LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
L'ultima capitale
del Califfato
sotto assedio
Raqqa (Siria) Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all'inferno di Raqqa. L'aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell'Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L'ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.
continua


image

I libri degli altri

imageEsodo La vicenda Le radici storiche
I tragici eventi Le conseguenze

autore: a cura di Carmen Palazzolo Debianchi
editore: associazione delle Comunità Istriane Trieste
anno: 2007
pagine: 240
DALLA STORIA ALL'ATTUALITA' La situazione in Istria a Fiume e in Dalmazia alla fine della II Guerra Mondiale è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Per questo motivo ringrazio l’Associazione delle Comunità Istriane che mi ha invitato a partecipare a questi interessanti incontri. Prima di entrare nel vivo della questione vorrei brevemente spiegarvi i motivi familiari che mi legano alle tragedie di terre a noi così vicine.
Mio padre materno, Ezechiele, pur non avendo mai fatto del male a nessuno fu prelevato dai titini che occuparono Trieste nei famigerati “40 giorni” del 1945 e sparì nel nulla dopo essere stato deportato verso Lubiana. Mio nonno paterno, Giacomo, scampò per miracolo ad una sommaria fucilazione dei partigiani, mentre da Momiano, dove era nato e vissuto, cercava di raggiungere Trieste alla fine della seconda guerra mondiale. Pure lui non aveva mai imbracciato un fucile, ma possedeva un po’ di terre ed una casa colonica. La “vera” colpa dei miei nonni, agli occhi dei “liberatori”, era la loro italianità e la scarsa convinzione che il comunismo potesse risolvere i mali del mondo.
Quasi mezzo secolo dopo questi tragici fatti ho seguito, come giornalista, i dieci anni di guerre che hanno disgregato la Jugoslavia portando alla nascita di nuove realtà statuali.
Il tema che mi è stato assegnato riguarda il passaggio dalla storia all’attualità cercando, se esistono, dei punti in comune, con le vicende dell’esodo e provando a capire cosa sia effettivamente cambiato, nel più recente stravolgimento storico di queste terre che, almeno in parte, furono italiane.
Il mio intervento è diviso in tre sezioni:
- La sanguinosa disgregazione della Jugoslavia
- Il lento riaffiorare dei crimini del passato
- Le terre degli esuli verso un futuro europeo
Da me non aspettatevi dotte disquisizioni storiche o fini analisi politiche, piuttosto vi parlerò di esperienze personali, di “vita vissuta” sui fronti di guerra dell’ex Jugoslavia, di storie di un giornalista figlio di esuli.
LA SANGUINOSA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA
Nel maledetto inverno del 1992, quando Sarajevo era già assediata e all’ingresso di questa città fantasma qualcuno aveva scritto su un muro sbrecciato dai colpi di mitragliatrice “Welcome to hell”, benvenuti all’inferno, mi sono rimaste impresse alcune immagini e storie, che vorrei raccontarvi. Poco prima di Sarajevo c’era un posto di blocco di giovanissimi miliziani croati, in tenuta mimetica e armati di kalaschnikov, che forse non sapevano ancora usare. Tutti avevano i capelli rapati a zero, a parte alcune ciocche a forma di U. serviva a dimostrare, con orgoglio, che erano Ustascia, gli eredi dei miliziani del passato regime di Ante Pavelic alleato del Terzo Reich e di Mussolini. Dopo una notte di battaglia attorno a Sarajevo, illuminata in maniera tetra dai bengala, arrivò l’alba avvolta nella nebbia. Dalle prime linee serbe sembrò sbucare dal nulla un anziano miliziano con la bustina dei Karadjordjevic, i monarchi jugoslavi. Con un moschetto d’altri tempi ed una coperta a tracolla sembrava un soldato cetnico della prima guerra mondiale. I cetnici poi combatterono anche nella seconda, come partigiani, contro i comunisti ed i nazisti.
Nella Sarajevo assediata i cecchini bosniaci incidevano nelle loro postazioni i nomi dei vecchi reparti islamici arruolati nelle SS durante il secondo conflitto mondiale.
