image
Articolo
22 luglio 2020 - Interni - Italia - Panorama
Il covid degli oggetti perduti
Fausto Biloslavo
Il telefonino con i video e le foto ricordo di una vita perduti per sempre. La fede ritrovata dopo tre mesi e mezzo, gli occhiali, le pantofole, il rasoio elettrico smarriti o distrutti per timore del contagio. Anche le catenine, i ciondoli, gli orecchini, l’orologio, le chiavi di casa, le carte di credito o solo la foto ingiallita dal tempo della famiglia mai più ritrovati nello tsunami della pandemia, che ha travolto l’Italia. Il danno collaterale del Covid-19, come in guerra, è la penosa ricerca dei familiari delle vittime degli effetti personali dei loro cari. Il ricordo tangibile di chi non c’è più e non hai neppure avuto la possibilità di tenere per mano negli ultimi attimi di vita.
“Il cellulare con le foto delle nipotine e quelle scattate assieme, il suo orologio che la famiglia gli ha regalato a gennaio per l’ultimo compleanno sono oggetti di grande valore affettivo per me. Le ultime cose che ha toccato prima di venire stroncato dal virus”  spiega a Panorama, Lorella Micucci, da Iesi in provincia di Ancona. Il marito, Marcello, è morto il 19 marzo a 58 anni all’ospedale Carlo Urbani. La coppia era volontaria della Croce rossa. “Mi hanno chiamato dicendo che mio marito non ce l’ha fatta - racconta la signora - Gli oggetti personali avrebbero dovuto essere consegnati all’impresa funebre, ma non avevano nulla. Un infermiere ha visto una busta nera, ma poi non sapeva che fine avesse fatto”. Lorella non si da per vinta e un nipote che smanetta con il computer geolocalizza il cellulare. “Era stato gettato in un cassonetto dei rifiuti non speciali - spiega - L’azienda sanitaria mi ha promesso che sarebbe intervenuta per fermare lo smaltimento, ma eravamo ancora in emergenza Covid e nessuno poteva andare ad aprire i sacchi delle immondizie”. Sul cellulare buttato via c’erano pure i codici della banca. “Anche gli occhiali da vista, l’orologio, tutto perduto per incuria” si rammarica Lorella, membro del gruppo “Noi denunceremo”, che vuole trovare i responsabili delle mancate zone rosse nella zona di Bergamo e delle troppe morti nelle case di riposo.
Il caso di Iesi non è il solo come dimostra la decina di segnalazioni a Trieste, dove in gran parte gli effetti personali sono stati ritrovati e consegnati, anche se ci sono voluti mesi. “Mia suocera Franca è mancata per il virus. Dopo un ricovero per un leggero ictus è stata contagiata in ospedale. Nella sua stanza su cinque pazienti quattro sono decedute” racconta un triestino, che preferisce mantenere l’anonimato. “L’altra faccia della tragedia è che abbiamo atteso due mesi e mezzo per farci restituire la fede. Mio suocero, che ha fatto cremare il corpo voleva metterla sull’urna delle ceneri come ricordo” spiega la fonte di Panorama. “Solo dopo avere denunciato il fatto sulla stampa locale abbiamo ricevuto, qualche giorno dopo, la fede e gli orecchini - spiega - I vestiti e anche la borsetta erano stati distrutti per timore del contagio”.
L’azienda sanitaria di Trieste conferma “che i beni dei pazienti venivano insacchettati e messi in quarantena. All’inizio, non essendo note le caratteristiche di infettività residua del virus, la quarantena è stata molto lunga, dell\\\'ordine del mese. Successivamente è stato possibile ridurne i tempi prima della consegna”. L’uffico legale ha preso a cuore i casi problematici, ma per Valdemara Amolaro, 76 anni, ci sono poche speranze di tornare in possesso degli effetti personali del marito, uno dei primi deceduti per il virus nel capoluogo giuliano. “Non riesco a mettermi il cuore in pace. A parte le pantofole, il pigiama, le ultime cose che indossava, figlio e nipote volevano avere come ricordo almeno il rasoio elettrico di Vitoluciano” spiega la vedova. “La caposala mi aveva detto che i suoi oggetti erano stati chiusi in uno scatolone, ma c’era l’isolamento e non potevo andare in ospedale. Poi il reparto Covid è stato dismesso e sembra che la cooperativa pulendo tutto abbia buttato via anche lo scatolone con scritto “indumenti infetti”, che conteneva gli effetti personali non solo di mio marito” racconta  la signora Amolaro.
Nell’emergenza provocata dalla pandemia gli oggetti dei pazienti erano l’ultimo dei problemi. E si temeva la trasmissione del virus. Il fotografo vicentino, Mauro Pozzer, ha documentato la “guerra” contro il nemico invisibile dentro l’ospedale San Bortolo di Vicenza con il toccante reportage “Nessuno si salva da solo”. Non dimenticherà mai “il sotterraneo delle malattie infettive dove ho visto una stanza ripostiglio piena di sacchetti di plastica nera contenenti gli effetti personali dei pazienti. Gli oggetti dei morti Covid, che dovevano essere bruciati”. Pozzer racconta a Panorama che “le fedi venivano messe in sacchetti anti contagio per la sanificazione e restituzione. Quello che le vittime avevano addosso a cominciare dai vestiti e talvolta foto e documenti andavano direttamente all’inceneritore per evitare il contagio”.
A Civitanova Marche l’infermiere e sindacalista del reparto di rianimazione, Marcello Evangelista, ha aiutato i parenti delle vittime a recuperare gli effetti personali dei loro cari. “Il primo obiettivo era salvare vite - racconta a Panorama - I contagiati arrivavano a ondate con vestiti e tutti gli effetti personali addosso. La prima cosa da fare era denudarli  e smaltire gli indumenti nei rifiuti speciali”.  Evangelista ammette che  nell’emergenza “non potevamo pensare alla monetina, il piccolo ricordo, ma le fedi, il portafoglio, le catenine venivano infilati dentro le buste del materiale infetto per salvarli. Qualche effetto personale sarà andato perduto, ma tanti sono stati riconsegnati ai familiari”. L’infermiere con 25 anni di esperienza viene chiamato da una signora che ha perso il marito “sto cercando la carta d’identità, la patente, qualsiasi cosa mi faccia ricordare di lui”. Evangelista l’aiuta: \\\"Ho aperto la porta di uno stanzino e mi sono trovato di fronte a un mucchio di sacconi neri ognuno con il nome di un paziente. Un brivido mi ha percorso la schiena e sono crollato a terra, in ginocchio di fronte a quello che restava delle vittime del Covid”. L’infermiere è rimasto “immobile per qualche minuto cercando di immaginare la vita di una persona racchiusa in un sacco della spazzatura”. Segretario regionale Uil Fpl sa che “qualcosa è andato perso oppure ritrovato nei rifiuti o mescolato alla biancheria sporca, ma nessuno l’ha fatto apposta. I primi a chiedere scusa ai familiari siamo noi personale sanitario, anche se bisogna capire cosa significa l’arrivo di 3-4 pazienti assieme in condizioni drammatiche”.
In diverse parti d’Italia i familiari hanno scritto lettere accorate alla stampa come il portale d’informazione cittadellaspezia.com. “Sono la figlia di uomo che è entrato in ospedale il 6 di marzo per un motivo diverso da quello che lo ha portato alla morte nella giornata del 22 marzo, cioè questo maledetto virus” si legge in rete. La figlia ha chiesto gli oggetti del papà: “Ero sconvolta, quando sono riuscita a parlare con la caposala era troppo tardi: tutto smaltito”. E si domanda: “E’ giusto che gli effetti personali vengano smaltiti tutti? È già molto triste non riavere il cellulare, l\\\'orologio e altre cose, ma i documenti , le carte di credito, le chiavi di casa sono oggetti che possono servire a chi resta, per tutte quelle pratiche da fare dopo la morte di una persona cara”.
In alcuni casi, per fortuna, c’è il lieto fine. Il 14 luglio Donatella Pagani, sulla pagine Facebook di “Noi denunceremo” ha postato la foto di uno scintillante anello di nozze. E commentato con l’aggiunta di un cuoricino nero, segno di lutto: “Dopo più di 3 mesi e mezzo siamo riusciti a riavere la tua fede… è un’emozione grandissima… è come se una parte di te mamma fosse tornata a casa”.
[continua]

