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13 gennaio 2021 - Sito - Italia - panorama.it
Con l\'esame del Dna daremo un nome ai marò trucidati nel 1945.
Fausto Biloslavo
“Per la nostra famiglia sarebbe un sogno identificare i resti di mio zio riportandolo finalmente a casa. E un dovere alla memoria di papà, che non ha mai più saputo nulla di suo fratello partito per la guerra e ufficialmente disperso” spiega Maria Antonietta, nipote di Francesco De Muru, uno dei marò passati per le armi dai partigiani di Tito e sepolti in una fossa comune per 75 anni. Classe 1924 era partito giovanissimo da Posada, in provincia di Nuoro, per il secondo conflitto mondiale. Dopo la resa, a fine aprile 1945, è stato prima torturato e poi passato per le armi dai partigiani di Tito assieme ad altri 21 marò della X Mas e 6 militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso. Per 75 anni i resti sono rimasti sepolti ad Ossero sull’isola oggi croata. Nel 2019 sono stati riesumati e tumulati con tutti gli onori al sacrario di Bari in 27 cassettine ognuna con su scritto “caduto ignoto”. Adesso, grazie ad una raccolta fondi della Comunità italiana degli esuli di Lussino lanciata su panorama.it, si cercherà di dare ai resti un nome con le tecniche più innovative. “Fino al 13 gennaio sono stati donati 14.772 € per l’identificazione dei marò di Ossero. Un successo” dichiara Licia Giadrossi, che guida il gruppo di esuli costretti ad abbandonare le loro terre dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Per realizzare il “sogno” di Maria Antonietta De Muru bisogna partire dal Dna dei familiari delle vittime interpellati da Panorama. “Lo zio aveva 20 anni e noi nipoti siamo in sei, cinque sorelle e un fratello, sicuramente disponibili all’esame del Dna e alle procedure necessarie” spiega la nipote del marò. “Come famiglia siamo pacifisti e pensiamo che sia assurdo aver perso la vita in guerra - racconta De Muru - Per anni si pensava che Francesco fosse affondato con la nave che lo portava al fronte. Quando ho raccontato alla mie sorelle la fine dello zio, le fosse che ha dovuto scavare con gli altri ragazzi, siamo rabbrividite. Non ci sono parole per commentare i crimini di guerra compiuti da una parte e dall’altra”. Dopo tre quarti di secolo “di un dolore tremendo sarebbe un sogno deporre un fiore sulla tomba con il nome dello zio” se verrà identificato dall’oblio di un passato tragico e sanguinoso.
Il vero mastino di questo “cold case” della storia è Federico Scopinich, esule da Lussinpiccolo che vive a Genova. “Fino ad oggi abbiamo trovato i discendenti di 9 marò fucilati ad Ossero. E stiamo cercando di risalire agli altri per l’identificazione attraverso il Dna” spiega Scopinic. A dargli una mano nelle minuziose ricerche, Riccardo Maculan, carabiniere in pensione di Vicenza. “Tutto è iniziato 15 anni fa e non è stato facile - racconta l’esule - A Neresine (località sull’isola di Cherso dove i soldati sono stati fatti prigionieri nda) ho conosciuto Silvia Zorovich che diceva in dialetto veneto “mi son italiana”, assieme alla sorella Maria. Le prime a mettermi sulle tracce della fine dei marò”. Le due sorelle rammendavano e facevano il bucato per i militari italiani, ma sono rimaste sotto la Jugoslavia di Tito. “Mi hanno messo in contatto con Floriana, sorella di Ermanno Coppi, che conservava le lettere spedite a casa dal marò ucciso a Ossero” conferma