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05 giugno 2019 - Esteri - Libia - Panorama
La nuova Siria si chiama Libia

Un miliziano barbuto scatta un selfie, bordo di una nave, con alle spalle una schiera di blindati mimetizzati nuovi di zecca provenienti dalla Turchia. Altre foto mostrano una lunga fila di missili anticarro appena arrivati ai governativi che difendono Tripoli, nonostante l’embargo sulle armi dell’Onu. A Bengasi, quartier generale del generale Khalifa Haftar, che assedia la capitale stesse scene con i blindati giunti dalla Giordania. Per non parlare dei terroristi ricercati in tutto il mondo, che spuntano come funghi soprattutto sul fronte governativo, ma anche su quello dell’uomo forte della Cirenaica. 

“La Libia si sta avviando verso uno scenario siriano, ma davanti all’Italia. Oramai l’ingerenza straniera con tanto di carichi di armi è alla luce del sole. Se continua così ci sarà un rigurgito del terrorismo jihadista” ammette con rammarico una fonte di Panorama a Tripoli, che lavora con un’intelligence occidentale. 

La Libia “si sta suicidando” usando le sue ricchezze petrolifere per finanziare il conflitto conferma Ghassan Salamé, inviato speciale dell’Onu. Gli scontri alle porte di Tripoli che durano da due mesi fra l’esercito di Haftar e i governativi del premier Fayez al Serraj “sono solo l\'inizio di una lunga e sanguinosa guerra lungo le coste del Mediterraneo meridionale” spiega il diplomatico. E aggiunge davanti al Consiglio di sicurezza: “L’embargo sulle armi alla Libia diventerà una cinica barzelletta”.

Lo scenario siriano è dimostrato dai pubblicizzati rifornimenti bellici dall’estero delle ultime settimane e dai bombardamenti mirati di droni stranieri. Il 18 maggio la nave cargo Amazon battente bandiera della Moldavia è attraccata al porto di Tripoli proveniente da quello turco di Samsun. Dalla stiva sono scesi decine di blindati anti mine Bmc Kirpi forniti da Ankara per la milizia filo governativa di Salah Badi e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga. Oltre ai mezzi sono stati spediti a Misurata missili terra aria a spalla, anticarro e munizioni. 

Il 19 e 20 maggio i seguaci di Haftar hanno postato sui social l’arrivo a Bengasi di una lunga serie di blindati Mrap Caiman inviati dalla Giordania probabilmente via Dubai o Egitto. I giordani addestrano anche i corpi speciali dell’uomo forte della Cirenaica. 

“Nonostante le forniture belliche in flagrante violazione dell’embargo Onu, la situazione militare alle porte di Tripoli è in stallo. Si attendono nuove offensive dal 5 giugno fine del Ramadan, il mese di digiuno islamico” rivela una fonte diplomatica a Tripoli. Le truppe di Haftar hanno provato a sfondare nel quartiere strategico di Salah al Din, che aprirebbe la strada verso il centro, ma sono state fermate. Nel sobborgo di Ein Zara, dopo aspre battaglie, i governativi hanno dovuto ritirarsi parzialmente.

“Si sta verificando lo scenario peggiore: un conflitto che coinvolge potenze regionali, senza vincitori, che assomiglia sempre più a quello siriano seppure con un’intensità minore” spiega il diplomatico. Per ora i morti sono 562 e i feriti 2855, ma l’intervento straniero è in aumento. I primi a venire appoggiati da droni armati in bombardamenti notturni sono stati i combattenti di Haftar. L’Onu, che sta indagando, sospetta che siano velivoli senza pilota degli Emirati arabi uniti acquistati dalla Cina. Il modello sarebbe il Wing Loong con missili terra aria, che i libici non sono in grado di pilotare.

Nelle ultime settimane le forze di Haftar accusano la Turchia di avere schierato i suoi droni al fianco dei governativi. In aprile è stato abbattuto sui cieli di Sirte un velivolo a pilotaggio remoto russo, l’Orlan 10, ma con funzioni solo di ricognizione. Su twitter un pilota moldavo si è immortalato con la stiva dell’aereo cargo carico di casse di munizioni, che ha fatto atterrare a Gharyan il quartier generale dell’avanzata di Haftar su Tripoli.

Il 7 maggio le truppe del generale hanno abbattuto un Mirage governativo. Il pilota si è salvato lanciandosi con il paracadute, ma è stato catturato. Si chiama Jimmy Reis, di origine portoghese, filmato e fotografato con il volto insanguinato. Tripoli smentisce di avere arruolato mercenari, ma Reis avrebbe già confessato di essere stato pagato, assieme ad altri stranieri, 13mila dollari al mese facendo base a Misurata.

“Il conflitto può deteriorarsi in una guerra civile prolungata simile alla Siria” favorendo i gruppi jihadisti ha scritto nero su bianco Jonathan M. Winer, ex inviato speciale in Libia dell\'amministrazione statunitense di Barack Obama. 

Il 24 maggio sui social vicini all’organizzazione terroristica Ansar al Sharia sono comparsi messaggi di cordoglio per la morte in battaglia di Mohamed Mahmoud Ben Dardaf. Il militante jihadista era ricercato per avere guidato l’attacco dell’11 e 12 settembre 2012 al consolato americano di Bengasi. Nell’assalto rimase ucciso Christopher Stevens, l’ambasciatore Usa. Dardaf combatteva nelle fila della milizia filo governativa Somoud. E sarebbe stato ucciso da un missile Kornet, di fabbricazione russa, che ha centrato il suo blindato sul fronte di Tripoli. 

