LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE
Mosul
sotto il fuoco
del Califfo
MOSUL - Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg.
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29 marzo 2017 | Matrix | reportage
La battaglia di Mosul
MOSUL - Il razzo Rpg arriva all’improvviso, con un sibilo mortale, tracciando nell’aria una scia rossa. Per fortuna schizza sopra le nostre teste e va a schiantarsi in mezzo alla strada ad una settantina di metri con un boato fragoroso. Le bandiere nere stanno perdendo la madre di tutte le battaglie, ma non mollano. Mosul brucia con alte colonne di fumo nero che si alzano all’orizzonte su tutta la parte occidentale della città, dove le truppe irachene avanzano da domenica in una brutale battaglia. Nel girone dantesco della Stalingrado del Califfo raggiungere la prima linea è un’impresa ardita. Le truppe d’assalto hanno superato la grande arteria che porta a Baghdad e taglia Mosul ovest. Un fuoco d’inferno ci accoglie ed un colpo di mortaio piomba maledettamente vicino. La granata è esplosa dall’altra parte del muro dove tiravamo il fiato assieme alla polizia irachena. Se fossimo stati in campo aperto eravamo tutti morti. Un blindato protegge i giornalisti con la sua corazza avanzando lentamente per farci passare la strada verso Baghdad. Gli elicotteri martellano dal cielo le postazioni dello Stato islamico con una scarica micidiale di razzi. Nonostante la valanga di fuoco che li investe i miliziani jihadisti combattono metro per metro. In una casa usata come base quattro cadaveri dei seguaci del Califfo sono mezzi bruciacchiati. “I corpi speciali italiani, che ci hanno addestrato ripetevano sempre: “Quando attaccate non date tregua al nemico. Non lasciate che si riorganizzino. E’ quello che stiamo facendo” spiega orgoglioso il capitano Abdul Wahad. La sua unità, gli Scorpioni, è un reparto d’elite della divisione di reazione rapida, che sostiene il grosso dell’offensiva nel quartiere di Dawasa. I corpi speciali italiani hanno addestrato 5mila uomini della divisione secondo il comandante, generale Thamer al Husseini. L’alto ufficiale spiega che l’unità d’assalto “ha l’appoggio logistico italiano”. In pratica droni e intelligence garantiti da una modesta presenza di corpi speciali italiani. I nostri, però, hanno l’ordine tassativo da Roma di stare lontani dal fronte, almeno 7 chilometri. Diversi soldati iracheni addestrati dagli italiani portano sulla giubba lo stemma degli incursori del 9° reggimento Col Moschin. E quando ti incontrano dicono subito: “I love Italy”. A Mosul ovest i razzi iracheni fendono l’aria come una fiammata con una parabola che va a finire sulle teste dei combattenti jihadisti esplodendo in nuvole di fumo nero. I blindati sparano con mitragliatrici e cannoncini per coprire l’avanzata degli Scorpioni, i Rambo iracheni. In certi momenti non si sente niente per il crepitare furioso delle mitragliatrici. I proiettili delle bandiere nere li riconosci dal sibilo troppo vicino. Un’esplosione più forte delle altre fa tremare l’aria. La nuvola enorme di fumo bianco si alza verso il cielo un isolato più in là. E tutti gridano “machina minata, macchina minata”. Un drone, un caccia o un elicottero hanno individuato il kamikaze che stava arrivando verso le linee irachene al volante del “mostro” d’acciaio imbottito di tritolo facendolo saltare in aria. Nella strada parallela alle nostre spalle un altro suicida del Califfo è stato centrato alla testa prima di immolarsi per Allah. Il corpo giace ad un passo dalla macchina corazzata artigianalmente e ancora zeppa di esplosivo. L’obiettivo dell’avanzata sul fronte centrale è la sede del governatore di Mosul trasformata in centro di comando e controllo dello Stato islamico. Nella notte fra lunedì e martedì i corpi speciali iracheni l’hanno preso d’assalto. Il giorno dopo si combatte ancora, ma la palazzina bucherellata di colpi è praticamente caduta. L’obiettivo ha una grande importanza simbolica e strategica. Anche il museo archeologico distrutto dalla furia iconoclasta dello Stato islamico è stato liberato. Pure dalla chiesa di Santa Maria del perpetuo soccorso le bandiere nere si sono ritirate davanti alla travolgente avanzata irachena. Attorno al palazzo del governatore sono ancora annidati i cecchini jihadisti. I tiratori scelti dei corpi speciali li danno la caccia piazzati dietro le finestre della corte talebana del Califfato. Ogni colpo ci fa scoppiare i timpani. Lungo la strada un soldato iracheno ci mostra le piccole, ma micidiali granate, che le bandiere nere sganciano dai droni usati a centinaia per cercare di fermare l’avanzata. Una casa utilizzata come base dagli artificieri che preparano le macchine minate è una trappola. Fili quasi invisibili sono collegati a proiettili d’artiglieria e mortaio. Se non li vedi sei morto. In mezzo alla strada verso il palazzo del governatore una bomba d’aereo ha provocato un enorme cratere inghiottendo asfalto e automobili ridotte a lamiere contorte e carbonizzate. Poco più avanti un civile barbuto spunta dall’uscio di casa bucherellato dalle schegge. “Per 10 giorni con 22 familiari siamo rimasti tappati in cantina fino alla liberazione poche ore fa”. Abu Mohammed racconta che i miliziani jihadisti controllavano la lunghezza della barba, almeno un palmo di mano. “Fra gli stranieri di Daesh (Stato islamico nda) ho visto anche occidentali, europei con gli occhi azzurri ed i capelli biondi” spiega il sopravissuto. La moschea Al Nuri, dove Abu Bakr al Baghdadi ha proclamato il Califfato nell’estate 2014, è a soli 2 chilometri dal fronte dell’avanzata delle truppe irachene. www.gliocchidellaguerra.it