l’esule. Scopinich grazie a testimonianze e documenti ha ricostruito tutto fino alle fosse comuni. Floriana adesso ha 91 anni, ma Panorama ha parlato  con la figlia Gabriella. “All’inizio era dato per  disperso e per anni non si è mai saputo nulla - spiega la nipote - Sono andata a Ossero e ho parlato con un’anziana, testimone oculare di come quella ventina di marò fossero stati portati via e fucilati”. Gabriella sottolinea che “non voglio ci sia alcuna strumentalizzazione politica, ma sono assolutamente disponibile alla prova del Dna. Mi sembra giusto per quanto ha sofferto la nonna e la nostra famiglia”.
Per il “cold case” di Ossero si è subito messo a disposizione Paolo Fattorini, esperto di identificazione genetica dell’Università di Trieste, con le tecniche innovative chiamate “next generation”. Grazie all’iniziativa lanciata da Panorama ha offerto gratuitamente il suo prezioso aiuto anche Francesco Introna, cattedratico di Medicina Legale a Bari ed esperto in antropologia forense. “Per contribuire senza indugio in quest\\\'opera di umanità e ricerca della verità storica” evidenzia, Luigi Antonio Fino, medico che ha coinvolto Introna. L’esperto ha lavorato pure all’identificazione delle vittime nella guerra etnica in Kosovo. “Il nostro compito, a parte rappresentare la sede logistica delle operazioni, (le ossa riesumate ad Ossero sono nel sacrario di Bari nda) - fa notare Introna - potrebbe essere quella di effettuare sui resti la definizione del numero delle vittime, la determinazione delle cause di morte, nonché tentare la sovrapposizione cranio-foto (ove fossero disponibili foto dell\\\' epoca di ciascun disperso) volte ad indirizzare e corroborare le indagini del Dna”.
Iginio Sersanti aveva 24 anni quando è stato fatto prigioniero dopo aver difeso un lembo d’Italia a Cherso in una guerra perduta. Cristian Sersanti non l’ha mai conosciuto essendo nato l’anno dopo la fine del conflitto. “Lo zio aveva una fidanzata sull’isola - racconta il nipote - Dopo la guerra era in contatto con i nonni e ha cercato Iginio per tutta l’Istria, ma inutilmente”. Sersanti ha solo qualche foto in bianco e nero del marò fucilato dai titini. “Se riuscissimo ad identificarlo con il Dna - sottolinea il nipote - sarebbe bello portarlo a Gabicce, in provincia di Pesaro-Urbino e seppellirlo al fianco di mio padre e dei nonni”.
Degli altri marò trucidati sono stati rintracciati sorella e nipote di Ettore Broggi della provincia di Varese. La figlia di Dino Fantecchi, fiorentino, che poi è scomparsa, ma c’è un nipote, come per Luciano Medri e Fabio Venturi. A Lecco nel 1922 era nato Emilio Biffi e la comparazione con il Dna lo farà uno dei pronipoti. “Era il fratello, dato per disperso, di nonno Carlo - racconta il giovane - Emilio è stato probabilmente fucilato con gli altri, ma la certezza è possibile solo con la comparazione del Dna, che potrebbe dare un nome ai resti”. Il pronipote ringrazia la comunità degli esuli che ha dato vita a questa iniziativa oltre a chi si è concentrato per anni sulle ricerche. E puntualizza: “Lasciamo in pace la storia e da parte la politica. Mi interessa solo il lato umano e se verrà identificato il fratello di mio nonno vorrei portarlo nella tomba di famiglia”.
Raccolta fondi: “Per l’identifcazione dei marò di Ossero”
Comunità di Lussinpiccolo - Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982 Monte dei Paschi di Siena
[continua]

