LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua


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I libri degli altri

imageIsis segreto

autore: Matteo Carnieletto e Andrea Indini
editore: Il Giornale
anno: 2015
pagine: 440
Il nemico è qui
 Intervista a Fausto Biloslavo Dove nasce la radicalizzazione balcanica? Nasce vent’anni fa dalla disgregazione della Jugoslavia e dal sanguinoso conflitto in Bosnia Erzegovina fra serbi e Bosniacchi, cioè musulmani, che attirò dall’Afghanistan e da tanti altri Paesi arabi e musulmani i primi mujaheddin. Questi formarono un battaglione che si chiamava El Mujhaeddin, a Zenica, nella Bosnia Centrale. Di questo battaglione facevano parte uomini resi poi famosi dalle cronache giudiziarie. Tra questi c’era anche uno dei primi imam di viale Jenner, che poi è finito in un’inchiesta per terrorismo. Sempre in questo battaglione c’era colui che sarebbe poi diventato un imam itinerante, Bilal Bosnic, che adesso è sotto processo a Sarajevo per aver reclutato giovani, e non solo bosniaci, per la guerra santa. Il primo nucleo di islamici oltranzisti si è formato con questo battaglione, alcuni miliziani sono rimasti in Bosnia e hanno formato i primi piccoli centri salafiti come ad esempio Gornja Maoca, nella parte nord orientale della Bosnia, dove, di fatto, non valgono le leggi dello Stato e dove si vive secondo la sharia. Lì, per un po’, sono state issate le bandiere nere dell’Isis e ora ci sono delle bandiere che assomigliano a quelle di Al Nusra. L’anno scorso, sia in Kosovo che in Albania, ci sono state diverse operazioni che hanno rastrellato parecchi estremisti. In questi vent’anni l’Europa ha chiuso gli occhi di fronte al terrorismo islamico nei Balcani? L’Europa ha certamente chiuso gli occhi, magari non tanto di fronte al pericolo immediato, ovvero al jihadista che fa un attentato in Bosnia e poi va a combattere in Siria, ma quanto di fronte alla penetrazione araba e wahabita in Kosovo e in Bosnia. Con i soldi di alcuni islamici pseudo caritatevoli, che si è scoperto poi avere collegamenti con gruppi terroristici, si sono costruite tantissime moschee. Sia in Bosnia che in Kosovo c’è una penetrazione turca molto forte. Ma non ci si accontenta di costruire solamente delle moschee. In alcuni casi, come per esempio a Sarajevo, attorno ai centri religiosi ci sono bancarelle che vendono le bandiere verdi con la scimitarra dell’Arabia Saudita. C’è addirittura chi, in Kosovo, offre uno “stipendio mensile”, anche minimo, per seguire l’islam radicale: vestirsi con le tuniche, pantaloni a sbuffo, barba lunga, andare a pregare cinque volte al giorno. È questo l’humus da cui escono gli estremisti. Recentemente, Lei è stato in Kosovo per un reportage. Cosa ha visto? Mi hanno colpito molto i collegamenti che ci sono fra le enclave salafite di quel Paese e l’Italia. Nel Kosovo c’è un villaggio, di circa diecimila persone, sperduto nei monti e pieno di minareti nuovi di zecca. Lì tutti parlano italiano perché tutti sono entrati come clandestini in Italia e hanno fondato vicino a Siena, a Monteroni d’Arbia, un centro islamico chiamato Restelica, come il loro villaggio d’origine. La nostra intelligence, però, pensa che sia Restelica che Gornja Maoca in Kosovo siano degli hub, dei centri dei salafiti per il reclutamento jihadista per i Balcani. L’imam del centro culturale Restelica di Siena viene appunto dalla città bosniaca che porta questo nome. Bilal Bosnic, prima di venire arrestato, aveva detto di aver ricevuto 200mila dollari di beneficenza dal Qatar e, con questi soldi, aveva acquistato ettari di terra nella Bosnia nord occidentale dove costruire un centro salafita per poter tenere i suoi sermoni in cui inneggiava alla guerra santa e si faceva fotografare con le bandiere dell’Isis. Quando sono andato lì ho capito il perché della scelta di quella zona: perché sta a mille metri, solo a un chilometro, quindi, dalla frontiera con l’Europa, che, però, è totalmente sguarnita. Non c’è nessuno a far la guardia. Io, per esempio, ho valicato quella frontiera senza alcun controllo. In un articolo Lei ha parlato delle tre grandi vie da cui i clandestini arrivano in Europa. A oggi gli occhi sono puntati sulla Libia. Sull’altro fronte, quello balcanico, però, si sta facendo qualcosa oppure no? L’altro fronte è totalmente dimenticato perché tutti pensano ai barconi. Tutte le fonti nei Balcani, come anche il nostro ambasciatore in Kosovo, mi hanno messo in guardia sottolineando come le rotte balcaniche non siano affatto esaurite. Negli ultimi mesi, in particolare dal Kosovo, decine di migliaia di clandestini hanno attraversato la Serbia e poi, attraverso il confine con l’Ungheria, sono entrati in Europa. C’è poi una via che porta direttamente in Italia: gli immigrati balcanici entrano da Trieste o da Gorizia. Due mesi fa, è passato dall’Ungheria Resim Kastrati, un giovane kosovaro che abbiamo espulso dall’Italia e che è stato accompagnato in Patria dai nostri poliziotti. Poi però Resim è tornato indietro e ora si trova in Germania. L’aspetto più pericoloso per l’Europa è che nei Balcani sono già stati segnalati alcuni jihadisti di ritorno dai fronti di guerra dell’Isis in Siria e in Iraq. Nella vicenda di Bosnic colpiscono i suoi contatti con le moschee italiane. Qual è il livello di sicurezza in Italia? Bosnic veniva invitato dalle comunità dell’ex Jugoslavia che vivono da noi e che, tra l’altro, sono le più impenetrabili per l’intelligence. Ma Bosnic è stato invitato da moltissime comunità europee. È stato davvero dappertutto. In Italia però era tenuto sotto controllo, ma questo non l’ha fermato nel reclutare due balcanici che sono partiti per la Siria, di cui uno è anche morto. Bosnic è stato arrestato a Sarajevo e la magistratura italiana sta collaborando con quella bosniaca per avere prove ulteriori. Il problema è che non c’era e non c’è ancora una legislazione che permetta di fermare queste possibili minacce. È molto difficile, con la legislazione attuale e con le lungaggini procedurali, incastrare i terroristi e, soprattutto, prevenire gli attacchi. Negli ultimi mesi sono tornati alla ribalta i talebani. Forse l’Afghanistan non è proprio pacificato… No, anzi: l’Afghanistan sta ripiombando di nuovo nel tunnel dell’inifinita guerra che dura dall’invasione sovietica. Da qualche mese sono comparse le bandiere nere dell’Isis perché i gruppi talebani meno forti hanno cominciato a giurare fedeltà al Califfo. Non ci troviamo più di fronte ai talebani che stanno trattando la pace in Qatar, ma siamo di fronte al Califfo. Cos’è andato storto? Molte cose. Gli Usa, dopo aver cacciato i talebani da Kabul, pensavano fosse tutto finito. Invece no: i talebani sono tornati in auge anche perché, nel 2003, Bush era convinto che il lavoro fosse concluso nonostante la realtà fosse ben diversa. Non si è mai riuscito a debellare la rivolta jihadista in Afghanistan e si è persa la scommessa più importante per l’economia e per lo sviluppo del Paese. Non siamo riusciti a conquistare né le menti né i cuori degli afghani. E neppure la pancia.
[continua]




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