LIBRO E MOSTRA Gli occhi
della guerra
Gli occhi della guerra incrociati in tanti reportage in prima linea. Per questo gli occhi della guerra diventano il titolo di un libro fotografico. Un libro per raccontare, con immagini e sguardi fugaci, 25 anni di servizi dai fronti più caldi del mondo.
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REPORTAGE
Guerra senza fine nell'Afghanistan dimenticato
KABUL - Il buio pesto di una notte senza stelle è squarciato dai bagliori rossastri della mitragliatrice pesante sul tetto di un blindato, che sputa raffiche verso valle. I talebani hanno attaccato una base avanzata della polizia ad un passo da Maidan Shahr, capoluogo del Wardack. Non una provincia qualunque, ma la porta d’ingresso verso Kabul, da dove si infiltrano i terroristi suicidi che seminano morte e distruzione nella capitale. La colonna di blindati della polizia si è inerpicata sulla careggiata tortuosa che porta alla “pietra nera”, la posizione che domina l’area infestata dai talebani.
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Maria Grazia Cutuli



MARIA GRAZIA CUTULI, STORIA DI UNA PASSIONE INTERROTTA

Jalalabad-Kabul. Una strada impervia, tortuosa, immersa in un’orrida valle bruciata dal sole. Tutto intorno il niente. La chiamano la strada della morte. E in quella strada, il 19 novembre 2001, Maria Grazia Cutuli, giornalista del Corriere della Sera, viene uccisa a sangue freddo da un gruppo di talebani. Aveva 39 anni. Con lei muoiono altri tre giornalisti: lo spagnolo Julio Fuentes di El Mundo, l’australiano Harry Burton e l’afgano Azizullah Haidari della Reuters. Insieme, stavano raggiungendo la capitale afgana, da poco liberata dal regime talebano, in risposta agli attacchi alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Un viaggio maledetto, interrotto, insanguinato.
“Mi chiamo Ada Mollica e ho conosciuto Maria Grazia giovanissima. Dopo una breve parentesi al quotidiano La Sicilia, è venuta a lavorare a Telecolor, un’emittente televisiva di Catania, nostra città natale. Facevamo un giornalino di spettacoli, fianco a fianco, gomito a gomito, lavorando ore e ore con uno dei primi computer Macintosh. Mi ricordo che un giorno si profilò l’ipotesi di un’assunzione.
Lei era in competizione con Alfio Sciacca, un altro collaboratore. Facevano a gara a chi veniva prima in redazione. Alla fine Maria Grazia non fu assunta, ma tanto non sarebbe rimasta. La sua ambizione era quella di fare l’inviata e Catania non era il posto adatto per farlo”.
“L’avevo percepito subito anche io quando la conobbi a Catania nei primi anni ’90.
Mi presento: sono Daniela Hamaui e, all’epoca, ero vicedirettore del mensile milanese Cento Cose. A pelle mi resi conto che davanti a me c’era una ragazza determinata, brillante e ambiziosa. Purtroppo al momento non c’erano spazi per lei, ma un anno dopo, quando al mensile si liberò un posto, la chiamammo. Il primo giorno si presentò con degli stivaletti rock e una pelliccia panterata. Il mio sguardo le fece capire che il look non era dei più appropriati. Con fatica, l’indomani si adattò agli standard milanesi. Centocose le stava stretto, però. Lei voleva occuparsi di esteri. E quando si profilò l’occasione di andare a Epoca per una sostituzione estiva, non ci pensò due volte”.
“Proprio a Epoca, in uno degli ascensori della Mondadori, conobbi Maria Grazia. Il primo incontro non fu dei migliori. Rischiammo pure una baruffa. Ma dopo questo episodio iniziale, tra me e Maria Grazia iniziò un idillio professionale e personale.