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24 novembre 2015 | Rai 1 Storie vere | reportage
Terrorismo in Europa
Dopo gli attacchi di Parigi cosa dobbiamo fare per estirpare la minaccia in Siria, Iraq e a casa nostra

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14 maggio 2020 | Tg5 | reportage
Trieste, Lampedusa del Nord Est
Fausto Biloslavo TRIESTE - Il gruppetto è seduto sul bordo della strada asfaltata. Tutti maschi dai vent’anni in su, laceri, sporchi e inzuppati di pioggia sembrano sfiniti, ma chiedono subito “dov’è Trieste?”. Un chilometro più indietro passa il confine con la Slovenia. I migranti illegali sono appena arrivati, dopo giorni di marcia lungo la rotta balcanica. Non sembra il Carso triestino, ma la Bosnia nord occidentale da dove partono per arrivare a piedi in Italia. Scarpe di ginnastica, tute e qualche piumino non hanno neanche uno zainetto. Il più giovane è il capetto della decina di afghani, che abbiamo intercettato prima della polizia. Uno indossa una divisa mimetica probabilmente bosniaca, un altro ha un barbone e sguardo da talebano e la principale preoccupazione è “di non venire deportati” ovvero rimandati indietro. Non sanno che la Slovenia, causa virus, ha sospeso i respingimenti dall’Italia. Di nuovo in marcia i migranti tirano un sospiro di sollievo quando vedono un cartello stradale che indica Trieste. Il capetto alza la mano in segno di vittoria urlando da dove viene: “Afghanistan, Baghlan”, una provincia a nord di Kabul. Il 12 maggio sono arrivati in 160 in poche ore, in gran parte afghani e pachistani, il picco giornaliero dall’inizio dell’anno. La riapertura della rotta balcanica sul fronte del Nord Est è iniziata a fine aprile, in vista della fase 2 dell’emergenza virus. A Trieste sono stati rintracciati una media di 40 migranti al giorno. In Bosnia sarebbero in 7500 pronti a partire verso l’Italia. Il gruppetto di afghani viene preso in carico dai militari del reggimento Piemonte Cavalleria schierato sul confine con un centinaio di uomini per l’emergenza virus. Più avanti sullo stradone di ingresso in città, da dove si vede il capoluogo giuliano, la polizia sta intercettando altri migranti. Le volanti con il lampeggiante acceso “scortano” la colonna che si sta ingrossando con decine di giovani stanchi e affamati. Grazie ad un altoparlante viene spiegato in inglese di stare calmi e dirigersi verso il punto di raccolta sul ciglio della strada in attesa degli autobus per portarli via. Gli agenti con le mascherine controllano per prima cosa con i termometri a distanza la temperatura dei clandestini. Poi li perquisiscono uno ad uno e alla fine distribuiscono le mascherine ai migranti. Alla fine li fanno salire sugli autobus dell’azienda comunale dei trasporti cercando di non riempirli troppo per evitare focolai di contagio. “No virus, no virus” sostiene Rahibullah Sadiqi alzando i pollici verso l’alto in segno di vittoria. L’afghano è partito un anno fa dal suo paese e ha camminato per “dodici giorni dalla Bosnia, attraverso la Croazia e la Slovenia fino all’Italia”. Seduto per terra si è levato le scarpe e mostra i piedi doloranti. “I croati mi hanno rimandato indietro nove volte, ma adesso non c’era polizia e siamo passati tutti” spiega sorridendo dopo aver concluso “il gioco”, come i clandestini chiamano l’ultimo tratto della rotta balcanica. “Abbiamo registrato un crollo degli arrivi in marzo e per gran parte di aprile. Poi un’impennata alla fine dello scorso mese fino a metà maggio. L’impressione è che per i paesi della rotta balcanica nello stesso periodo sia avvenuta la fine del lockdown migratorio. In pratica hanno aperto i rubinetti per scaricare il peso dei flussi sull’Italia e sul Friuli-Venezia Giulia in particolare creando una situazione ingestibile anche dal punto di vista sanitario. E’ inaccettabile” spiega l'assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti, che punta il dito contro la Slovenia. Lorenzo Tamaro, responsabile provinciale del Sindacato autonomo di polizia, denuncia “la carenza d’organico davanti all’emergenza dell’arrivo in massa di immigrati clandestini. Rinnoviamo l’appello per l’invio di uomini in rinforzo alla Polizia di frontiera”. In aprile circa il 30% dei migranti che stazionavano in Serbia è entrato in Bosnia grazie alla crisi pandemica, che ha distolto uomini ed energie dal controllo dei confini. Nella Bosnia occidentale non ci sono più i campi di raccolta, ma i migranti bivaccano nei boschi e passano più facilmente in Croazia dove la polizia ha dovuto gestire l’emergenza virus e pure un terremoto. Sul Carso anche l’esercito impegnato nell’operazione Strade sicure fa il possibile per tamponare l’arrivo dei migranti intercettai pure con i droni. A Fernetti sul valico con la Slovenia hanno montato un grosso tendone mimetico dove vengono portati i nuovi arrivati per i controlli sanitari. Il personale del 118 entra con le protezioni anti virus proprio per controllare che nessuno mostri i sintomi, come febbre e tosse, di un possibile contagio. Il Sap è preoccupato per l’emergenza sanitaria: “Non abbiamo strutture idonee ad accogliere un numero così elevato di persone. Servono più ambienti per poter isolare “casi sospetti” e non mettere a rischio contagio gli operatori di Polizia. Non siamo nemmeno adeguatamente muniti di mezzi per il trasporto dei migranti con le separazioni previste dall’emergenza virus”. Gli agenti impegnati sul terreno non sono autorizzati a parlare, ma a denti stretti ammettono: “Se va avanti così, in vista della bella stagione, la rotta balcanica rischia di esplodere. Saremo travolti dai migranti”. E Trieste potrebbe trasformarsi nella Lampedusa del Nord Est.

