mi ha stretto le mani al collo. E’ come se fosse stato in trance” racconta Nina. L’11 giugno 2009 Tommaso e la sua unità finiscono in un’imboscata. Il parà della Folgore spara all’impazzata dalla torretta del blindato fino a quando arriva il colpo di mortaio. Le schegge lo investono, il viso è bruciato, ma si riprende per tornare a sparare. Solo allora si rende conto che ha la mano destra tranciata e attaccata al braccio da un filo di pelle. “Dopo otto interventi chirurgici torna in caserma, ma cominciano ad emergere i primi sintomi - racconta la moglie coraggio - Se sale sul blindato si sente male. L’odore della polvere da sparo gli fa venire la nausea”. Non vuole ammettere di avere bisogno di aiuto, si vergogna di dirlo al reparto e teme di venire congedato. La situazione esplode a ridosso del Natale 2015 quando lo avvisano di prepararsi ad un pronto impiego in Libia. “E’ crollato travolto da un panico devastante - spiega Nina - Pochi mesi dopo, quando ero in cinta di sette mesi, si è chiuso in bagno buttando giù una valanga di pillole. Sono infermiera e l’ho preso in tempo facendolo vomitare e mettendolo sotto la doccia gelata. La forza l’ho trovata nell’amore che provo per lui”.  Il calvario burocratico inizia con la Commissione medico ospedaliera di La Spezia. “Lo hanno trattato come un cane - spiega la moglie - Erano anche minacciosi: perchè sei spuntato dopo anni? Chi ti ha mandato con la diagnosi di stress post traumatico? Lo sai che perderai il lavoro e che avrai problemi con la famiglia? Ci saranno anche dei furbetti che se ne approfittano, ma non Tommaso”. L’invalidità legata alla patologia comporta un riconoscimento economico e le casse dello Stato sono sempre vuote. Alla fine la beffa: il disturbo da stress post traumatico è stato riconosciuto, ma non per cause di servizio.  “LA MIA TESTA E’ RIMASTA IN GUERRA” C. R. oggi lavora nei ruoli civili previsti per i veterani. In Afghanistan era un artificiere, ma la sua “colpa” è stata rimanere solo contuso in un attentato e non ferito con cicatrici visibili. Il 2 luglio 2011, a Bakwa, il suo mezzo salta in aria e il militare italiano non tornerà più lo stesso. “Quando sono rientrato in Italia pensavo che la macchina davanti, in mezzo al traffico, potesse esplodere da un momento all’altro” racconta l’artificiere della Folgore. La moglie va a vivere dai genitori per spingerlo a curarsi. “Di notte urlavo, ma all’inizio non sapevo neanche cosa fosse lo stress post traumatico - spiega C. R. - Sognavo sempre di essere in Afghanistan. Con il corpo ero tornato a casa, ma la testa era rimasta laggiù”. In brigata e al Celio gli danno una mano, ma la burocrazia militare lo mortifica. Per la Difesa soltanto “il trauma contusivo a gamba e ginocchio sx”  è legata “all’effetto immediato e diretto dell’evento terroristico” e non “il disturbo post traumatico da stress”. L’arteficiere deve assoldare un avvocato, come gran parte delle vittime della sindrome del Vietnam. “Ho ottenuto il 40% di invalidità e una parte dell’elargizione speciale, ma resta dell’amaro in bocca per colpa della burocrazia e della Commissione medico ospedaliera di La Spezia. Mi hanno fatto sentire uno schifo”. LA FOTO DRAMMATICA Kabul, 17 settembre 2009, un afghano scatta la foto drammatica del corpo decapitato di un soldato italiano in mezzo alla strada e i blindati Lince sventrati. A fianco del cadavere con la mimetica insanguinata un parà che ha la pistola in pugno. Si chiama Ferdinando Buono, oggi ha 39 anni e convive con gli incubi della guerra. Il caporal maggiore del 187° reggimento Folgore è uno dei sopravissuti del più grave attentato kamikaze in Afghanistan alle nostre truppe: 6 paracadutisti massacrati da una macchina minata. “Il momento dell’esplosione un calore fortissimo mi ha colpito in faccia. Poi il bianco del fumo, le lamiere del blindato che si deformano e il corpo di Giandomenico Pistonami che era fuori dalla