LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE
Mosul
sotto il fuoco
del Califfo
MOSUL - Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg.
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03 ottobre 2016 | Terra! | reportage
Verità sequestrata
Il governo ha sempre negato che i 4 lavoratori italiani rapiti in Libia, nel luglio 2015, fossero stati presi in ostaggio dai terroristi delle bandiere nere. Oltre un anno dopo da Tripoli emerge la verità dagli interrogatori dei pochi sequestratori sopravvissuti, che sono in carcere Il rapimento è stato organizzato e gestito dalla cellula tunisina dello Stato islamico, che era annidata a Sabrata, 60 chilometri ad ovest della capitale libica E fra i capi bastone dei sequestratori c’era Noureddine Chouchanne, un terrorista tunisino che ha vissuto a lungo in Italia Gino Pollicardo, Filippo Calcagno, Fausto Piano e Salvatore Failla della società Bonatti, che lavora nel settore energetico, sono stati inghiottiti dal buco nero della Libia per otto mesi. Due hanno fatto ritorno a casa, ma Failla e Piano sono stati uccisi nel deserto. Nell’aprile del 2015 la vedova di Failla in un’intervista a Terra  esprimeva tutto il suo dolore  per l’esito della vicenda e non risparmiava  critiche al governo (Vedova Failla) Una vicenda costellata  da bugie istituzionali  sulla quale è calata una cappa di silenzio rotta negli ultimi giorni  dalle dure parole di Rosalba Castro, la vedova di Failla, in una lettera di protesta pubblicata dal settimanale Panorama “Il dolore rimane immenso, ma a ferirci ancora di più è il fatto che lo Stato sta trattando Salvo come un morto di serie B, o meglio di serie Z” scrive Rosalba. E aggiunge :  “Gli ostaggi italiani uccisi in Libia sono stati completamente dimenticati”. Nella lettera, che stringe il cuore, la vedova spiega che il 4 settembre avrebbero festeggiato assieme 25 anni di matrimonio con un viaggio mai fatto prima, perché bisognava tirare la cinghia e lavorare in Libia. E denuncia l’ennesimo affronto di una pensione che non arriva perché non viene riconosciuta la morte del marito per terrorismo Ed invece sono stati proprio i terroristi a tenere in ostaggio i quattro italiani per fare cassa, non per usarli come carne da macello davanti ad una telecamera La Forza di deterrenza, la polizia speciale di Tripoli, ha ricostruito tutto il rapimento. Grazie agli interrogatori di due sorelle, spose dei capoccia dell’Isis a Sabrata e altri tunisini coinvolti nel sequestro. Rahma Chikhaoui, che ha compiuto da poco 17 anni e sua sorella Ghofran, sono scappate assieme dalla Tunisia per inseguire l’avventura della guerra santa e dell’amore in Libia. Rahma ha sposato Noureddine Chouchane, capetto tunisino dello Stato islamico, a Sabrata. Il giovane comandante aveva vissuto per anni in Italia facendo il muratore a Novara. Il suo passaporto ritrovato a Sabrata era stato rilasciato dall’ambasciata tunisina a Roma. A Sabrata c’era pure Moez Fezzani, nome di battaglia Abu Nassim, un emiro tunisino dello Stato islamico, veterano dell’Afghanistan. Anche lui era vissuto in Italia dove è stato incarcerato per terrorismo, ma poi assolto in primo grado ed espulso. La condanna della corte d’appello a 6 anni è arrivata troppo tardi, quando era già sul fronte siriano. Il capo dei sequestratori era Kamal Al Deib della cellula tunisina dell’Isis comandata da Chouchane. Il nostro governo ha sempre negato un ruolo delle bandiere nere nel rapimento parlando di una comune banda di criminali. Ed imposto il silenzio stampa. Ghofran, la sorella maggiore delle tunisine jihadiste, amava farsi fotografare con il velo che le copre tutto il corpo, mentre imbraccia un