LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua


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I libri degli altri

imageUn popolo nella notte

autore: Giorgio Paolucci
editore: San Paolo
anno: 2008
pagine: 136
Lo stadio dove al calare del giorno la gente arrivava a frotte, spesso cantando, e non per una partita di calcio. Un fiume umano nella notte, che si muoveva lentamente ma senza sosta da Macerata a Loreto. Un fiume illuminato dalle fiaccole di chi ha fede, le luci nel buio della notte. La vita contro le tenebre della morte, non solo quella che un giorno attende tutti noi come estremo passaggio verso qualcos’altro, ma lo stillicidio quotidiano fatto di tradimenti piccoli e grandi, meschinità, arroganza, menefreghismo. Infine i primi raggi del sole che rimbalzano sui gradini della basilica di Loreto e riscaldano le membra intorpidite dal lungo cammino. Sono i ricordi incancellabili del mio pellegrinaggio nel lontano 1990.
Di mestiere faccio il giornalista di guerra, ed ero reduce da una brutta storia a Kabul, dove l’anno prima avevo raccontato il ritiro delle truppe di invasione sovietiche che si lasciavano alle spalle un milione di morti. Qualcuno pensò bene di farmi la pelle tirandomi sotto con un camion militare, ma seppure per poco non ci riuscì. Per sei mesi ho vissuto su una sedia a rotelle e i medici scuotevano la testa sulle probabilità di potere ancora camminare normalmente. Forza di volontà, fede, voglia di tornare a fare il mio lavoro e l’abilità di un fisioterapista di Trieste, la mia città, smentirono le malauguranti previsioni. Le ferite si rimarginarono, anche se ancora oggi mi tormentano, e tornai a camminare sulle mie gambe.
Volevo ringraziare per il miracolo di essere sopravvissuto a Kabul, ma avevo ancora bisogno di chiedere aiuto, di sperare in una vita più o meno normale, nella costruzione di una famiglia, di poter concepire dei figli nonostante le lesioni incise nelle carni. Per questi motivi ho partecipato al Pellegrinaggio trovandomi con orgoglio al fianco di un ospite cinese, un dissidente che continuava a lottare contro un regime comunista, pochi mesi dopo il crollo del muro di Berlino.
La luce delle fiaccole che illuminavano il cammino e il buio pesto della notte che ci circondava li avevo già visti, o li ho ritrovati in seguito durante i reportage di guerra vissuti in prima linea fra vittime e carnefici. In tutti i conflitti che ho raccontato dall’Africa ai Balcani, dall’Afghanistan all’Iraq, c’erano sempre luce e buio, che hanno segnato il mio cammino di umile «pellegrino» dell’informazione. Il buio del genocidio in Ruanda, per esempio, quando ai posti di blocco degli squadroni della morte se avevi una carta d’identità dell’etnia sbagliata ti facevano fuori a colpi di machete. La luce negli occhi spauriti, ma vivi, di un bambino, l’unico sopravvissuto di un intero villaggio. I suoi abitanti avevano cercato rifugio nella chiesa di Nyarubuye, ma erano stati orribilmente massacrati, compreso il prete sull’altare. A un neonato avevano mozzato la testa per portarsela nella foresta dove gli sterminatori praticavano assurdi riti. Quattrocento cadaveri, uno spettacolo terribile, ma un bambino era scampato alla mattanza e una volta tanto i giornalisti hanno fatto qualcosa di buono portandolo in salvo, lontano da quell’inferno.
Oppure il buio delle galere di Kabul dove ho passato sette mesi ai tempi dell’occupazione dell’Armata Rossa. Mi avevano catturato dopo un lungo reportage con i mujaheddin dell’indimenticabile comandante Ahmad Shah Massoud, la prima vittima dell’11 settembre. Il 90 per cento dei miei compagni di cella, quasi tutti ribelli islamici, erano stati torturati. Alcuni di loro si innamorarono di una foto di Giovanni Paolo II e mi chiesero: «Chi è? Abbiamo sentito parlare di quest’uomo vestito di bianco. Si tratta di un vostro ayatollah?». Cercai di spiegare cosa rappresentava il papa per i cattolici e alla fine mi permisero di pregare con loro, rivolti verso La Mecca, facendomi il segno della croce. Prima di venire rilasciato mi cucirono nei pantaloni un messaggio per il papa. Un grido di dolore dalle prigioni di Kabul, vere e proprie catacombe moderne. Grazie a don Massimo Camisasca e a monsignor Giovanbattista Re incontrai a quattr’occhi il Santo Padre, sui monti dove amava sciare. AGiovanni Paolo II riportai il grido di dolore dei dimenticati di Kabul, molti dei quali non ho più ritrovato, sepolti nelle fosse comuni a pochi chilometri dal penitenziario di Pol i Charki.
L’Afghanistan è stato anche luce, quando il 13 novembre 2001 compivo quarant’anni entrando nella capitale liberata dai talebani. Le donne, pur sempre avvolte nel burqa, cominciavano a camminare libere, da sole, senza temere di venire frustate per avere mancato di rispetto a un’assurda interpretazione della sharia. In ogni reportage il buio ritorna come gli occhi, senza più lacrime, di un bambino iracheno che non c’entrava nulla con la guerra, ma ha perso metà del braccio per colpa di una granata inglese. Però è riap- parsa anche la luce, quando gli iracheni cominciavano ad assaporare la libertà, ballavano per strada rendendosi finalmente conto di essersi scrollati di dosso un sanguinario dittatore, oppure rischiavano la vita, in fila davanti ai seggi per votare. Purtroppo non è bastato per riportare la pace.
Il Pellegrinaggio partito da Macerata mi è rimasto nel cuore, perché nonostante la stanchezza, i piedi gonfi, le gambe doloranti sono riuscito ad arrivare a Loreto per rivolgere una supplica, una preghiera. Non sapevo ancora come, ma volevo costruire una famiglia, avere dei figli e continuare a vivere la mia passione, il giornalismo di guerra. Le vie del Signore sono veramente infinite, perché questa supplica si è realizzata nel corso degli anni. Pur combattendo contro le ferite ho continuato a girare il mondo, a raccontare la luce ed il buio di ogni guerra. Alla fine dei bombardamenti per il Kosovo mi sono sposato con Cinzia, che accetta di portare la croce di un marito spericolato. Prima di partire per la strage di Nassiriya ho saputo che stava arrivando Beatrice, nostra figlia.
Nel 1990, davanti alla folla di pellegrini nello stadio di Macerata, ripetei le parole di un proverbio di Confucio. Lo avevo fatto mio valicando i passi di cinquemila metri sulla catena afghana dell’Hindukush, assieme ai mujaheddin: «Non temere di avanzare lentamente, ma temi di fermarti». Un insegnamento che valeva per il cammino di quella notte e per quello, ben più impegnativo, della vita.

FAUSTO BILOSLAVO







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