botola, che crolla nell’abitacolo senza la testa. Il sangue sulla mimetica è anche il suo” ricorda Buono. Lui si stacca un dito per uscire dal blindato. Le vittime sono devastate. un parà senza gambe, un altro tagliato a metà con le budella di fuori. Dopo cinque mesi di convalescenza il sopravissuto torna in servizio. “Ho tentato il suicidio lanciandomi da un ponte, ma sono finito in mare non sugli scogli” racconta il parà, che ha continuato a fare l’istruttore. “Se vedo una scarpa abbandonata penso al piede di uno dei mie amici morti nell’attentato. Rivedo in sogno la scena, ma i soccorsi non arrivano mai” spiega il parà. Ad un certo punto non ce la fa più e lo mandano prima in convalescenza e poi in congedo. Adesso lavora nei ruoli civili della Difesa. Per farsi riconoscere l’indennità dello stress post traumatico è in causa. Il 6 dicembre il giudice ha fissato l’ultima visita per il sopravissuto al massacro. “HO L’INCUBO DI SPARARMI, MA NON MUOIO MAI” Jonny D’Andrea era un soccorritore di prima linea, nervi d’acciaio e coraggio da leone per tuffarsi sotto il fuoco a salvare i feriti nelle missioni della brigata Folgore. “Ho visto il sangue, i caduti e mai avrei mai immaginato di vivere il calvario del disturbo post traumatico - sottolinea il veterano - L’incubo ricorrente è di spararmi dentro una macchina, ma non riuscire mai a morire”.  Il 7 agosto 2011, in Afghanistan, uno dei blindati Lince del convoglio di D’Andrea finisce su una trappola esplosiva. Il soccorritore dei paracadutisti riceve l’ordine di scendere per prestare le prime cure ai feriti. Appena si avvicina al blindato colpito si scatena l’inferno. “Correvo e sentivo i proiettili che mi sfioravano fischiando a pochi centimetri. Mi ha salvato Gesù” è convinto D’Andrea, che si carica sulle spalle il ferito più grave portandolo in salvo. Quando sta cercando di tirare fuori il secondo parà dal blindato saltato in aria “arriva il razzo Rpg vicinissimo. L’esplosione mi butta a terra. I denti davanti vanno in pezzi, dall’orecchio sinistra non sento nulla e ho lesioni alle vertebre, ma riesco a trascinarmi verso il punto di evacuazione dove arrivano gli elicotteri”. In patria iniziano i “flash back”, che fanno rivivere al parà la guerra. “Non dormo, sudo tutta la notte e sono diventato collerico” racconta D’Andrea. Quando è al volante schiva i tombini “perchè ho sempre paura che nascondano una trappola esplosiva”. Il soccorritore attende ancora la Croce d’onore e vuole tornare in servizio nei limiti delle sue possibilità. “Non sono un giocattolo rotto da buttar via - osserva D’Andrea - E voglio dimostrarlo”. NOME DI BATTAGLIA RINGHIO Basco amaranto da paracadutista, barba rossiccia, occhi chiari e muscoli da vichingo, Carlo, nome di battaglia Ringhio, è sempre stato un “guerriero”. In Iraq si faceva i selfie con il leggendario generale David Petraeus e in Afghanistan prima saltava in aria su un piatto a pressione talebano e poi combatteva cinque ore nell’inferno di Shewan. “Al momento del botto ti senti volare ed  entri in una specie di tunnel. Sono attimi, ma quando ho chiuso gli occhi mi sembrava di veder scorrere la mia vita. Le orecchie ti fischiano senti l’odore di bruciato ed il sapore di zolfo che ti entra in bocca, il sapore dell’Ied (trappola esplosiva nda)” raccontava nell’estate di guerra del 2009. Poi una gamba ha cominciato a cedere assieme al braccio sinistro. L’esplosione gli aveva schiacciato le vertebre. Una volta in patria il chirurgo che lo opera gli dice che è fortunato a non essere rimasto paralizzato. “Quando ti fermi e cominci a pensare la bestia ti assale - spiega Ringhio - L’incubo più ricorrente è che finisco sotto attacco e cerco di rispondere al fuoco, ma il mitra si inceppa”. Se sente la sirena di un’ambulanza scatta come una molla, come se fosse l’allarme dei colpi di mortaio in arrivo a Baghdad. “Urlavo la notte e vedevo i pezzi smembrati dei caduti afghani che