kalashnikov. La giovane ha sposato Abdelmonêm Amami, altro terrorista tunisino, uno dei carcerieri degli ostaggi italiani. La vicenda dei rapiti precipita il 19 febbraio, quando gli americani bombardano la base delle bandiere nere a Sabrata. L’obiettivo è Chouchane, ma non è certo che sia morto nel raid. Del piano d’attacco viene informato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che non si oppone all’azione. Anche se il raid mette in pericolo gli ostaggi. Dopo l’intervento americano le milizie di Sabrata attaccano i tunisini delle bandiere nere sconfiggendoli in giorni di dura battaglia. Ed i rapiti italiani ne pagano le conseguenze. Failla e Piano vengono separati dagli altri due ostaggi e portati via in una fuga nel deserto. Il 2 marzo sono intercettati dai miliziani di Sabrata, che ingaggiano uno scontro a fuoco. Gli ostaggi italiani vengono uccisi. Ufficialmente perché scambiati per jihadisti, ma la perizia di parte richiesta dalla vedova dimostra che Failla è stato colpito una volta sceso dal fuoristrada e con le mani legate dietro alla schiena. Qualcosa di molto simile ad un’esecuzione. Nello scontro a fuoco sopravvive Ghofran, la moglie di uno dei carcerieri degli italiani. La donna è in carcere a Tripoli. Due giorni dopo la morte di Failla e Piano, il 4 marzo, gli ostaggi più fortunati, Calcagno e Pollicardo, vengono lasciati soli per potersi liberare. Nelle vicinanze hanno arrestato Rahma, la sposa del capo bastone dell’Isis a Sabrata che ha vissuto a lungo da noi. Gran parte dei carcerieri degli italiani sono stati uccisi, ma dagli interrogatori dei sopravissuti dietro le sbarre a Tripoli è saltata fuori una richiesta di riscatto di 5 milioni di euro. Nessuno conferma che il riscatto sia stato pagato, almeno in parte, ma uno dei rapitori con la mimetica e sempre incappucciato elencava agli ostaggi gli esiti dei sequestri dei nostri connazionali dalla Siria alla Libia. E diceva di stare tranquilli: “Gli italiani pagano per tutti. Lo faranno anche per voi”. Fausto Biloslavo
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12 settembre 2016 | Terra! | reportage
Nella cattiva Sirte
La feroce battaglia per liberare Sirte va avanti da 4 mesi. L’ex roccaforte dello Stato islamico in Libia, città natale del colonnello Gheddafi, è completamente distrutta dai combattimenti Dal corridoio umanitario con le bandiere bianche aperto per evacuare le famiglie dei seguaci del Califfo non è passato nessuno I combattenti di Misurata che stanno conquistando Sirte ci scortano verso il mare per farci vedere le minacce all’Italia All’interno troviamo giubbotti abbandonati dei miliziani dello stato islamico e anche indicazioni della presenza di combattenti stranieri come questa ricevuta del ministero degli Esteri sudanese, una moneta di 100 dinari tunisini dei volontari jihadisti giunti a Sirte ed istruzioni sulle granate da mortaio in inglese e francese Sulle pareti sono rimaste le scritte che inneggiano al Califfato I segni della battaglia sono ovunque Sirte era un trampolino di lancio verso l’Italia, come si legge in questo cartello “Combattiamo in Libia, ma il nostro sguardo è su Roma” Queste immagini scenografiche delle bandiere nere in Libia sono state trovate a Sirte durante i combattimenti Uno dei video contiene minacce contro l’Italia e l’Europa di un terrorista ragazzino, Omar al Maghrebi, il marocchino Nel video compare un veterano della guerra santa che addestra le reclute Il giovane jihadista minaccia gli “infedeli” promettendo che “verremo da voi per farvi saltare in aria. I vostri corpi esploderanno in mille pezzi”. La propaganda del Califfo mostra anche una lezione di pronto soccorso per i volontari