LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE
La meglio gioventù
in prima linea
contro il virus
“L’ambulanza arriva con un paziente colpito da infarto, come non contagiato. E’ grave e bisogna fare di tutto per salvarlo. Assieme al medico interveniamo subito, ma al primo controllo ci rendiamo conto che ha i segni del virus sui polmoni” racconta a Panorama, Giovanni Buttignon, 22 anni. Il giovane infermiere si è laureato il 18 novembre e sei giorni dopo era già in prima linea al pronto soccorso dell’ospedale di Gorizia. Il 9 dicembre si trova di fronte il paziente positivo pensando che non lo fosse. “Il brivido lungo la schiena lo senti subito. Mi sono aggrappato all’idea che ci vogliono 15 minuti per venire infettati. Eravamo ancora in tempo - spiega il giovanissimo infermiere - Alla velocità della luce ci siamo infilati tute e protezioni per continuare a stabilizzarlo, ma purtroppo il paziente non ce l’ha fatta”.
continua


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I libri degli altri

imageMissioni di pace in tempi di guerra

autore: Vari
editore: Istituto Pavoniano Artigianelli - Milano
anno: 2010
pagine: 112
“I talebani ci hanno accolto con una valanga di fuoco. Eduardo rispondeva sparando con la mitragliatrice sopra il blindato. Ad un certo punto l’ho visto sbattere indietro la testa. Un proiettile di kalashnikov aveva centrato gli occhialoni anti sabbia ed era entrato nell’elmetto uscendo da dietro” racconta il caporal maggiore scelto dei paracadutisti Domenico Buonaurio, 30 anni di Napoli. Eduardo Donnantuono, il suo compagno di squadra del 183° reggimento Nembo, è un miracolato. Quando è uscito dal blindato il suo volto era una maschera di sangue, ma il proiettile gli ha fatto solo un graffio sulla testa. Pochi centimetri più in là ed il 24 giugno sarebbe morto. Il “miracolo” di Eduardo è una delle storie di guerra raccontate a Panorama dai paracadutisti della brigata Folgore nella trincea afghana. Da fine maggio i soldati italiani hanno combattuto dure battaglie con i talebani in vista delle cruciali elezioni presidenziali del 20 agosto. Nell’Afghanistan occidentale i 2800 uomini comandati dal generale Rosario Castellano sono impegnati su due fronti. A nord, nella vallata di Bala Murghab, dove è rimasto ferito il “miracolato” e a sud dello schieramento nell’infernale provincia di Farah. Il 25 luglio è scoppiata l’ultima grossa battaglia durata cinque ore nei pressi di Shewan, una roccaforte dei talebani sul fronte sud. “Stavamo avanzando sul greto del fiume alla ricerca di un deposito di armi assieme ai soldati afghani. I primi due colpi di mortaio ci sono esplosi davanti a cinquanta metri. Poi ho sentito il razzo Rpg che partiva ed ho visto il fumo dell’impatto: uno dei miei carri era stato colpito” racconta il capitano Matteo Epifani del primo reggimento bersaglieri di Cosenza. Il razzo talebano ha centrato la torretta di un cingolato Dardo della 2° compagnia Leoni. Il caporal maggiore scelto Floro Guarna sporgeva dal carro con il busto per individuare il nemico. Le schegge lo hanno investito ed una gli ha portato via un pezzo di osso del braccio destro. “Per una frazione di secondo ho visto la sagoma di chi ci ha tirato il razzo da dietro un muretto. Poi il botto e Floro che crolla dentro il carro, ma continua a impartire ordini. Gli ho legato un laccio emostatico al braccio per fermare l’emorragia” ricorda con emozione il caporal maggiore Cristiano Pasculli, 24 anni della provincia di Crotone. Gli stivali da deserto sono ancora sporchi del sangue del suo commilitone . Quando hanno tirato fuori Guarna dal carro pensavano che fosse morto. Invece ce l’ha fatta ed è stato evacuato dal campo di battaglia con un elicottero americano. Dopo aver salvato il ferito il blindato Lince del capitano Epifani attira il fuoco dei talebani. “Abbiamo cercato riparo in una casa disabitata del villaggio. Appena scesi dal mezzo un razzo lo ha colpito e poi è arrivato un colpo di mortaio” racconta il comandante dei Leoni. “Dentro la casa dovevamo strisciare, perché ci sparavano con armi pesanti. Per fortuna le mura spesse, anche se in paglia e fango, tenevano, ma ogni colpo scatenava un terremoto” spiega l’ufficiale dei bersaglieri che non dimenticherà mai il suo battesimo del fuoco. A Farah la base El Alamein è una fornace a cielo aperto di tende da campo, dove è normale raggiungere i 50 gradi. I parà giurano che si è arrivati a 62...
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