dovevamo ricomporre - racconta Carlo, che fa parte del gruppo sportivo paralimpico della Difesa - Adesso prendo una pillola ogni sera per dormire. Di giorno mi capita di guidare in mezzo alla strada temendo che nei sacchi dell’ immondizia ci sia una bomba”. IL FERITO DI NASSIRYA Il luogotenente in congedo dell’Arma, Vittorio De Rasis, vive in Lazio. E’ uno dei 19 carabinieri sopravissuti alla strage di Nassiryah provocata da un camion bomba. Non si separa mai da una foto di 15 anni fa riverso sul cassone posteriore di un fuoristrada con il volto insanguinato. Gli iracheni lo stanno portando di corsa all’ospedale in gravi condizioni. “Quattro, cinque volte al mese ho ancora l’incubo della strage - racconta De Rasis - Vedo i caduti come Filippo Merlino, che dopo l’esplosione si avvicina barcollando, ma non ce la farà. O l’amico Cosimo Visconti gravissimo, che è sopravissuto. Ricordo la raffica del kalashnikov dei terroristi che sfondano la sbarra con il camion zeppo di tritolo. Sento i colpi della Mg del carabiniere scelto Andrea Filippa, che reagisce. E poi il muro che mi crolla addosso”. Un tuono, i fuochi d’artificio o il tappo di una bottiglia di spumante fanno ripiombare De Rasis nell’angoscia per colpa dello stress post traumatico, che gli è stato riconosciuto. “Quando mio figlio esce di casa ho sempre il terrore che venga ucciso in un attentato -  racconta il sopravissuto - L’incubo di Nassiryah non mi abbandonerà mai”.   Fausto Biloslavo   Il colonnello Gianluca Somma lavora  da 15 anni sullo stress post traumatico da combattimento. Panorama intervista lo psichiatra militare sulle ferite di guerra nella mente dei nostri soldati. Cos’è il Dpts? “Il disturbo è una patologia che esordisce in seguito ad un evento traumatico, che mette a rischio la vita come è capitato ai militari italiani soprattutto in Iraq e Afghanistan. Il disturbo può colpire pure il personale che non è coinvolto direttamente, ma che assiste all’attacco”.  Quali sono i sintomi? “I flash back ovvero episodi ricorrenti che fanno rivivere il trauma come se fosse un incubo ad occhi aperti. Pure una porta che sbatte, un elicottero in volo o un film di guerra in tv possono far trasalire il militare che soffre di Dpts. Alcuni vivono con notevole disagio il Capodanno con i fuochi d’artificio. Si registra anche una maggiore aggressività e aumentano i divorzi, l’abuso di alcol e di sostanze stupefacenti”.  Quanti militari italiani sono stati colpiti da stress da combattimento più o meno grave? “Dal 2009 ad oggi all’ospedale Celio di Roma dove rientrano i feriti dai teatri operativi abbiamo notato in gran parte reazioni acute da stress. Se le sommiamo ai casi di Dpts accertati sono in tutto 52”. Un numero molto basso. Può essere la punta dell’iceberg? “Il problema dei numeri è legato soprattutto a chi, in assenza di ferite fisiche, non è passato per il Celio o magari ha ripreso servizio e in seguito è emersa la patologia. Capisco che in passato molti nostri militari non abbiano manifestato il loro disagio per paura di essere etichettati o di venir giudicati non idonei.  Adesso abbiamo ufficiali psicologi presso tutti i reparti che si preparano per le missioni all’estero e dal 2009 nei teatri operativi”. C’è un legame con i suicidi nelle Forze armate? “Faccio parte del tavolo tecnico che il ministro delle Difesa ha voluto sull’argomento. Per ora non risulta una correlazione, ma non c’è ancora uno studio epidemiologico”.  Quale ruolo avrà il nuovo Centro veterani creato ad hoc? “(risponde il responsabile, colonnello Cosimo Buccolieri) “Il Centro veterani inaugurato il 20 settembre presso il policlinico militare di Roma assisterà e aiuterà il veterano. Si occuperà anche del coordinamento con le Commissioni medico ospedaliere locali. L’obiettivo è tutelare e monitorare  tutte le procedure socio assistenziali, sanitarie, riabilitative compreso il ruolo d’onore per rientrare in servizio”.