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08 febbraio 2017 | Matrix | reportage
Cristiani perseguitati
Un documento importante, di quelli che meritano attenzione. Quello proposto ieri sera da Matrix è stato più di un semplice approfondimento. Il programma condotto da Nicola Porro si è infatti spinto oltre il perimetro abitualmente presidiato dall’informazione nostrana e ha dedicato una speciale puntata alla persecuzione dei cristiani in Medio Oriente. Tema attualissimo e spesso trascurato, che la trasmissione di Canale5 ha scandagliato con immagini forti, veri e propri pugni nello stomaco per il telespettatore ormai assuefatto dalla girandola di talk show fotocopia. Da Beirut, Porro ha raccontato la persecuzione in corso nelle terre tra la Siria e l’Iraq. Un fenomeno spaventoso, con numeri da pulizia etnica: secondo quanto comunicato dal giornalista, sono oltre 1 milione e 400 mila i cristiani che hanno subito violenze per mano degli estremisti islamici. Il principale pregio dell’approfondimento è stato quello di aver dato spazio, senza eccessive intermediazioni, alle voci e ai volti di chi vive in Medio Oriente. Tra le testimonianze raccolte da Porro, quelle del Patriarca siro-cattolico Youssuf III e dell’ex Presidente libanese Amin Gemayel. Al centro della puntata ci sono stati i reportage realizzati da Gian Micalessin, Fausto Biloslavo e Andrea Avveduto. I giornalisti si sono mossi tra la Siria e l’Iraq per documentare le sofferenze imposte dall’Isis, la cui furia distruttrice si accanisce anche su chiese e abitazioni. “I cristiani d’Europa dovrebbero fare un salto qui per capire cosa fanno i loro amici musulmani” dice ai microfoni un uomo armato contro l’avanzata delle bandiere nere. Poi il dettaglio toccante: in una Aleppo ridotta in macerie, la telecamera riprende delle religiose che intonano con devozione un canto, quasi a volersi far forza. Ma la scena è tutt’altro che poetica. Anzi, il dramma si manifesta con forza a chi guarda e prende voce attraverso l’appello di una donna: “Santo Padre vuoi aiutarci in qualche modo?“. Straziante il capitolo sulle donne yazide, rese schiave e violentate dagli estremisti islamici. La proposta di Matrix, che ieri non ha avuto il consueto dibattito in studio, è stata apprezzabile perché controcorrente: la tematica scelta, infatti, non risulta nella top list dei programmi d’approfondimento (salvo rare eccezioni, va detto). Il programma di Porro ha meritoriamente rotto il silenzio televisivo su un argomento affrontato spesso con superficialità, magari per non urtare certe (in)sensibilità politiche. Peccato solo che Canale5 abbia ’sacrificato’ il programma a mezzanotte e in una serata televisivamente monopolizzata dal Festival. Scelta consapevole, visto che in questi giorni anche il Biscione sta tenendo un profilo basso nei palinsesti serali? La tematica affrontata era già di per sé impegnativa; il rischio che i gorgheggi sanremesi coprissero il grido in arrivo dal Medio Oriente era da mettere in conto. Davide Maggio - la tv dietro le quinte
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21 giugno 2016 | Caffè di Rai 1 | programma
Profughi dimenticati
Sulle macerie della guerra in Iraq, grazie al Rotary, abbiamo raccontato il dramma dei profughi dimenticati. Siamo stati gli occhi della guerra lungo il fronte dove scappano i rifugiati dall'offensiva su Mosul, la capitale del Califfato. Siamo andati nei campi dove i cristiani in fuga vivono in condizioni miserevoli. Siamo stati sotto le tende dei siriani attirati dai trafficanti per partire verso l’Europa. Abbiamo raccolto le testimonianze dei rifugiati yazidi massacrati dalle bandiere nere. Con le loro donne schiave come Lamja saltata su una mina per fuggire allo Stato islamico. Drammi veri provocati dalla tragedia della guerra.Storie terribili, che non possiamo dimenticare e che abbimo presentato 7 giugno a Cremona.
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18 novembre 2015 | Virus Raid due | reportage
Speciale terrorismo
LE IMMAGINI DELLA BATTAGLIA DI SINJAR NEL NORD DELL'IRAQ VICINO AL CONFINE SIRIANO, CHE HA SPACCATO IN DUE IL CALIFFATO. COLLEGAMENTO SULL'INTERVENTO DI TERRA: "SPAZZARE VIA IL CALIFFATO NON E' IMPOSSIBILE, MA NON ABBIAMO GLI ATTRIBUTI E LA VOLONTA' POLITICA DI UNIRE LE FORZE"
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28 settembre 2015 | Terra! | reportage
Il fronte del parto
In onda su Rete 4 la puntata "Avanti c'è posto" del settimanale tv di Toni Capuozzo sull'immigrazione e le sue cause. Uno dei servizi è il mio reportage di dieci minuti sul fronte nel nord dell'Iraq fra battaglie contro le bandiere nere, tendopoli dove i profughi vogliono partire per l'Europa, paracadutisti della Folgore che addestrano i curdi ed i monuments men italiani, che proteggono il patrimonio archeologico dell'umanità.
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