LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
[continua]


REPORTAGE
Polveriera libica
la bomba
dei migranti
GHARYAN - “Libertà, libertà” gridano in inglese i dannati rinchiusi nel centro di detenzione di Gharyan, 70 chilometri a sud di Tripoli, costruito dagli italiani al tempo del colonnello Gheddafi. Semi nudi, in un lezzo di carne umana sotto chiave, i migranti economici provenienti dall’Africa occidentale intercettati dai libici infilano le braccia fra le sbarre dell’ingresso dei capannoni-celle gesticolando come ossessi per attrarre l’attenzione. “Vogliamo tornare a casa. Viviamo come bestie in condizioni terribili con cibo scarso e cattivo, pochi vestiti, dormendo per terra” dicono tutti dal minorenne della Costa d’Avorio ai cristiani giunti dalla Nigeria, ai musulmani del Sudan.
continua

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Maria Grazia Cutuli
Surobi (Afghanistan) 19 novembre 2001 - Fino all'ultimo mi sono aggrappato alla speranza di trovarla solo ferita o prigioniera. Purtroppo una speranza vana, finita nella polvere, dove una striscia di sangue che porta dietro ad una roccia è il primo macabro segnale della barbara esecuzione. Seguo la traccia scura con il cuore in gola e scopro che in una rientranza della parete, a picco sui tornanti, ci sono tre laghi di sangue. I corpi di Maria Grazia Cutuli, dello spagnolo Julio Fuentes, del quotidiano El Mundo, dell'australiano Harry Burton e dell'afghano Azizullah Haidari dell'agenzia Reuter, uccisi ventiquattro ore prima, sono stati appena portati via dai mujaheddin in direzione di Jalalabad, chiusi in quattro bare di legno chiaro.
Le prime gocce di sangue distano dalla strada 5-7 metri, segno che i poveretti sono stati tirati giù dalle macchine ed uno si è beccato immediatamente una fucilata, oppure gli hanno sfasciato la faccia con il calcio del mitra. Subito dopo hanno allineato il ferito con altri due, dietro la roccia, falciandoli a raffiche di kalaschnikov. Tutt'attorno sono sparsi dei bossoli di AK47, il fucile mitragliatore russo adottato nelle guerre del terzo mondo. Probabilmente gli "infedeli", compresa la povera Maria Grazia, doppiamente colpevole in quanto donna, sono stati giustiziati per primi. Forse al fotografo afghano, di fede musulmana, è stato dato il tempo di pregare prima di morire. Poi l'hanno finito a picco sul fiume, dove si allarga nella polvere un'altra macchia rosso scuro. Con Maria Grazia mi ero sentito via telefono satellitare dalla valle del Panjsher, durante i bombardamenti alleati. Lei era in Pakistan e scalpitava per entrare in Afghanistan. Allora abbiamo fatto una scommessa: vediamo chi arriva prima a Kabul. Purtroppo non è mai riuscita a vedere la capitale afghana liberata, per colpa di una banda di assassini che ha fermato per sempre la sua corsa verso il servizio esclusivo, la storia dalla prima linea, il pezzo che ti inchioda al giornale. Trentanove anni, trapiantata a Milano, aveva mantenuto un simpatico accento della sua terra, la Sicilia, che nel profondo del cuore amava. L'ho conosciuta alla redazione di un grande settimanale, Epoca. Quando era costretta al lavoro di redazione soffriva e, a lungo andare, metteva il broncio. Per tornare a vederla sorridere il direttore doveva spedirla da qualche parte a raccontare una storia. Aveva iniziato il mestiere nel 1986 al quotidiano la Sicilia, per poi passare ad un settimanale regionale. Per il grande balzo a Milano aveva lasciato la famiglia a Catania. Al giornale della Mondadori, Cento cose, si è fatta le ossa, ma il trampolino è stato il lavoro ad Epoca, l'inizio del suo sogno. Voleva diventare inviata di guerra ed immergersi nei conflitti, attratta dall'umanità malata. All'inizio ci guardavamo in cagnesco sospettosi l'uno dell'altro. Pensavo che fosse la solita giornalista lunatica con i paraocchi ideologici e lei mi considerava alla stregua di una mina vagante nei delicati equilibri di redazione. Mi sbagliavo e la prima volta che abbiamo cominciato a parlare seriamente ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d'onda. L'intesa è scoppiata in un ascensore della Mondadori e da quel giorno io ero "la mina vagante" e lei la "strafalaria" un termine siculo per indicare le ragazze un po' bizzarre, che mi aveva insegnato. Ovviamente ero fra i pochi a poterlo usare in senso affettuoso senza beccarmi un calcio negli stinchi. Maria Grazia non era sempre una cascata di simpatia, ma nei momenti buoni diventava amabile. Più che il mestiere, nel sangue aveva un'incomprimibile voglia di osare, scavare, vivere gli avvenimenti sulla propria pelle per poi raccontarli. Attraente, con un sorriso accattivante, quando cominciava ad agitare la chioma voleva qualcosa e l'avrebbe ottenuta a qualsiasi costo, nella vita, come nella professione. In Sierra Leone, dove era andata senza paura a raccontare uno dei peggiori inferni africani, si era fatta scattare una fotografia indimenticabile. In maglietta a maniche corte, con il volto stravolto, seduta a cavalcioni su una sedia nel giardino di un'ambasciata è l'immagine dell'inviata di guerra, con quel tocco di fascino che non guasta. Una volta, in Bosnia, viaggiando assieme alla ricerca delle fosse comuni dello spaventoso conflitto fra serbi e musulmani Maria Grazia stava male, con tanto di crampi allo stomaco. Per arrivare ad una delle fosse più grandi bisognava marciare nel fango e la consigliai di aspettare in macchina, promettendo che poi le avrei raccontato tutto. Non l'avessi mai fatto: mi fulminò con un'occhiata offesa, si alzò a fatica e venne ad assistere al macabro spettacolo della riesumazione dei corpi dilaniati. Quando la rivista Epoca iniziò a boccheggiare, piuttosto che piegarsi a lavorare in giornali di moda, che le avrebbero garantito una vita facile, ma poche soddisfazioni professionali, mollò tutto per l'Africa. Andò in Ruanda con le Nazioni Unite, dove si era da poco concluso un terribile genocidio. I talebani li conosceva bene, perchè coperta dal velo li aveva incontrati, durante un reportage in Afghanistan, che si era pagata da sola sfruttando le ferie, prima ancora che conquistassero Kabul. Nel periodo in cui l'ho frequentata viveva in un locale da single, ma la sua vera casa era la redazione. Da quando era entrata al Corriere faceva i massacranti turni serali, ma per gli Esteri, la sua passione, era pronta a sacrificare anche la vita privata. Non nascondeva la bellezza, anzi le piaceva civettare, ma si lamentava spesso della sua sfortuna negli affetti e Julio Fuentes, uno dei colleghi morti assieme a lei, è stato una delle croci e delizie della sua vita.
Ci eravamo persi di vista rincorrendoci, però, con gli articoli sulle stesse guerre, a caccia delle stesse notizie. Dovevamo vederci in Afghanistan, quando i fondamentalisti fecero a pezzi le statue dei Buddah, ma venni dirottato in Macedonia. L'ultimo appuntamento, simile ad una sfida, era nella Kabul liberata, ma su una strada maledetta il suo sogno di inviata di guerra si è infranto per sempre.

Maria Grazia Cutuli, storia di una passione interrotta.
di Domenico Ferrara



02 maggio 2008
Controcorrente
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