I NUMERI TABU’ DELLA SINDROME DEL VIETNAM \\\"Non deve succedere mai più che un militare chieda aiuto e gli si risponda “smetta di lamentarsi, lei è un pazzo, impari ad accettare il suo disturbo, lei vuole solo soldi”. Deve cambiare approccio culturale, normativa e cultura” ha dichiarato senza mezzi termini il ministro della Difesa Elisabetta Trenta sulla “sindrome del Vietnam” dei nostro soldati. I numeri, però rimangono ancora un tabù. “I dati forniti dall’Ispettorato generale della Sanità militare non sono né attendibili, né credibili e risultano scomposti nei periodi di riferimento. E’ grave che le amministrazioni precedenti non abbiano acceso i riflettori  e tenuta la contabilità su questi casi” fa sapere a muso duro una fonte ufficiale del ministero della Difesa. Panorama aveva chiesto un numero reale dei militari italiani affetti da disturbi psicologici, più o meno gravi, a causa delle missioni in zone di guerra. Il ministro Elisabetta Trenta ha respinto i primi dati forniti dalla Sanità militare e ordinato che venga stilato “un bilancio totale corretto e reale”.   CADUTI, FERITI E TRUPPE IMPIEGATE Dalla strage di Nassiryah del 2003 ad oggi i caduti italiani sono stati 111 compresi incidenti stradali e morte naturale. I feriti sono 766, ma 548 per atti ostili. Nelle missioni all’estero dall’11 settembre in poi sono stati impiegati circa 380mila uomini tenendo conto delle rotazioni. Nel 2018 sono dislocati all’estero 6525 soldati per 38 operazioni in 24 paesi. Il maggior numero di uomini è impiegato in Libano (1074), Iraq (1088) e Afghanistan (910), dove a breve saranno ritirati 200 soldati per potenziare la missione in Niger cruciale per il controllo dei flussi migratori e del terrorismo.   IL COSTO DELLE  GUERRE DI PACE Il costo previsto delle missioni militari internazionali nel 2018 è di  1,2 miliardi di euro. Dall’11 settembre l’operazione all’estero più impegnativa e costosa è stata quella in Afghanistan per un esborso complessivo di circa 8 miliardi, più di 1 milione al giorno. Al secondo posto con 3 miliardi c’è quella irachena del dopo Saddam ripresa dopo Nassiryah con l’addestramento dei curdi nel nord del paese e il presidio della diga di Mosul. Segue il Libano che quest’anno costa 156.831.551 euro, ma siamo presenti nel paese dei cedri dal 2006.  Il maggior impegno della Difesa in termini di uomini con 7216 soldati è in patria nell’operazione Strade sicure, che fino ad oggi dal 2008, quando è stata lanciata, è costata oltre mezzo miliardo di euro.