Questi esempi servono a dimostrare che la pentola a pressione in cui il maresciallo Tito aveva costretto i popoli della Jugoslavia, in nome del socialismo reale, era saltata dopo il crollo del muro di Berlino e l’erosione del comunismo anche nei Balcani. Cinquanta anni dopo la storia tornava a bussare alla porta del presente con tutto il carico di odio e sangue covato nel tempo. Le linee etniche, lungo le quali si spaccò la Jugoslavia di Tito, sono il risultato più evidente dei conti con la storia che un paese artificiale come la Federativa aveva cercato di seppellire, senza affrontarli e risolverli.
Fra le macerie del parlamento di Sarajevo mi è stata raccontata l’incredibile vicenda del cecchino serbo e croato, prima della guerra etnica amici per la pelle. Ambedue erano cresciuti assieme nello stesso quartiere della capitale bosniaca. Assieme giocavano a pallone e assieme avevano frequentato gli stessi banchi di scuola e le stesse amicizie. Una volta maggiorenni avevano deciso di arruolarsi in polizia e assieme hanno frequentato il corso di tiratori scelti.
La guerra li aveva colti di sorpresa e subito diviso sugli opposti fronti. Il ragazzo serbo cominciò a mietere vittime fra i difensori croati e musulmani della prima linea che correva lungo il parlamento sbrecciato dai proiettili. L’amico croato venne chiamato a dare la caccia a questo temibile cecchino. Dopo giorni di appostamenti i due si inquadrarono nel mirino dei loro fucili di precisione. Si riconobbero e ci fu un momento di esitazione, in nome della vecchia amicizia. Poi spararono entrambi. Il cecchino croato, che mi raccontò questa storia, non sa se ammazzò l’amico, o forse non lo voleva dire, ma aveva la testa fasciata, colpito di striscio dal proiettile del ragazzo serbo, “fratello” d’un tempo.
Forse questa storia è solo una leggenda che circolava fra i tiratori scelti, i veri protagonisti dell’assedio di Sarajevo, ma spiega molto bene cosa è veramente accaduto a trecento chilometri da Trieste. La guerra in Istria e Dalmazia L’Istria fu sfiorata dalla guerra e la Dalmazia duramente colpita con gli assedi di Zara (Zadar) e di Ragusa (Dubrovnik). In Istria il nazionalismo croato temeva una quinta colonna serba che potesse allearsi agli italiani con mire separatiste. In effetti ci furono dei tentativi del genere, che non raggiunsero mai dei risultati concreti. Alcuni ex ufficiali dell’Armjia jugoslava vennero a Trieste a chiedere ad esponenti dell’Unione degli Istriani una base sicura in città, per azioni da condurre in Istria.
In realtà il fronte più vicino era a nord di Fiume, dove andai d’ inverno, con la neve alta e scoprii che della 111° brigata che combatteva nella zona, pochissimi erano gli esponenti della minoranza italiana, perché molti fuggirono a gambe levate in Italia piuttosto che andare sotto le armi di una guerra che non sentivano loro.
In Dalmazia la situazione è risultata subito più grave. L’entroterra della Krajina era in mano alla minoranza serba separatista, che più per propaganda, che per reale importanza militare, formò la cosiddetta “brigata Garibaldi” composta da qualche dalmata che parlava malamente italiano. Poi giurarono che pure dall’Italia erano arrivati volontari, ma più che esuli o loro figli si trattava di persone ideologizzate vicine al socialismo nazionale di Milosevic, che non vollero mai parlare con i giornalisti. I serbi, in ogni caso, si sono sempre proclamati amici degli italiani e puntavano sul nostro paese sperando di allettarci con impossibili sogni revanscisti.
Dall’altra parte della barricata combatterono con i croati alcuni mercenari italiani, di segno opposto politico opposto rispetto alla Garibaldi, con simboli fascisti o nazisti, teschio e tibie incrociate.
LA PULIZIA ETNICA COME AI TEMPI DELLE FOIBE
Un altro aspetto devastante, che mi ha profondamente colpito seguendo dieci anni di guerra nell’ex Jugoslavia è stata la strategia della pulizia etnica, che a fasi alterne tutti hanno tentato contro tutti. Un tragico copione che avevo già sentito raccontare dei miei nonni e conosciuto grazie alle letture dei crimini di Tito alla fine della seconda guerra mondiale non solo contro gli italiani. In qualche maniera ho rivissuto come testimone le tragedie delle foibe e dell’esodo assistendo alle prime riesumazioni delle fosse comuni di Srebrenica, dove i serbi avevano sepolto, talvolta ancora vive, le vittime musulmane. In particolare ricordo i resti di una madre e di un ragazzino, con le mani legate dietro la schiena dal filo di ferro, come gli infoibati del 1943 o del ’45. In Kosovo, pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti della Nato, mi sono mescolato ad una colonna di profughi lunga chilometri, in fuga dai miliziani serbi. Fra loro anche un’anziana albanese paraplegica trascinata in carriola dai nipoti in fuga dal Kosovo. Un altro esodo, come quello degli italiani cinquant’anni prima, mentre anni dopo, sempre in Kosovo, mi calai, assieme agli specialisti dell’Onu in una vera e propria foiba dopo giacevano i resti dei serbi uccisi dai guerriglieri albanesi, prima dell’attacco della Nato.