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16 marzo 2012 | Terra! | reportage
Feriti d'Italia
Fausto Biloslavo racconta le storie di alcuni soldati italiani feriti nel corso delle guerre in Afghanistan e Iraq. Realizzato per il programma "Terra" (Canale 5).

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15 marzo 2018 | Radio Radicale | intervento
Italia
Missioni militari e interesse nazionale
https://www.radioradicale.it/scheda/535875/missioni-militari-e-interesse-nazionale Convegno "Missioni militari e interesse nazionale", registrato a Roma giovedì 15 marzo 2018 alle 09:23. L'evento è stato organizzato da Center for Near Abroad Strategic Studies. Sono intervenuti: Paolo Quercia (Direttore del CeNASS, Center for Near Abroad Strategic Studies), Massimo Artini (vicepresidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati, Misto - Alternativa Libera (gruppo parlamentare Camera)), Fausto Biloslavo (giornalista, inviato di guerra), Francesco Semprini (corrispondente de "La Stampa" da New York), Arije Antinori (dottore di Ricerca in Criminologia ed alla Sicurezza alla Sapienza Università di Roma), Leonardo di marco (generale di Corpo d'Armata dell'Esercito), Fabrizio Cicchitto (presidente della Commissione Affari esteri della Camera, Area Popolare-NCD-Centristi per l'Europa). Tra gli argomenti discussi: Difesa, Esercito, Esteri, Forze Armate, Governo, Guerra, Informazione, Italia, Ministeri, Peace Keeping, Sicurezza. La registrazione video di questo convegno ha una durata di 2 ore e 46 minuti. Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio

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03 giugno 2019 | Radio Scarp | intervento
Italia
Professione Reporter di Guerra


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24 maggio 2010 | Radio Padania Libera | intervento
Italia
Proselitismo islamico dietro le sbarre
“Penso che sia giusto se alcuni musulmani combattono la guerra santa contro gli americani in paesi che non sono la loro terra”. Dopo un lungo girarci attorno Kamel Adid sorprende un po’ tutti, quando sputa il rospo. La domanda riguardava i mujaheddin, i musulmani pronti a morire per Allah, contro l’invasore infedele. Tre soldati della guerra santa, arrivati un paio di mesi fa da Guantanamo, sono rinchiusi poco più in là, nel reparto di massima sicurezza del carcere di Opera, alle porte di Milano.
Adid è un giovane marocchino di 31 anni con barbetta islamica d’ordinanza e tunica color noce. Nel carcere modello di Opera fa l’imam dei 44 musulmani detenuti, che frequentano una grande sala adibita a moschea. Un predicatore fai da te, che di solito parla un linguaggio moderato e ti guarda con occhioni apparentemente timidi.
Deve scontare ancora due mesi di pena per un reato legato alla droga e da pochi giorni è stato trasferito in un altro istituto. “Quelli che si fanno saltare in aria subiscono il lavaggio del cervello – si affretta a spiegare l’autonominato imam – Noi abbiamo riscoperto la fede in carcere. Pregare ci da conforto, ci aiuta ad avere speranza”.

