LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua


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I libri degli altri

imageLibano una polveriera nel Mediterraneo

autore: Gian Paolo Pelizzaro
editore: Bietti
anno: 2008
pagine: 442
Il Libano è il mio “primo amore”, dove l’attrazione fatale per la guerra si è trasformata in giornalismo, o meglio passione travolgente nel raccontare i conflitti. Nel 1982 realizzai il mio primo reportage durante l’invasione israeliana del Libano. Armato di macchina fotografica e con una buona dose di fortuna fui l’unico a immortalare l’imbarco di Yasser Arafat a Beirut costretto alla fuga assieme ai suoi miliziani palestinesi. Non male per un esordiente e quindi decisi di andare avanti sull’impervia strada dei reportage di guerra. Quasi un quarto di secolo dopo sono tornato per l’ennesima volta in Libano a seguire lo sbarco dei nostri soldati nel sud del paese. L’ultimo tentativo dell’Onu per fermare il conflitto senza fine fra Hezbollah ed Israele. Il libro di Gian Paolo Pelizzaro, “Libano – una polveriera nel Mediterraneo”, ha risvegliato il “mio primo amore”. Non si tratta solo di un instant book su gioie e dolori del nostro pesante impegno nel sud del Libano, di cui si parla sempre meno. L’autore compie dei salti nel passato per spiegare le origini della crisi libanese e riportare alla luce aspetti controversi, che riguardano anche stragi di casa nostra come quella di Bologna. Nel capitolo “Quegli accordi segreti con i palestinesi” si ripercorre l’ambigua storia del sequestro dei lanciamissili terra aria Sam 7 ad Ortona, nel 1979. Per il fattaccio finì in galera anche Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia di una delle fazioni più estremiste dei palestinesi. Pelizzaro lega questa torbida vicenda non solo alla strage del 2 agosto 1980, ma pure alla sparizione in Libano dei giornalisti italiani, Graziella De Palo e Italo Toni. Una storia colpevolmente dimenticata e mai chiarita fino in fondo, quasi si trattasse di due fantasmi di cui non sono stati trovati neppure i corpi. Fantasmi che forse in Libano avevano scoperto qualcosa di scomodo, per i loro amici con la kefia, nel contesto dell’inconfessabile patto di “non belligeranza” fra i palestinesi e l’Italia. Un patto che si era spezzato con l’arresto di Saleh. Il libro di Pelizzaro ha anche il pregio di navigare controcorrente senza preoccuparsi del politicamente scorretto. Sul fenomeno Hezbollah non si lascia incantare dalla sirene della “divina vittoria” contro Israele. Spiega, invece, che per i miliziani del Partito di Dio l’utilizzo dei civili come scudi umani sia stato spesso la norma. La parte più consistente di questo libro sul Libano riguarda l’impegno italiano nella nuova missione dell’Onu nel sud del paese, dove i nostri soldati dovrebbero fare da cuscinetto fra gli sciiti in armi di Hezbollah e l’esercito israeliano. In realtà i miliziani del partito di Dio continuano a riempire i loro arsenali sotto il naso dei caschi blu comandati da un generale tosto, Claudio Graziano. Un ufficiale degli alpini che ha le mani legate dalle limitate risoluzioni dell’Onu e dalle classiche ambiguità della politica italiana. “Una volta guardiamo ad Hezbollah come ad un’organizzazione terroristica, un’altra ci andiamo a spasso a braccetto” scrive Pelizzaro. Si riferisce al famoso giro “turistico” fra le macerie di Beirut sud, bombardata dagli israeliani, compiuto da Massimo D’Alema assieme agli accoliti del Partito di Dio. D’Alema non è così male come ministro degli Esteri, ma sul Medio Oriente subisce ancora il riflesso condizionato filo palestinese dei tempi in cui tirava le molotov durante i cortei di sinistra in Italia. Non a caso l’avventura in Libano soffre di una politica estera italiana a corrente alternata. Pelizzaro denuncia “oscillazioni spaventose e irresponsabili, bizantinismi e ipocriti silenzi che gettano una luce sinistra sull’immagine dell’Italia e sulla sua reale capacità di mantenere accordi, impegni e responsabilità”. La novità del libro è l’analisi del fenomeno, ancora poco conosciuto, di Al Qaida in Libano. Non solo le minacce di Ayman Al Zawahiri, il megafono della rete del terrore, ma pure i possibili intrecci di comodo fra gli stragisti sunniti e gli sciiti. Proprio Hezbollah inaugurò in Libano la stagione dei grandi attacchi kamikaze contro americani e francesi nella Beirut degli inizi anni ottanta. Una miscela esplosiva, che nella fluida crisi libanese potrebbe portare ad un “attentato catastrofico” contro le truppe dell’Onu.
[continua]




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