Poche settimane prima dell’inizio della fine all’Holiday Inn di Sarajevo avevano dato un party, proprio davanti al viale Tito, che durante la guerra verrà ribattezzato “viale dei cecchini”. Per l’ultima volta assieme avevano partecipato alla “festa”, in impeccabile smoking, Radovan Katradzic, leader dei serbi di Bosnia, ancora oggi ricercato per genocidio, Alja Izetbegovic il primo presidente musulmano ed il capo dei croati di Bosnia.
Il problema è che gli esasperati nazionalismi che siano marcati Tudjman o Milosevic portano inevitabilmente al disastro.
IL LENTO RIAFFIORARE DEI CRIMINI DEL PASSATO
Per cinquant’anni si è volutamente steso il velo dell’oblio sulla tragedia dell’esodo e sui crimini perpetrati contro gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale. Ancora meno si sapeva dei massacri ben più spaventosi in termini numerici e di sistematicità nei confronti di sloveni, croati, musulmani e serbi che si erano schierati con le forze dell’asse, oppure combattevano sia comunisti che nazisti, come i partigiani cetnici di Draza Mihailovic.
Si è trattato di una vera e propria “verità negata”, che dal crollo del muro di Berlino e dalla disgregazione della Jugoslavia in poi, è venuta pian piano a galla da una parte e dall’altra del confine.
Come giornalista mi sono occupato dei cosiddetti “boia” titini. Una lunga lista da Ivan Motika a Ciro Raner, fino a Mario Toffanin. L’unico ufficiale di Tito processato recentemente in Italia, per alcune uccisioni a Fiume, è stato Oskar Piskulic, alla fine amnistiato.
Grazie al voluto oblio e alla verità negata la pratica dei due pesi e delle due misure nei confronti dei crimini titini è addirittura una prassi. Uno dei casi più eclatanti riguarda l’ex capitano delle SS Erich Priebke e Motika. Il primo, che partecipò alla strage nazista delle Fosse Ardeatine, è stato rincorso fino in Argentina e giustamente estradato, processato e condannato in Italia. Il secondo, che si è macchiato di crimini equivalenti quando mandava a morte la gente nel castello di Pisino, è stato premiato dal regime jugoslavo con una carriera di magistrato e ha concluso la sua vita con una tranquilla pensione nella sua casa al mare a Rovigno. Solo il settimanale Epoca mi ha chiesto di andare a cercare il Priebke “rosso”, mentre per il colpevole delle Fosse Ardeatine si era mobilitato mezzo mondo mediatico.
LA VERITA'RIMOSSA DEI CRIMINI DI TITO
Anche le notizie più scabrose venivano trattate con cautela, per usare un eufemismo, oppure snobbate dalla grande stampa. Il fatto che Toffanin, massacratore di Porzus, avesse una regolare pensione Inps, grazie al servizio militare in Italia, mantenuta per tutta la vita nel suo buon ritiro oltre confine, fece scandalo ma solo su Il Giornale. Lo stesso per Raner famigerato comandante del campo di Borovnica. Forse qualcuno ha visto le foto dei soldati italiani sopravissuti ai lager titini e ridotti come scheletri. Almeno come brutalità c’era ben poca differenza con i campi nazisti e con i lager in Bosnia negli anni novanta.
Il nocciolo della questione è che i crimini titini e comunisti in genere, non fanno parte solo di una verità negata, bensì di una verità rimossa per sempre, che non si voleva far tornare mai più a galla.
Personalmente sono convinto che bisogna guardare avanti, ma andarlo a spiegare a chi ha vissuto l’esodo e le violenze sulla sua pelle è un’impresa talvolta impossibile.