[continua]

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31 ottobre 2021 | Quarta repubblica | reportage
No vax scontri al porto
I primi lacrimogeni rimbalzano sull'asfalto e arditi No Pass cercano di ributtarli verso il cordone dei carabinieri che sta avanzando per sgomberare il varco numero 4 del porto di Trieste. I manifestanti urlano di tutto «merde, vergogna» cercando pietre e bottiglie da lanciare contro le forze dell'ordine. Un attivista ingaggia lo scontro impossibile e viene travolto dalle manganellate. Una volta crollato a terra lo trascinano via oltre il loro cordone. Scene da battaglia urbana, il capoluogo giuliano non le vedeva da decenni. Portuali e No Pass presidiavano da venerdì l'ingresso più importante dello scalo per protestare contro l'introduzione obbligatoria del lasciapassare verde. In realtà i portuali, dopo varie spaccature, sono solo una trentina. Gli altri, che arriveranno fino a 1.500, sono antagonisti e anarchici, che vogliono la linea dura, molta gente venuta da fuori, più estremisti di destra. Alle 9 arrivano in massa le forze dell'ordine con camion-idranti e schiere di agenti in tenuta antisommossa. Una colonna blu che arriva da dentro il porto fino alla sbarra dell'ingresso. «Lo scalo è porto franco. Non potevano farlo. È una violazione del trattato pace (dello scorso secolo, nda)» tuona Stefano Puzzer detto Ciccio, il capopopolo dei portuali. Armati di pettorina gialla sono loro che si schierano in prima linea seduti a terra davanti ai cordoni di polizia. La resistenza è passiva e gli agenti usano gli idranti per cercare di far sloggiare la fila di portuali. Uno di loro viene preso in pieno da un getto d'acqua e cade a terra battendo la testa. Gli altri lo portano via a braccia. Un gruppo probabilmente buddista prega per evitare lo sgombero. Una signora si avvicina a mani giunte ai poliziotti implorando di retrocedere, ma altri sono più aggressivi e partono valanghe di insulti. Gli agenti avanzano al passo, metro dopo metro. I portuali fanno da cuscinetto per tentare di evitare incidenti più gravi convincendo la massa dei No Pass, che nulla hanno a che fare con lo scalo giuliano, di indietreggiare con calma. Una donna alza le mani cercando di fermare i poliziotti, altri fanno muro e la tensione sale alimentata dal getto degli idranti. «Guardateci siamo fascisti?» urla un militante ai poliziotti. Il nocciolo duro dell'estrema sinistra seguito da gran parte della piazza non vuole andarsene dal porto. Quando la trattativa con il capo della Digos fallisce la situazione degenera in scontro aperto. Diego, un cuoco No Pass, denuncia: «Hanno preso un mio amico, Vittorio, per i capelli, assestandogli una manganellata in faccia». Le forze dell'ordine sgomberano il valico, ma sul grande viale a ridosso scoppia la guerriglia. «Era gente pacifica che non ha alzato un dito - sbotta Puzzer - È un attacco squadrista». I più giovani sono scatenati e spostano i cassonetti dell'immondizia per bloccare la strada scatenando altre cariche degli agenti. Donne per nulla intimorite urlano «vergognatevi» ai carabinieri, che rimangono impassibili. In rete cominciano a venire pubblicati post terribili rivolti agli agenti: «Avete i giorni contati. Se sai dove vivono questi poliziotti vai a ucciderli».Non a caso interviene anche il presidente Sergio Mattarella: «Sorprende e addolora che proprio adesso, in cui vediamo una ripresa incoraggiante esplodano fenomeni di aggressiva contestazione». Uno dei portuali ammette: "Avevamo detto ai No Pass di indietreggiare quando le forze dell'ordine avanzavano ma non ci hanno ascoltati. Così la manifestazione pacifica è stata rovinata». Puzzer raduna le «truppe» e i rinforzi, 3mila persone, in piazza Unità d'Italia. E prende le distanze dagli oltranzisti: «Ci sono gruppi che non c'entrano con noi al porto che si stanno scontrando con le forze dell'ordine». Non è finita, oltre 100 irriducibili si scatenano nel quartiere di San Vito. E riescono a bloccare decine di camion diretti allo scalo con cassonetti dati alle fiamme in mezzo alla strada. Molti sono vestiti di nero con il volto coperto simili ai black bloc. La battaglia sul fronte del porto continua fino a sera.

