LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua

image

Ilaria Alpi
20 marzo 1994 - Di notte a Mogadiscio non resta altro da fare che trincerarsi in albergo. All’hotel al Sahafi, “sede” della stampa internazionale. Fra un sorso di whisky, un’occhiata nel mirino di una telecamera a visione notturna e il pericolo di inciampare sui cavi della parabole per le comunicazioni satellitari potvi andare a sbattere contro i volti noti della Cnn o incontrare Ilaria Alpi, inviata del Tg3. Il “grosso” della stampa italiana risiedeva di fronte all’ambasciata, in una zona della città più sicura, mentre al Sahafi eravamo in quattro gatti mescolati a decine di colleghi francesi, britannici, americani, tedeschi e arabi. Parlavamo inglese, non mangiavamo spaghetti e cercavamo di girare il più possibile per l’insidiosa Mogadiscio a caccia di notizie. Il nostro portavoce era Mike Alfa, nome in codice usato via radio da Massimo Alberizzi del Corriere della sera, che mi presentò Ilaria, una ragazza deal mia età. Occhi limpidi, chioma fluente, non era una bellezza stereotipata da anchorwoman, ma aveva un cuore da cronista.
Sul tetto del Sahafi abbiamo discusso dell’interpretazione dei fatti in Somalia e su qualche suo servizio sul Tg3 che non piaceva. Io la chiamavo giornalista di Tele Kabul e lei agente della Cia ridendoci sopra, ma quando il primo colpo di mortaio illuminava la notte a qualche centinaio di metri da noi scattavamo assieme verso il parapetto per capire cos’era successo. Ci consigliavamo l’un l’altra di tenere giù la testa e una volta abbiamo anche condiviso il mio giubbotto anti proiettile.
In quelle notti sul tetto, tra il frastuono degli elicotteri e la musica a tutto volume dei giornalisti inglesi, parlando di lavoro o di sogni, i quattro italiani consolidarono un’amicizia. E scoprirono l’uno nell’altro la voglia di riportare, testimoniare, cercare, capire, non solo per i soldi, non solo per dovere. Una voglia che aveva fatto rischiare la pelle a Ilaria quando alcuni colleghi furono massacrati dalla folla inferocita, una voglia che ci ha portato a intervistare un sudanese ufficialmente addetto agli aiuti umanitari, ma probabile collegamento internazionale de fondamentalisti, una voglia trasformatasi in paura quando una sera abbiamo percorso il tragitto di ritorno all’albergo a tutta velocità, senza parlare, aspettandoci da un momento all’altro di venir bersagliati dai cecchini o fermati e derubati dalla bande.
Quella sera eravamo partiti a razzo proprio dall’hotel Hamana, dove Ilaria è stata uccisa assieme a Miran Hrovatin, un latro figlio di Trieste che ha perso la vita sul fronte dell’informazione. In Somalia il tetto dell’hotel Al Sahafi resterà deserto e in Italia, fra tante penne sporche e poche realmente pulite di Ilaria rimarrà solo una penna insanguinata, ma una penna vera.

www.ilariaalpi.it



02 maggio 2008
Controcorrente
L'ultima notizia
play