LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Mosul
sotto il fuoco
del Califfo
MOSUL - Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg.
continua


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I libri degli altri

imageNon perdiamo la testa

autore: 10 autori
editore: Controcorrente il Giornale
anno: 2015
pagine: 128
Da Bin Laden al Califfo, da Al Qaida a Isis. Tredici anni dopo l'11 settembre, l'Occidente che si era illuso di poter convivere pacificamente con l'Islam ha riscoperto il terrore dell'estremismo, ma ha rinunciato a combattere. “Voi occidentali avete abbandonato l’Afghanistan, ma non vi rendete conto che nel nostro paese sta crescendo il terrorismo e minaccerà le vostre città”. Una frase preveggente del leggendario comandante Ahmad Shah Massoud in un’intervista in tempi non sospetti del 1998. Il Che Guevara afghano combatteva dimenticato da tutti nell’ultima ridotta nel nord est contro i talebani che avevano conquistato Kabul e gran parte del paese. Nel 2001 Massoud, prima vittima dell’11 settembre, viene ucciso da Al Qaida. Quarantotto ore dopo scatta l’attacco alle Torri Gemelle. Dall’11 settembre in poi gli Stati Uniti ed i suoi alleati occidentali, compresi quelli a rimorchio come noi italiani, hanno sbagliato tutto o quasi nel fronteggiare la minaccia del terrorismo islamico. Prima pensando di aver vinto facilmente la partita afghana e di poter esportare la democrazia a quelle latitudini come fosse una lavatrice. Poi concentrando tutti gli sforzi sull’invasione dell’Iraq e sulla caduta di Saddam Hussein, che non ha avuto, però, lo stesso epilogo vittorioso dello sbarco in Normandia. E alla fine innamorandosi delle primavera arabe, ben presto trasformate in cupo inverno. Non ci siamo neppure resi conto che in Siria ed Iraq stava nascendo il Califfato, una minaccia ben più pericolosa di Al Qaida. Il 13 novembre 2001, il generale Ziarat Shah Abed, entrava a Kabul con i suoi mujaheddin liberandola dai talebani grazie ai bombardamenti dei B 52 americani. Barbone folto e nero da pasthun il generale combatte ancora oggi. La novità è che l’alto ufficiale parla l’italiano imparato a Cesano grazie alla collaborazione con le nostre truppe rimaste dieci anni nell’Afghanistan occidentale. In vista del ritiro della Nato dal paese al crocevia dell’Asia ripete il monito del comandante Massoud: “Non dimenticateci come avete già fatto in passato. Il nemico dell’Afghanistan è anche vostro nemico. Come il Daish (lo Stato islamico in arabo nda) in Iraq, che è contro l’umanità ed un giorno vi arriverà in casa”. A Kabul il primo madornale errore dell’Occidente è stata la balzana idea di esportare la democrazia. L’Afghanistan non è la Svizzera. Il massimo che possiamo pretendere è una democrazia all’afghana, ben distante dalla nostra, dove non contano solo i voti nelle urne, spesso frutto di brogli, ma gli antichi rapporti di potere etnici e tribali. Il secondo errore da parte degli Usa è stato quello di cullarsi nell’infondata speranza che i talebani fossero sconfitti e concentrare le forze nell’invasione dell’Iraq del 2003. Molti soldati americani andavano a combattere convinti, a torto, che fosse un’altra guerra dovuta come rappresaglia per la Pearl Harbour dell’11 settembre. Un riservista di New York, che aveva visto crollare le Torri si era scritto sull’elmetto una frase senza se e senza ma: “9/11, Dio perdona, io no”. La vera arma di distruzione di massa a Baghdad era Saddam Hussein, che ha sterminato a più riprese ampie fette del suo popolo. L’abbattimento della sua statua da parte dei marines nel centro della capitale, però, non ha portato alla discesa in piazza di folle festanti, auspicate dal Pentagono, con le bandierine a stelle e strisce come accadde in Europa dopo lo sbarco in Normandia. Anzi, la guerra di “liberazione” si è trasformata ben presto in sanguinoso conflitto di logoramento, che ha alimentato il terrorismo islamico. Non solo: fino al 2009 gli americani avevano tenuto in custodia Abu Bakr Al Baghdadi. Il futuro Califfo dello Stato islamico, che si