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05 aprile 2020 | Tg5 | reportage
Virus, il fronte che resiste in Friuli-Venezia Giulia
Fausto Biloslavo TRIESTE - “Anche noi abbiamo paura. E’ un momento difficile per tutti, ma dobbiamo fare il nostro dovere con la maggiore dedizione possibile” spiega Demis Pizzolitto, veterano delle ambulanze del 118 nel capoluogo giuliano lanciate nella “guerra” contro il virus maledetto. La battaglia quotidiana inizia con la vestizione: tuta bianca, doppi guanti, visiera e mascherina per difendersi dal contagio. Il veterano è in coppia con Fabio Tripodi, una “recluta” arrivata da poco, ma subito spedita al fronte. Le due tute bianche si lanciano nella mischia armati di barella per i pazienti Covid. “Mi è rimasta impressa una signora anziana, positiva al virus, che abbiamo trasportato di notte - racconta l’infermiere Pizzolitto - In ambulanza mi ha raccontato del marito invalido rimasto a casa. E soffriva all’idea di averlo lasciato solo con la paura che nessuno si sarebbe occupato di lui”. Bardati come due marziani spariscono nell’ospedale Maggiore di Trieste, dove sono ricoverati un centinaio di positivi, per trasferire un infetto che ha bisogno di maggiori cure. Quando tornano caricano dietro la barella e si chiudono dentro l’ambulanza con il paziente semi incosciente. Si vede solo il volto scavato che spunta dalle lenzuola bianche. Poi via a sirene spiegate verso l’ospedale di Cattinara, dove la terapia intensiva è l’ultima trincea per fermare il virus. Il Friuli-Venezia Giulia è il fronte del Nord Est che resiste al virus grazie a restrizioni draconiane, anche se negli ultimi giorni la gente comincia ad uscire troppo di casa. Un decimo della popolazione rispetto alla Lombardia ha aiutato a evitare l’inferno di Bergamo e Brescia. Il 4 aprile i contagiati erano 1986, i decessi 145, le guarigioni 220 e 1103 persone si trovano in isolamento a casa. Anche in Friuli-Venezia Giulia, come in gran parte d’Italia, le protezioni individuali per chi combatte il virus non bastano mai. “Siamo messi molto male. Le stiamo centellinando. Più che con le mascherine abbiamo avuto grandi difficoltà con visiere, occhiali e tute” ammette Antonio Poggiana, direttore generale dell’Azienda sanitaria di Trieste e Gorizia. Negli ultimi giorni sono arrivate nuove forniture, ma l’emergenza riguarda anche le residenze per anziani, flagellate dal virus. “Sono “bombe” virali innescate - spiega Alberto Peratoner responsabile del 118 - Muoiono molti più anziani di quelli certificati, anche 4-5 al giorno, ma non vengono fatti i tamponi”. Nell’ospedale di Cattinara “la terapia intensiva è la prima linea di risposta contro il virus, il nemico invisibile che stiamo combattendo ogni giorno” spiega Umberto Lucangelo, direttore del dipartimento di emergenza. Borse sotto gli occhi vive in ospedale e da separato in casa con la moglie per evitare qualsiasi rischio. Nella trincea sanitaria l’emergenza si tocca con mano. Barbara si prepara con la tuta anti contagio che la copre dalla testa ai piedi. Un’altra infermiera chiude tutti i possibili spiragli delle cerniere con larghe strisce di cerotto, come nei film. Simile ad un “palombaro” le scrivono sulla schiena il nome e l’orario di ingresso con un pennarello nero. Poi Barbara procede in un’anticamera con una porta a vetri. E quando è completamente isolata allarga le braccia e si apre l’ingresso del campo di battaglia. Ventuno pazienti intubati lottano contro la morte grazie agli angeli in tuta bianca che non li mollano un secondo, giorno e notte. L’anziano con la chioma argento sembra solo addormentato se non fosse per l’infinità di cannule infilate nel corpo, sensori e macchinari che pulsano attorno. Una signora è coperta da un telo blu e come tutti i pazienti critici ripresa dalle telecamere a circuito chiuso. Mara, occhioni