del terrore africani Omar il marocchino invita i “fratelli ad indossare le cinture esplosive per Allah e attaccare aeroporti e confini”. E sostiene: “Siamo giunti in Libia, terra del Califfato e siamo pronti a morire” Durante l’avanzata a Sirte, le truppe governative avrebbero scoperto informazioni inquietanti per il nostro paese Susyan Abdulla, ufficiale dei “Martiri di Sirte” parla di una lista di jihadisti tunisini dello Stato islamico In sette sarebbero andati verso l’Italia spacciandosi per migranti Nei comandi di Sirte appena abbandonati dalle bandiere nere scopriamo nuove scritte, come questa: “Lo Stato islamico è qui e si espanderà. Con l’aiuto di Allah, nonostante gli infedeli, conquisteremo Roma” Nelle ultime settimane si è combattuto casa per casa per liberare i quartieri ancora in mano a qualche centinaio di jihadisti I morti fra le forze libiche sono quasi 500 ed oltre 2500 i feriti. I combattenti vanno in prima linea con gli orsacchiotti porta fortuna dei figli e nelle pause della battaglia mangiano maccheroni L’arma più efficace dei miliziani dello Stato islamico sono gli attacchi suicidi La densa colonna di fumo nero è il benvenuto nell’ex roccaforte del Califfo Nonostante l’assedio due attentatori suicidi sono riusciti a farsi esplodere in mezzo alle truppe libiche provocando 13 morti e 59 feriti Questo combattente indica che le autobombe erano due e ci fa vedere il sangue sul selciato I seguaci del Califfo non si arrendono e sono decisi a vendere cara la pelle E al fronte è ancora peggio: l’auto bomba è stata fermata a soli venti metri dalla nostra postazione come si vede in queste immagini Sirte è ridotta ad un cumulo di macerie fumanti e disabitate Ad ogni avanzata si scoprono le nefandezze dello Stato islamico come le segrete sotterranee I prigionieri dormivano su dei pagliericci vivendo in condizioni penose. I combattenti anti bandiere nere che ci scortano fanno notare i disegni e le frasi dei detenuti sulle pareti delle celle e hanno una piccola finestra per l’aria a livello del terreno “Sono un cittadino libico - scriveva uno di prigionieri - sono musulmano e non so perché mi hanno arrestato” Attraversiamo i quartieri di Sirte con i cartelli delle bandiere nere ancora intatti e dalla terra di nessuno un cecchino ci spara due volte: il primo colpo ed il secondo Il giorno dopo siamo stati colpiti Nel quartiere 1 i miliziani del Califfo erano ancora annidati in queste case Si passa attraverso le brecce aperte nei muri per non venir colpiti Nelle abitazioni devastate sono stati abbandonati i cadaveri dei seguaci dello Stato islamico Questo è il deposito di viveri delle bandiere nere con pasta italiana, ceci britannici, conserve di pomodoro tunisine e acqua minerale francese Un combattente ci mostra sul telefonino la città dall’alto e le zone residenziali ancora da liberare L’ultima spallata per conquistare Sirte è furiosa Le forze libiche sono una variegata armata Brancalone Carri armati e blindati avanzano e la fanteria dietro. Per spostarsi da un palazzo all’altro anche i giornalisti si arrampicano assieme ai combattenti. Gli aspri scontri durano intere giornate Ad ogni esplosione i libici esultano gridando “Allah è grande” Ma i kamikaze contrattaccano, come si è visto nel bagliore alle spalle dei combattenti. I resti e gli schizzi di sangue del terrorista suicida sono arrivati sopra le nostre teste Un proiettile jihadista colpisce inutilmente il carro I feriti più lievi vengono curati in prima linea, ma questo combattente sta morendo dissanguato L’obiettivo è liberare del tutto Sirte per la festa islamica del sacrificio del 12 settembre. Sarebbe la prima capitale del Califfo a cadere.