sta espandendo dalla Siria all’Iraq, è stato poi rilasciato considerandolo un pesce piccolo. Gli scandali come il trattamento inumano dei prigionieri nel carcere controllato dagli americani di Abu Ghraib, in seguito l’incauta promessa di Obama di chiudere Guantanamo, mai mantenuta ed una sterzata liberal apparentemente rispettosa dei diritti umani ha fatto abbandonare i duri sistemi di interrogatorio bollati come torture. Pratiche sporche, ma purtroppo utili per far parlare i terroristi. Il “torturatore” Bush è stato sostituito da Obama, il buon samaritano, che in compenso ha aumentato le operazioni segrete dei droni per gli omicidi mirati dal cielo dei capoccia del terrore. Come se incenerire un terrorista senza farlo sapere ufficialmente sia meglio rispetto ai metodi spicci negli interrogatori dell’amministrazione precedente. Osama bin Laden giustiziato dai Navy Seals è stato il fiore all’occhiello dell’attuale presidente, ma l’intelligence si è concentrata nel fare a pezzi quello che restava di Al Qaida senza rendersi conto che il pericolo più insidioso all’orizzonte avrebbe assunto la forma del Califfato con nuovi comandanti e miliziani. La svista americana è stata favorita dall’assoluta cecità di tutto l’Occidente di fronte alle primavere arabe. Dieci anni dopo l’11 settembre siamo rimasti folgorati del vento di cambiamento, che è cominciato a soffiare impetuoso alle porte di casa, sull’altra sponda del Mediterraneo. Nonostante il fallimento dell’esportazione della democrazia in Afghanistan abbiamo ingenuamente sperato che la ribellione delle masse islamiche portasse automaticamente libertà e democrazia. Mai errore di valutazione fu più grave. Per i Paesi scossi dalla primavera araba non è solo una battuta il vecchio modo di dire “si stava meglio quando si stava peggio”, ai tempi delle famiglie di “oligarchi” mediorientali che detenevano il potere con o senza una parvenza di democrazia. In alcuni casi, come in Libia, vigeva un potere autoritario, che, però, funzionava. Il colonnello Muammar Gheddafi, nell’ultima intervista ad una testata italiana, il Giornale, sotto la famosa tenda beduina di Bab al Aziza a Tripoli, aveva denunciato che “la ribellione è manipolata da al Qaida”. E previsto che se fosse caduto il suo regime il paese rischiava di trasformarsi in una nuova Somalia, come sta puntualmente accadendo, con l’aggravante della valanga di migranti diretti verso le coste italiane grazie al caos libico. Gli americani hanno pagato sulla propria pelle l’infatuazione della primavera araba. Il loro ambasciatore, Christopher Stevens, è stato ucciso a Bengasi dagli stessi miliziani che gli Usa avevano armato contro Gheddafi, poche ore dopo l’anniversario simbolicamente fatidico dell’11 settembre 2012. E adesso su Bengasi sventola la bandiera nera del Califfo. Nell’avvento delle primavere arabe un ruolo di primo piano, non sempre limpido, è stato svolto dai media. Proprio in Libia durante la rivolta i giornalisti sono stati succubi o ingannati dalla guerra della disinformazione, che si combatteva in maniera parallela a quella vera. Le tv arabe come Al Jazeera e Al Arabya hanno favorito, se non provocato, l’intervento della Nato e la brutta fine del colonnello. In Egitto la rivolta contro il vecchio sistema ha provocato un’instabilità ancora più preoccupante tenendo conto che è il paese più popoloso e potente del Nord Africa. E ancora una volta l’Occidente sembrava non rendersi conto di cosa stava realmente accadendo. Il nuovo presidente e uomo forte del paese, generale Abd al-Fattah al Sisi, è praticamente un secondo Mubarak. Dopo aver abbattuto il vecchio Rais ne torna un altro, che instaura un regime fondamentalmente simile al precedente. Allora è lecito chiedersi perché abbiamo appoggiato sotto traccia la rivolta e l’avvento al potere dei Fratelli musulmani dimostratosi fallimentare? Dal Nord Africa il vento della primavera araba ha spazzato la Siria provocando una lunga, feroce e sanguinosa guerra civile, che sta destabilizzando il Medio Oriente con l’atavico scontro fra sciiti