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Artcolo
14 luglio 2020 - Interni - Italia - Il Giornale
Foibe, Mattarella e Pahor per mano
Fausto Biloslavo
Trieste L\'immagine che rimarrà nella storia è il capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, che si tiene per mano con il presidente sloveno, Borut Pahor, il primo dell\'ex Jugoslavia, davanti alla foiba di Basovizza. I due, immobili davanti ai corazzieri sull\'attenti, che hanno deposto la corona sul monumento nazionale con i colori dei rispettivi paesi. In silenzio di fronte ai morti italiani dei partigiani di Tito, che occuparono Trieste deportando e infoibando.
Peccato che non ci fosse il popolo degli esuli e dei triestini, che non ha mai celato il dramma delle foibe nei cassetti nascosti della storia come è accaduto per oltre mezzo secolo. Gli esuli costretti alla fuga dalle violenze titine alla fine della seconda guerra mondiale erano rappresentati da una ventina di superstiti senza i gonfaloni dei comuni in esilio e le bandiere, a causa di un inflessibile protocollo. Il presidente dalla Federazione degli esuli, Antonio Ballarin era in prima fila. Però l\'Unione degli istriani, una delle associazioni più rappresentative ha deciso di non partecipare per le imposizioni, polemiche e spaccature di questo lungo 13 luglio. «Con l\'omaggio alla foiba si riconoscono i crimini di Tito. E Trieste entra nella storia dell\'Italia e dell\'Europa» dichiara al Giornale, Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia. Dopo Basovizza i presidenti portano un\'altra corona al monumento dei quattro fucilati sloveni nel 1930 durante il fascismo. Martiri per Lubiana e la sinistra, ma «terroristi» che volevano annettere la Venezia Giulia per molti a destra. Anche gli esuli che erano alla foiba non si sono presentati incontrando Mattarella nel pomeriggio. In compenso lungo la strada principale una quindicina di estremisti, soprattutto della minoranza slovena, indossava per protesta una maglietta con scritto «la foiba della menzogna». Il presidente Pahor era già stato accolto prima di arrivare in Italia da una trentina di connazionali con uno striscione eloquente: «Traditore». In città Casa Pound ha fatto lo stesso nei confronti dei governi italiani.
In prefettura è stata firmata la restituzione alla comunità slovena dell\'edificio che 100 anni fa ospitava l\'hotel Balkan e il Narodni Dom, la casa del popolo degli slavi. La storiografia ufficiale sostiene che è stato bruciato dai fascisti, ma esistono ricostruzioni opposte. In prefettura, Mattarella, ha dichiarato che sloveni e italiani possono continuare «a coltivare risentimenti e rancore, oppure, farne patrimonio comune nel ricordo e nel rispetto, sviluppando amicizia e condivisione del futuro». Pahor ha risposto che «giustizia è stata fatta. Oggi Trieste () celebra i valori più nobili a fondamento dell\'Ue e ne diviene capitale». Poi i capi di Stato si sono recati all\'ex Balkan, oggi scuola interpreti. All\'esterno una cinquantina di persone con la stella rossa sulla maglietta hanno intonato l\'inno della Resistenza degli sloveni del litorale. All\'ex Balkan è arrivato lo scrittore sloveno, Boris Pahor, ultracentenario per venire decorato da Italia e Slovenia. Intellettuale sempre poco attento alle foibe e molto ai soprusi fascisti. Ai microfoni della tv locale Tele 4 ha dichiarato «che è tutto una balla, non era vero niente» riferendosi al «giorno del Ricordo del 10 febbraio» e alle accuse rivolte «all\'armata jugoslava che ha fatto gettare nelle foibe non so quanti italiani».
[continua]

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21 settembre 2012 | La Vita in Diretta | reportage
Islam in Italia e non solo. Preconcetti, paure e pericoli


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29 dicembre 2010 | | reportage
Gli occhi della guerra a Trieste
Dopo aver portato la mostra su 25 anni di reportage di guerra in tutta Italia, finalmente il 29 dicembre è stata inaugurata a Trieste, presso la sala espositiva della Parrocchia di Santa Maria Maggiore, via del Collegio 6. Gli occhi della guerra sono dedicati ad Almerigo Grilz e a tutti i giornalisti caduti sul fronte dell'informazione. La mostra rimarrà aperta al pubblico dal 10 al 20 gennaio. L'evento è stato organizzato dal Circolo universitario Hobbit con la sponsorizzazione della Regione.