neri, visiera e mascherina spunta da dietro la vetrata protettiva con uno sguardo di speranza. All’interfono racconta l’emozione “del primo ragazzo che sono riuscito a svegliare. Quando mi ha visto ha alzato entrambi i pollici in segno di ok”. E se qualcuno non ce la fa Mara spiega “che siamo preparati ad accompagnare le persone verso la morte nella maniera più dignitosa. Io le tengo per mano per non lasciarle sole fino all’ultimo momento”. Erica Venier, la capo turno, vuole ringraziare “con tutto il cuore” i triestini che ogni giorno fanno arrivare dolci, frutta, generi di conforto ai combattenti della terapia intensiva. Graziano Di Gregorio, infermiere del turno mattutino, è un veterano: “Dopo 22 anni di esperienza non avrei mai pensato di trovarmi in una trincea del genere”. Il fiore all’occhiello della rianimazione di Cattinara è di non aver perso un solo paziente, ma Di Gregorio racconta: “Infermieri di altre terapie intensive hanno dovuto dare l’estrema unzione perchè i pazienti sono soli e non si può fare diversamente”. L’azienda sanitaria sta acquistando una trentina di tablet per cercare di mantenere un contatto con i familiari e permettere l’estremo saluto. Prima di venire intubati, l’ultima spiaggia, i contagiati che hanno difficoltà a respirare sono aiutati con maschere o caschi in un altro reparto. Il direttore, Marco Confalonieri, racconta: “Mio nonno era un ragazzo del ’99, che ha combattuto sul Piave durante il primo conflitto mondiale. Ho lanciato nella mischia 13 giovani appena assunti. Sono i ragazzi del ’99 di questa guerra”.

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26 settembre 2012 | Uno Mattina | reportage
I lati oscuri (e assurdi) delle adozioni
Con mia moglie, prima di affrontare l’odissea dell’adozione, ci chiedevamo come mai gran parte delle coppie che sentono questa spinta d’amore andavano a cercare bambini all’estero e non in Italia. Dopo quattro anni di esperienza sulla nostra pelle siamo arrivati ad una prima, parziale e triste risposta. La burocratica e farraginosa gestione delle adozioni nazionali, grazie a leggi e cavilli da azzeccagarbugli, non aiutano le coppie che vogliono accogliere un bimbo abbandonato in casa propria, ma le ostacolano.

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06 settembre 2018 | Radio immaginaria | intervento
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Teen Parade
Gli adolescenti mi intervistano sulla passione per i reportage di guerra

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15 marzo 2018 | Radio Radicale | intervento
Italia
Missioni militari e interesse nazionale
https://www.radioradicale.it/scheda/535875/missioni-militari-e-interesse-nazionale Convegno "Missioni militari e interesse nazionale", registrato a Roma giovedì 15 marzo 2018 alle 09:23. L'evento è stato organizzato da Center for Near Abroad Strategic Studies. Sono intervenuti: Paolo Quercia (Direttore del CeNASS, Center for Near Abroad Strategic Studies), Massimo Artini (vicepresidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati, Misto - Alternativa Libera (gruppo parlamentare Camera)), Fausto Biloslavo (giornalista, inviato di guerra), Francesco Semprini (corrispondente de "La Stampa" da New York), Arije Antinori (dottore di Ricerca in Criminologia ed alla Sicurezza alla Sapienza Università di Roma), Leonardo di marco (generale di Corpo d'Armata dell'Esercito), Fabrizio Cicchitto (presidente della Commissione Affari esteri della Camera, Area Popolare-NCD-Centristi per l'Europa). Tra gli argomenti discussi: Difesa, Esercito, Esteri, Forze Armate, Governo, Guerra, Informazione, Italia, Ministeri, Peace Keeping, Sicurezza. La registrazione video di questo convegno ha una durata di 2 ore e 46 minuti. Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio

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