video
07 aprile 2020 | Tg5 | reportage
Parla il sopravvissuto al virus
Fausto Biloslavo TRIESTE - Il sopravvissuto sta sbucciando un’arancia seduto sul letto di ospedale, come se non fosse rispuntato da poco dall’anticamera dell’inferno. Maglietta grigia, speranza dipinta negli occhi, Giovanni Ziliani è stato dimesso mercoledì, per tornare a casa. Quarantadue anni, atleta e istruttore di arti marziali ai bambini, il 10 marzo ha iniziato a stare male nella sua città, Cremona. Cinque giorni dopo è finito in terapia intensiva. Dalla Lombardia l’hanno trasferito a Trieste, dove un tubo in gola gli pompava aria nei polmoni devastati dall’infezione. Dopo 17 giorni di calvario è tornato a vivere, non più contagioso. Cosa ricorda di questa discesa all’inferno? “Non volevo dormire perchè avevo paura di smettere di respirare. Ricordo il tubo in gola, come dovevo convivere con il dolore, gli sforzi di vomito ogni volta che cercavo di deglutire. E gli occhi arrossati che bruciavano. Quando mi sono svegliato, ancora intubato, ero spaventato, disorientato. La sensazione è di impotenza sul proprio corpo. Ti rendi conto che dipendi da fili, tubi, macchine. E che la cosa più naturale del mondo, respirare, non lo è più”. Dove ha trovato la forza? “Mi sono aggrappato alla famiglia, ai valori veri. Al ricordo di mia moglie, in cinta da otto mesi e di nostra figlia di 7 anni. Ti aggrappi a quello che conta nella vita. E poi c’erano gli angeli in tuta bianca che mi hanno fatto rinascere”. Gli operatori sanitari dell’ospedale? “Sì, medici ed infermieri che ti aiutano e confortano in ogni modo. Volevo comunicare, ma non ci riuscivo perchè avevo un tubo in gola. Hanno provato a farmi scrivere, ma ero talmente debole che non ero in grado. Allora mi hanno portato un foglio plastificato con l’alfabeto e digitavo le lettere per comporre le parole”. Il momento che non dimenticherà mai? “Quando mi hanno estubato. E’ stata una festa. E quando ero in grado di parlare la prima cosa che hanno fatto è una chiamata in viva voce con mia moglie. Dopo tanti giorni fra la vita e la morte è stato un momento bellissimo”. Come ha recuperato le forze? “Sono stato svezzato come si fa con i vitellini. Dopo tanto tempo con il sondino per l’alimentazione mi hanno somministrato in bocca del tè caldo con una piccola siringa. Non ero solo un paziente che dovevano curare. Mi sono sentito accudito”. Come è stato infettato? “Abbiamo preso il virus da papà, che purtroppo non ce l’ha fatta. Mio fratello è intubato a Varese non ancora fuori pericolo”. E la sua famiglia? “Moglie e figlia di 7 anni per fortuna sono negative. La mia signora è in attesa di Gabriele che nascerà fra un mese. Ed io sono rinato a Trieste”. Ha pensato di non farcela? “Ero stanco di stare male con la febbre sempre a 39,6. Speravo di addormentarmi in terapia intensiva e di risvegliarmi guarito. Non è andata proprio in questo modo, ma è finita così: una vittoria per tutti”.