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03 gennaio 2011 | Radio Capodistria - Storie di bipedi | intervento
Italia
Gli occhi della guerra
Le orbite rossastre di un bambino soldato, lo sguardo terrorizzato di un prigioniero che attende il plotone di esecuzione, l’ultimo rigagnolo di vita nelle pupille di un ferito sono gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage di prima linea. Dopo l’esposizione in una dozzina di città la mostra fotografica “Gli occhi della guerra” è stata inaugurata a Trieste. Una collezione di immagini forti scattate in 25 anni di reportage da Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Almerigo Grilz, ucciso il 19 maggio 1987 in Mozambico, mentre filmava uno scontro a fuoco. La mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 20 gennaio, è organizzata dall’associazione Hobbit e finanziata dalla regione Friuli-Venezia Giulia. L’esposizione è dedicata a Grilz e a tutti i giornalisti caduti in prima linea. Il prossimo marzo verrà ospitata a Bruxelles presso il parlamento europeo.Della storia dell'Albatross press agency,della mostra e del libro fotografico Gli occhi della guerra ne parlo a Radio Capodistria con Andro Merkù.

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27 gennaio 2020 | Radio 1 Italia sotto inchiesta | intervento
Italia
Esercito e siti ebraici
Fausto Biloslavo I nostri soldati rispettano la giornata della Memoria dell’Olocausto non solo il 27 gennaio, ma tutto l’anno. L’esercito, con l’operazione Strade sicure, schiera 24 ore al giorno ben 700 uomini in difesa di 58 siti ebraici sul territorio nazionale. Tutti obiettivi sensibili per possibile attentati oppure oltraggi anti semiti. “Per ora non è mai accaduto nulla anche grazie alla presenza dei militari, che serve da deterrenza e non solo. Il senso di sicurezza ha evitato episodi di odio e minacce ripetute come in Francia, che rischiano di provocare un esodo della comunità ebraica” spiega una fonte militare de il Giornale. I soldati, che si sono fatti le ossa all’estero, sorvegliano, quasi sempre con presidi fissi, 32 sinagoghe o tempi ebraici, 9 scuole, 4 musei e altri 13 siti distribuiti in tutta Italia, ma soprattutto al nord e al centro. La città con il più alto numero di obiettivi sensibili, il 41%, è Milano. Non a caso il comandante del raggruppamento di Strade sicure, come in altre città, è ufficialmente invitato alle celebrazioni del 27 gennaio, giorno della Memoria. Lo scorso anno, in occasione dell’anniversario della nascita dello Stato di Israele, il rappresentante della comunità ebraica di Livorno, Vittorio Mosseri, ha consegnato una targa al comandante dei paracadustisti. “Alla brigata Folgore con stima e gratitudine per il servizio di sicurezza prestato nell’ambito dell’operazione Strade sicure contribuendo con attenzione e professionalità al sereno svolgimento delle attività della nostro comunità” il testo inciso sulla targa. In questi tempi di spauracchi anti semiti l’esercito difende i siti ebraici in Italia con un numero di uomini praticamente equivalente a quello dispiegato in Afghanistan nel fortino di Herat. Grazie ad un’esperienza acquisita all’estero nella protezione delle minoranze religiose, come l’antico monastero serbo ortodosso di Decani in Kosovo. “In ogni città dove è presente la comunità ebraica esiste un responsabile della sicurezza, un professionista che collabora con le forze dell’ordine ed i militari per coordinare al meglio la vigilanza” spiega la fonte del Giornale. Una specie di “assessore” alla sicurezza, che organizza anche il sistema di sorveglianza elettronica con telecamere e sistemi anti intrusione di avanguardia su ogni sito. Non solo: se in zona appare un simbolo o una scritta anti semita, soprattuto in arabo, viene subito segnalata, fotografata, analizzata e tradotta. “I livelli di allerta talvolta si innalzano in base alla situazione internazionale” osserva la fonte militare. L’ultimo allarme ha riguardato i venti di guerra fra Iran e Stati Uniti in seguito all’eliminazione del generale Qassem Soleimani. Roma è la seconda città per siti ebraici presidiati dai militari compresi asili, scuole e oratori. Le sinagoghe sono sorvegliate pure a Napoli, Verona, Trieste e quando necessario vengono disposte le barriere di cemento per evitare attacchi con mezzi minati o utilizzati come arieti. A Venezia i soldati garantiscono la sicurezza dello storico ghetto. A Livorno e in altre città sono controllati anche i cimiteri ebraici. Una residenza per anziani legata alla comunità è pure nella lista dei siti protetti a Milano. Ed i militari di Strade sicure nel capoluogo lombardo non perdono d’occhio il memoriale della Shoah, lo sterminio degli ebrei voluto da Hitler.

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