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12 marzo 2016 | Tgcom24 | collegamento
Bugie e reticenze sugli ostaggi ammazzati
Molti politici nostrani hanno fatto ancora una volta una figura meschina. Gli stessi che giocano al tiro al bersaglio con il regime egiziano sul caso Regeni difendono a spada tratta il governo italiano, che qualche peso sulla coscienza dovrebbe averlo per come è andata a finire la storia degli ostaggi. Nel caso di Failla e Piano non risulta che abbiano sollevato il problema dell’avallo del governo Renzi al raid americano a Sabrata, che ha rotto l’equilibrio locale facendo rischiare la pelle a tutti gli ostaggi, anche i due tornati a casa. E soprattutto provocando una reazione a catena sfociata nella morte di Failla e Piano. Non c’è da stupirsi se gli stessi giornaloni, che puntano, non a torto, il dito contro il presidente egiziano Al Sisi, non fanno lo stesso con Renzi chiedendo lumi sul fatto che lui ed il capo dello Stato erano informati del raid Usa, che ha dato inizio al disastro degli ostaggi di Sabrata. E non abbiano alzato un dito almeno per rinviare l’attacco. Ancora più disarmante la reticenza della politica e del governo sul ruolo jihadista dei tunisini delle bandiere nere vissuti pure da noi, nel rapimento degli ostaggi italiani.
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11 marzo 2016 | Tg4 | collegamento
Colpe e bugie per gli ostaggi italiani uccisi
La ricostruzione del governo sulla drammatica vicenda dei 4 ostaggi italiani fa acqua da tutte le parti. E non mancano gravi responsabilità taciute da gran parte dei media. La matrice jihadista legata alle bandiere nere nel rapimento per autofinanziarsi è sempre più evidente, nonostante le smentite ufficiali. La trattativa c’era eccome a tal punto che è stato pagato almeno una parte del riscatto, come rivela l’unica sopravvissuta tunisina all’agguato che è costato la vita a due ostaggi Salvatore Failla e Fausto Piano. L’aspetto più grave e silenziato è l’avallo dell’Italia al raid del 19 febbraio contro un campo di addestramento del Califfato a Sabrata. L’obiettivo era Noureddine Chouchane un jihadista tunisino dello Stato islamico, che ha vissuto a lungo in Italia ed è stato espulso dal Viminale per motivi di sicurezza nazionale. Il premier Renzi ha dichiarato testualmente che si trattava “di un'azione di cui era informato il presidente della Repubblica, noi, francesi ed inglesi”. Sapevamo che gli ostaggi italiani erano a Sabrata, ma non abbiamo fatto nulla. Le bombe americane hanno rotto l’equilibrio di forze scatenando una guerra fra bandiere nere e milizie islamiste locali. Di mezzo ci sono andati due ostaggi italiani uccisi perché scambiati per jihadisti o peggio eliminati per rapinare il riscatto, servito a liberare gli altri due sequestrati, senza lasciare testimoni.
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09 marzo 2016 | Sky TG 24 | collegamento
La vera storia dei due ostaggi italiani uccisi
La sequenza fotografica, in possesso de il Giornale, dell’imboscata nel deserto del mini convoglio con gli ostaggi italiani, racconta una storia diversa. I corpi dei connazionali non mostrano alcun colpo alla nuca. Altrimenti i volti non sarebbero rimasti integri. Il cadavere di Failla è disteso a fianco di un fuoristrada blu con le portiere aperte. Finestrini, carrozzeria e parabrezza appaiono intatti. Se gli assalitori della katiba "Febbraio al Ajilat-2” avessero sparato subito dovrebbero esserci i segni evidenti di fori di proiettile o schegge di vetro. L’impressione è che gli ostaggi ed i loro carcerieri a bordo del mezzo intatto fossero scesi per arrendersi, ma sono stati falciati lo stesso. I miliziani nelle prime ore sostenevano sulla loro pagina Facebook di aver ucciso “due jihadisti italiani” non immaginando a causa dei barboni lunghi, che fossero gli ostaggi. Il fuoristrada blu è stato dato alle fiamme dopo l’attacco, forse per cancellare le prove.
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