play
23 aprile 2012 | Premio Lago | reportage
Il premio Giorgio Lago: Arte, impresa, giornalismo, volontariato del Nord Est
Motivazione della Giuria: Giornalista di razza. Sempre sulla notizia, esposto in prima persona nei vari teatri di guerra del mondo. Penna sottile, attenta, con un grande amore per la verità raccontata a narrare le diverse vicende dell’uomo.

play
10 giugno 2008 | Emittente privata TCA | reportage
Gli occhi della guerra.... a Bolzano /2
Negli anni 80 lo portava in giro per Milano sulla sua 500, scrive Panorama. Adesso, da ministro della Difesa, Ignazio La Russa ha voluto visitare a Bolzano la mostra fotografica Gli occhi della guerra, dedicata alla sua memoria. Almerigo Grilz, triestino, ex dirigente missino, fu il primo giornalista italiano ucciso dopo la Seconda guerra mondiale, mentre filmava uno scontro fra ribelli e governativi in Mozambico nell’87. La mostra, organizzata dal 4° Reggimento alpini paracadutisti, espone anche i reportage di altri due giornalisti triestini: Gian Micalessin e Fausto Biloslavo.

play
[altri video]
radio

27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti. “Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale. I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria. Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa. In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo. “In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani. Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.

play

[altri collegamenti radio]




fotografie







[altre foto]