spalleggiati dall’Iran e sunniti finanziati dai paesi del Golfo. Il conflitto è il caso più eclatante di paraocchi occidentali. Dal primo giorno abbiamo diviso in maniera salomonica e semplicistica i buoni dai cattivi. All’inizio sembrava che tutti i buoni fossero dalla parte della ribellione armata contro il regime del giovane Bashar al Assad. La realtà sul terreno, dopo 150.000 morti, è che forse di buoni non ce ne sono e sicuramente i cattivi spuntano da tutte e due le parti. A cominciare dai tagliagole dello Stato islamico, che sono diventati la forza egemone fra i ribelli. Gli Usa erano talmente strabici che nel settembre 2013 volevano bombardare Assad. E nessuno calcolava il terrore degli abitanti del quartiere Mazze 86, sulla collina sotto il palazzo presidenziale, roccaforte della minoranza alawuita, che sostiene il regime. “Le bombe apriranno la strada alle bandiere nere (del Califfato nda) dei terroristi che vogliono sgozzarci tutti” sosteneva, inascoltato, un giovane impiegato pubblico. Per non parlare del dramma dei cristiani in fuga dal paese. Un anno dopo le minacce dei raid su Damasco gli americani e qualche alleato europeo, ma non l’Italia, bombardano i santuari dello Stato islamico in Siria. L’intelligence Usa è stata colta letteralmente di sorpresa dalla folgorante avanzata estiva del Califfato fino alle porte di Baghdad e del Kurdistan. Una sottovalutazione della minaccia ancora più grave tenendo conto che lo Stato islamico è stato in grado di conquistare una bella fetta di Iraq grazie agli ex di Saddam che sognano la rivincita, ma soprattutto alle milizie tribali sunnite. Gli stessi uomini, che il generale David Petraeus aveva convinto a combattere contro Al Qaida al fianco degli americani nel 2007, grazie alla promessa di partecipare alla spartizione del potere. Dopo il ritiro Usa i sunniti sono stati rimessi da parte e vessati alimentando la vendetta abilmente cavalcata dai seguaci del Califfo giunti dalla Siria. Di fronte alle decapitazioni degli ostaggi dello Stato islamico ci strappiamo le vesti e siamo sconvolti dal fatto che i boia siano ragazzotti musulmani nati e cresciuti da noi, in città come Londra. Vere e proprie serpi in seno, ma la colpa è anche nostra. Fin dall’inizio della “primavera” siriana abbiamo chiuso un occhio sul flusso di circa 3000 volontari dall’Europa, che pure dall’Italia sono andati a combattere per la guerra santa contro Assad. Non tutti sono terroristi, ma molti hanno aderito al Califfato massacrando come bestie i soldati di Damasco, quelli iracheni oltre a cacciare i cristiani e altre minoranze religiose a nord di Baghdad. Ed il pericolo peggiore sarà il ritorno dei veterani jihadisti in Europa sotto forma di bombe umane ad orologeria della guerra santa a casa nostra. Per tamponare l’enorme falla di intelligence e politica il governo italiano pensa che fornire qualche arma vetusta e leggera ai curdi possa bastare. In realtà, contro il Califfato, non bastano neppure i 240 attacchi aerei alleati condotti in Iraq e gli 83 in Siria, in quasi tre mesi. “Punture di zanzara” secondo Vincenzo Camporini, l’ex capo di Stato maggiore della Difesa. Nello stesso arco di tempo durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 vennero lanciati 29200 raid a stelle e strisce. Di fronte alla minaccia del Califfato ci sono solo due possibilità: calare le brache e stringere un patto di non belligeranza, previsto dall’Islam, per non ritrovarci i tagliatole alle porte di casa oppure raderli al suolo mandando se necessario truppe sul terreno e sopportando il peso dei caduti e delle inevitabili perdite civili. Il problema è che non abbiamo più il pelo sullo stomaco di affrontare senza guanti un nemico sanguinario. L’Italietta per prima, che non è ancora in grado di decidere se e quanti uomini lasceremo in Afghanistan. Anche per gli Stati Uniti non sono più i tempi del soldato Ryan e dello sbarco ad Omaha beach in Normandia con due terzi di perdite fra i primi reparti d’assalto. Fausto Biloslavo





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