Nella città costiera di Zawiya, rimasta fedele al governo Serraj, opera la brigata Abu Obeida, che ha combattuto in Siria al fianco delle formazioni jihadiste più estreme. La milizia è guidata dal marocchino, Shaban Hadia e composta dai volontari libici della guerra santa contro Assad.

Anche fra le fila di Haftar ci sono gruppi armati pericolosi come i salafiti che si ispirano al teologo saudita Rabee al Madkhali. Sceicco di una costola ultra conservatrice che vuole l’applicazione talebana della legge del Corano. Una fetta dei Madkhali è integrata nella Forza di deterrenza Rada, una delle unità più forti a Tripoli, che ufficialmente appoggia il governo, ma potrebbe cambiare bandiera al momento giusto.

Il reparto speciale Al Saiqa di Haftar è comandato da Mahmoud Mustafa Busayf al Werfalli. Un ex ufficiale di carriera, che fa parte della tribù Warfalla un tempo fedele al colonnello Gheddafi. Il comandante è rincorso da due mandati di cattura della Corte penale internazionale per l’eliminazione a sangue freddo di decine di prigionieri. “Se va avanti così si rischia un intervento russo come in Siria” teme la fonte di Panorama in Libia che lavora con l’Occidente.

I paesi più coinvolti sono Turchia e Qatar dalla parte di Tripoli ed Egitto, Arabia saudita, Emirati arabi, Giordania sul fronte di Haftar. L’Italia appoggia formalmente il governo Serraj riconosciuto dall’Onu mentre la Francia e la Russia sono considerati padrini dell’uomo forte della Cirenaica. Anche il presidente americano Donald Trump vede di buon occhio il generale. Per tirare dalla propria parte le cancellerie Haftar ha assoldato i lobbisti Usa, Stephen Payne e Brian Ettinger della Linden Government Solutions per 2 milioni dollari. Il governo di Tripoli non è da meno con Mercury, società di strategie globali. 

In questo caos sta riemergendo la crisi dimenticata dei migranti. La metà de 2.222 clandestini intercettati in mare dalla Guardia costiera libica sono stati riportati indietro in maggio. Nello stesso mese i dati del Viminale indicano l’arrivo in Italia di 711 migranti, quasi lo stesso numero di tutti gli sbarchi da gennaio ad aprile. Rispetto agli anni precedenti si registra una riduzione di oltre il 90%. Però il conflitto in stile siriano di Tripoli ha già provocato 82mila sfollati libici, che se fuggissero in Tunisia o via mare verso l’Italia devono venire accolti come profughi di guerra.   

Fausto Biloslavo

 

“La Libia è l’esempio del fallimento dell’Onu” spiega l’analista Arturo Varvelli. Il risultato è una Siria alle porte o ancora peggio una Somalia, secondo il responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale  intervistato da Panorama.

In Libia si sta profilando uno scenario siriano alle porte di casa nostra?

“Se lo intendiamo come ingerenza delle potenze straniere e infiltrazioni jihadiste, purtroppo, è così. In Libia, però, non c’è l’odio settario che ha provocato un enorme bagno di sangue in Siria. Un altro scenario da utilizzare come paragone è quello somalo di uno stato fallito. Sia che guardiamo il governo di Serraj, che al signore della guerra Haftar, la Libia è un paese fallito da tempo”.

Le ingerenze e forniture di armi da paesi stranieri a tutte le forze in lotta sono evidenti. Ma non c’era un embargo dell’Onu?

“Sì ed è abbastanza paradossale e pure sintomatico dei tempi correnti. Ci troviamo di fronte ad un’Organizzazione delle Nazioni Unite, che è sempre più una finzione. Sembra proprio che non ci creda più nessuno. La Libia è l’esempio del fallimento dell’Onu. Tutti appoggiano a parole l’inviato delle Nazioni Unite, Salamè e poi ogni paese fa i propri comodi e interessi. Le forniture di armi sono la prova evidente”.

Si rischia il ritorno dei gruppi jihadisti, che vengono segnalati soprattutto contro Haftar?

“Il pericolo è concreto. Simile a quello che è accaduto in Siria con Haftar visto come un novello Assad. Il generale ha il potenziale di rivitalizzare il fronte jihadista contro la sua avanzata. E dall’altra parte le forze governative vengono prese in ostaggio dagli estremisti soprattutto sul lungo periodo. Quando si deve vincere una guerra si imbarca chiunque”.

Il governo italiano cosa potrebbe fare per evitare il peggio?

“Prima di tutto evitare scontri frontali con la Francia. E trovare un punto di mediazione con Parigi per imporre una posizione europea comune e più chiara. Anche il president francese Macron ha fallito nel tentativo di trasformare velocemente Haftar da attore militare a politico\".

Lei ha ipotizzato una soluzione federalista. Di cosa si tratta?

“Abbiamo scritto un report su un’ipotesi di federalismo città centrico. Alcune milizie come quelle di Misurata e Zintan sono talmente forti, che di fatto amministrano i loro caposaldi come città stato. Perchè non istituzionalizzalo in senso autonomista e federale? Il piano deve partire dai libici con le città che decidono come spartirsi i proventi delle risorse energetiche”.

f.bil.


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