LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
L'ultima capitale
del Califfato
sotto assedio
Raqqa (Siria) Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all'inferno di Raqqa. L'aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell'Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L'ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.
continua


image

I libri degli altri

imageMercati insicuri

autore: a cura di Paolo Quercia
editore: Aracne/Ania
anno: 2014
pagine: 190
L’instabilità attorno all’Italia tra primavere arabe e ritorno russo. La cosiddetta primavera araba esplosa nel nostro cortile di casa, di là del Mediterraneo, si è velocemente trasformata in autunno, se non pieno inverno. I cambiamenti epocali che hanno coinvolto grandi Paesi arabi come Tunisia, Libia, Egitto e Siria accolti inizialmente con troppe entusiastiche aspettative si sono rivelati un fattore di forte destabilizzazione. Forse l’unico Paese dall’altra parte del Mediterraneo, che sta cercando di uscire dal tunnel della crisi economica, politica e sul fronte della sicurezza scatenata dalla “primavera” è la Tunisia. La nazione dove scoppiò la prima rivolta, che poi si espanse a macchia d’olio oltre i confini. Per i Paesi toccati dalla primavera araba non è solo una battuta il vecchio modo di dire “si stava meglio quando si stava peggio”, ai tempi delle famiglie di “oligarchi” mediorientali che detenevano il potere con o senza una parvenza di democrazia. In alcuni casi, come in Libia, il sistema democratico era stato del tutto cancellato per sostituirlo con un potere autoritario, che, però, funzionava. Nell’avvento delle primavere arabe un ruolo di primo piano, non sempre limpido, è stato svolto dai media. Proprio in Libia durante la rivolta e relativa caduta di Gheddafi i giornalisti sono stati succubi o ingannati dalla guerra della disinformazione, che si combatteva in maniera parallela a quella vera. Negli ultimi 30 anni di conflitti non si era quasi mai vista tanta manipolazione mediatica tesa a provocare la caduta di un regime. Soprattutto le tv arabe come Al Jazeera e Al Arabya hanno favorito, se non provocato, l’intervento della Nato in Libia e la brutta fine del colonnello. Per l’Italia è stato, almeno in parte, un bombardamento dei propri interessi nazionali. Basta vedere cosa sta accadendo negli ultimi mesi con la costosa missione di soccorso in mezzo al mare dei migranti, che partono dalle coste libiche. Non solo profughi in fuga dalle guerre, ma clandestini che rincorrono il fatuo Eldorado occidentale per scampare al disastro economico e sociale dei Paesi dell’Africa sub-sahariana. Nei primi cinque mesi di quest’anno sono arrivati in Italia oltre circa 40.000 migranti, un numero dieci volte superiore a quello del 2013. Questo è uno dei risultati della perdurante anarchia della nuova Libia scaturita dalla primavera araba. Pure in Egitto la rivolta contro il vecchio sistema ha provocato un’instabilità ancora più preoccupante tenendo conto che è il paese più popoloso e potente del Nord Africa. E ancora una volta l’Occidente sembrava non rendersi conto di cosa stava realmente accadendo. Il nuovo presidente sarà quasi certamente il generale Abd al-Fattah al Sisi, praticamente un nuovo Mubarak. Dopo aver abbattuto il vecchio Rais ne torna un altro che vuole instaurare un regime fondamentalmente simile al precedente. Il problema è che il “cambiamento” ha provocato un alto tributo di sangue, prima per cacciare Mubarak e poi per difendere dalla deposizione il nuovo presidente eletto dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi. Per la Fratellanza la parentesi al potere è stato un fallimento politico totale. E l’Occidente non si è reso conto di quali fossero i nostri interessi e le scelte di campo da fare. Ancora una volta i media, non solo dei paesi del Golfo, ma pure europei ed americani hanno giocato sporco. O forse sembravano non vedere fra le centinaia di migliaia di islamici scesi in piazza pacificamente in difesa di Morsi, le squadre di miliziani armati che sparavano contro le forze dell’ordine con l’obiettivo di provocare il caos. Per non parlare delle decine di chiese, negozi, uffici dei cristiani copti, che troppo spesso dimentichiamo, assaltati per vendetta o per odio religioso. Dal Nord Africa il vento della primavera araba ha spazzato la Siria provocando una lunga, feroce e sanguinosa guerra civile, che sta destabilizzando il Medio Oriente con l’antico scontro fra sciiti spalleggiati dall’Iran e sunniti finanziati dai paesi del Golfo. Ancora una volta abbiamo in maniera semplicistica diviso i buoni ed i cattivi. All’inizio tutti i buoni sembra di Assad. La realtà sul terreno, dopo 150.000 morti, è che forse di buoni non ce ne sono e sicuramente i cattivi spuntano da tutte e due le parti. A cominciare dalle costole di Al Qaida che puntano al Califfato e rischiano di diventare forza egemone fra i ribelli. L’Occidente è affetto da una sorta di cecità o almeno da una vista strabica in molti dei recenti conflitti, come sta accadendo in Ucraina. La rivolta di Piazza Maidan è sfociata in una presa del potere a Kiev, simile ad un golpe, poche ore dopo che il presidente ucraino filo russo, Viktor Yanukovich, aveva firmato un accordo con l’opposizione avallato dagli inviati di grandi paesi europei come la Germania e la Polonia. Un accordo rimasto lettera morta. I rivoluzionari appoggiati dall’Occidente hanno conquistato il potere grazie alle frange paramilitari ultra nazionaliste, che certo non sono esempi di liberismo europeo. Mosca li considera nemici giurati e agli occhi del Cremlino la presa di Kiev è un’altra mossa dell’espansione ad Est della Nato e dell’Unione Europea. In pratica abbiamo stuzzicato l’orso russo nel suo cortile di casa. Il risultato è stato che l’abbiamo risvegliato dal letargo. E l’orso ha tirato la prima zampata annettendosi la Crimea in gran parte filo russa. Un’operazione mai vista prima, che condensa forza militare, attivazione del consenso popolare e propaganda. Mosca, in meno di un mese e sparando solo qualche colpo in aria, si è ripresa la strategica penisola che era stata donata all’Ucraina ai tempi dell’Urss. Dalla Crimea si è sviluppato un effetto domino che ha coinvolto l’Ucraina sud orientale dove vivono 8 milioni di russofoni. Nella regione di Donetsk i miliziani armati filo Mosca infiltrati dagli agenti del servizio segreto militare russo hanno proclamato una repubblica “indipendente”. L’esercito ucraino è intervenuto e nella fetta orientale del paese si rischia la guerra civile con 140.000 soldati russi al confine. Non solo: la Nuova Russia (Novorossija) nel sud est dell’Ucraina potrebbe essere solo il secondo tassello del puzzle geopolitico del Cremlino. Lo “zar”, Vladimir Putin, per contenere l’espansione della Nato e dell’Unione Europea verso Est mira a proteggere ed inglobare territori dimenticati o sepolti dalla storia dove vivono milioni di russofoni dalla sconosciuta Transnistria, fino ai paesi Baltici, che tremano al pensiero ed ai frammenti del Caucaso. Tante possibili battaglie della nuova guerra fredda con pesanti ripercussioni su tutto l’Occidente ed il rischio di destabilizzare per anni una fetta consistente d’Europa.





image