Quando mia moglie ed io decidemmo di sposarci, alla fine della guerra in quello che restava della Jugoslavia, nel 1999, volevamo organizzare la festa di matrimonio nella casa dei miei nonni paterni, a Momiano, trasformata dalle nazionalizzazioni di Tito in ristorante. Quando andammo ad annunciare il matrimonio a mia nonna pianse dalla gioia e dall’emozione. Però, quando la informammo che volevamo organizzare la festa a casa sua, trasformata in ristorante, si irrigidì dicendo: “Io non vengo, non sono mai tornata”.
Nonostante le difficoltà penso che i tempi siano maturi per un grande e necessario gesto di riconciliazione. I presidenti italiano, sloveno, croato e pure quello serbo devono inginocchiarsi assieme sui luoghi della memoria dalla Risiera di San Sabba, alla foiba di Basovizza e se i nostri vicini lo desiderano anche nel campo di concentramento fascista, per gli slavi, di Gonars. Non si tratta di mettere una pietra sopra il passato e dimenticare, ma di voltare pagina e guardare avanti. Mia nonna forse non lo capirà, ma servirà alle future generazioni.
LE TERRE DEGLI ESULI VERSO UN FUTURO EUROPEO
Quando il professor Stelio Spadaro, che partecipa al mio fianco a questo convegno, era un esponente del Partito comunista, seppur coraggioso e lungimirante rispetto ad altri, io ero un giovane scapestrato militante di destra del Fronte della gioventù. Nei cortei inneggiavamo spesso all’Europa, ma quella libera dal giogo sovietico, che oggi è diventata realtà. Prigioniero dell’Armata rossa in Afghanistan, durante un reportage di guerra, cantavo sottovoce “avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest”, convinto che l’idea di Europa di Giovanni Paolo II, dall’Atlantico agli Urali, fosse quella giusta.
Per questo motivo do il benvenuto nell’Europa libera ai vicini sloveni e croati ed auspico che anche i serbi e le altre nazioni dell’Est, che ancora non ne fanno parte, aderiranno ad un’Unione che per me non è solo quella dell’euro, ma un’idea di libertà in cui ho sempre creduto.
Però, purtroppo, c’è un però, sono state affrontate in maniera assolutamente insoddisfacente le ferite del passato con gli eredi della Jugoslavia. Nessuna iniziativa veramente incisiva per ristabilire la verità negata e rimossa è stata messa in piedi a livello bilaterale o trilaterale. La commissione che esiste con la Slovenia è ancora impantanata in schemi sorpassati. E soprattutto non si è fatta giustizia sui beni non solo abbandonati a forza, ma sequestrati agli esuli. Il compromesso Solana con la Slovenia è assolutamente insoddisfacente e con la Croazia temo che non andrà a finire meglio, nonostante siano stati fatti dei piccoli passi in avanti.
Bisogna che i nostri vicini trovino il coraggio di aprire con forza e decisione le leggi della denazionalizzazione, che valgono per sloveni, croati e la stessa Chiesa vessati ai tempi di Tito, anche agli esuli italiani.
Forse si è già persa l’occasione, ma la domanda ora è che fare? Il treno della storia non si ferma ed il binario dell’Europa va giustamente percorso senza fermarsi, proprio in nome di quella libertà che agli esuli è stata negata. Si può anche osservare il bicchiere mezzo pieno, anzichè quello mezzo vuoto: le sbarre con la Slovenia scompariranno per prime e arriveremo prima in Istria a trascorrere il fine settimana, pagando in euro, ma non basta.
Appartengo alla terza generazione rispetto all’esodo e sento forte il desiderio di tornare nella terra dei mie nonni. Il famoso striscione “Volemo Tornar”, innalzato durante una manifestazione in piazza Unità non deve rimanere solo uno slogan vuoto. Realizziamolo, torniamo, io ho cominciato a farlo. A Momiano mi sono imbarcato nell’avventura di partecipare ad un’asta comunale per un pezzetto di terra, che sento mio. La mia società, necessaria per partecipare all’asta fino a poco tempo fa, si chiama Origines. Ora si può anche comprare in prima persona, anche se ci vogliono come minimo da uno a due anni.
Non si tratta di riconquista ma di presenza, di cultura, di tradizione, di storia in nome di un’Istria regione d’Europa.

Fausto Biloslavo







image