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07 aprile 2020 | Tg5 | reportage
Parla il sopravvissuto al virus
Fausto Biloslavo TRIESTE - Il sopravvissuto sta sbucciando un’arancia seduto sul letto di ospedale, come se non fosse rispuntato da poco dall’anticamera dell’inferno. Maglietta grigia, speranza dipinta negli occhi, Giovanni Ziliani è stato dimesso mercoledì, per tornare a casa. Quarantadue anni, atleta e istruttore di arti marziali ai bambini, il 10 marzo ha iniziato a stare male nella sua città, Cremona. Cinque giorni dopo è finito in terapia intensiva. Dalla Lombardia l’hanno trasferito a Trieste, dove un tubo in gola gli pompava aria nei polmoni devastati dall’infezione. Dopo 17 giorni di calvario è tornato a vivere, non più contagioso. Cosa ricorda di questa discesa all’inferno? “Non volevo dormire perchè avevo paura di smettere di respirare. Ricordo il tubo in gola, come dovevo convivere con il dolore, gli sforzi di vomito ogni volta che cercavo di deglutire. E gli occhi arrossati che bruciavano. Quando mi sono svegliato, ancora intubato, ero spaventato, disorientato. La sensazione è di impotenza sul proprio corpo. Ti rendi conto che dipendi da fili, tubi, macchine. E che la cosa più naturale del mondo, respirare, non lo è più”. Dove ha trovato la forza? “Mi sono aggrappato alla famiglia, ai valori veri. Al ricordo di mia moglie, in cinta da otto mesi e di nostra figlia di 7 anni. Ti aggrappi a quello che conta nella vita. E poi c’erano gli angeli in tuta bianca che mi hanno fatto rinascere”. Gli operatori sanitari dell’ospedale? “Sì, medici ed infermieri che ti aiutano e confortano in ogni modo. Volevo comunicare, ma non ci riuscivo perchè avevo un tubo in gola. Hanno provato a farmi scrivere, ma ero talmente debole che non ero in grado. Allora mi hanno portato un foglio plastificato con l’alfabeto e digitavo le lettere per comporre le parole”. Il momento che non dimenticherà mai? “Quando mi hanno estubato. E’ stata una festa. E quando ero in grado di parlare la prima cosa che hanno fatto è una chiamata in viva voce con mia moglie. Dopo tanti giorni fra la vita e la morte è stato un momento bellissimo”. Come ha recuperato le forze? “Sono stato svezzato come si fa con i vitellini. Dopo tanto tempo con il sondino per l’alimentazione mi hanno somministrato in bocca del tè caldo con una piccola siringa. Non ero solo un paziente che dovevano curare. Mi sono sentito accudito”. Come è stato infettato? “Abbiamo preso il virus da papà, che purtroppo non ce l’ha fatta. Mio fratello è intubato a Varese non ancora fuori pericolo”. E la sua famiglia? “Moglie e figlia di 7 anni per fortuna sono negative. La mia signora è in attesa di Gabriele che nascerà fra un mese. Ed io sono rinato a Trieste”. Ha pensato di non farcela? “Ero stanco di stare male con la febbre sempre a 39,6. Speravo di addormentarmi in terapia intensiva e di risvegliarmi guarito. Non è andata proprio in questo modo, ma è finita così: una vittoria per tutti”.

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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti. “Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale. I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria. Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa. In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo. “In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani. Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.

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