Anche io inviato di guerra come lei. Mi chiamo Fausto Biloslavo e sono stato con Maria Grazia in Bosnia, uno dei suoi primi viaggi da inviata di Epoca. E’ lì che mi ha insegnato la dedizione per i particolari, il guardare le cose con gli occhi femminili. La chiamavo con le sue iniziali: M.G., come la mitragliatrice. Perché lei era una mitragliatrice del giornalismo”.
Una volta trasferita a Milano, Maria Grazia Cutuli realizza una serie di corrispondenze dai lati più nascosti e meno conosciuti del mondo. Cambogia, Liberia, Somalia, Zambia, Angola, Polinesia, Turchia, Cisgiordania, India. I suoi articoli vengono pubblicati su Epoca, MarieClaire, Elle, Sette, Anna, Io Donna. Poi, finalmente, nel 1997, il salto di qualità: il Corriere della Sera, redazione esteri. E con esso, ancora articoli e reportage. Costa d’Avorio, Somalia, Sudan, Turchia, Gerusalemme, Ruanda. E proprio la tragedia del Ruanda la segna a tal punto da farle chiedere un periodo di aspettativa al Corriere per fare l’osservatrice dei diritti umani. Una missione dell’Onu, attraverso la quale scoprire una nuova parte d’Africa. Dopo un anno, Maria Grazia torna al Corriere e continua a macinare chilometri in giro per il mondo. Fino ad arrivare in Pakistan.
“Esatto, il Pakistan. Sono Alberto Negri e mi ricordo perfettamente l’ultima volta che vidi Maria Grazia. Quella mattina io partivo per Kabul, lei mi guardò senza dire una parola, quasi come se mi invidiasse il fatto che io stessi andando lì mentre lei sarebbe rimasta ancora per qualche giorno a Peshawar. Kabul era in qualche modo la sua città e non voleva rinunciarci”.
“Anche io, a Peshawar, ho avuto la fortuna di conoscere Maria Grazia. Sono Alessandro Di Gaetano, e all’epoca ero un fotoreporter alla prime armi. Ci incontrammo al Pearl hotel, dove si riunivano tutti i giornalisti. Capii che era una ragazza diversa dalla media dei giornalisti altezzosi. Era umile e ci sapeva fare con la gente. Non avevo nessun mezzo con cui muovermi e lei mi offrì di seguirla nei giri che quotidianamente faceva in cerca di notizie. Non so perché lo fece. Forse per avere una compagnia italiana, forse per simpatia. So solo che vedendo Maria Grazia all’opera ho capito cosa vuol dire fare il giornalista. Lei ogni mattina usciva con un’idea di servizio in mente, e non tornava in albergo a scrivere prima di avertrovato ciò che voleva, anche a costo di litigare con l’autista, con i suoi interlocutori, me compreso”.
Già, scrivere. E’ quello che sta facendo un praticante giornalista. O che almeno sta cercando di fare. Mi fermo un attimo. Nel groviglio di appunti e vecchi articoli che affollano la scrivania scorgo un foglio vergato da Beniamino Natale, giornalista dell’Ansa, che ricorda alcune parole pronunciate da Maria Grazia alla fine di un pezzo faticoso, ma appagante. C’è scritto così: “120 righe, buttate giù in mezz’ora, senza averci pensato prima, è così che si scrivono i pezzi più belli, quelli troppo costruiti non funzionano mai”. Verità ingombrante per chi non osserva la realtà coi propri occhi. Verità che mi sveglia. Che svela il limite di ciò che sto scrivendo. Che svela la mia identità: un giovane che vuole raccontare una persona che non ha mai conosciuto, che ha visto solo in foto, una persona capace di scrivere di getto solo ciò che vedeva e viveva; e Maria Grazia Cutuli lo sapeva fare.
Jalalabad-Kabul. Una strada impervia, tortuosa, immersa in un’orrida valle bruciata dal sole. E in quella strada, il viaggio di Maria Grazia è stato maledetto, interrotto, insanguinato. A Kabul Maria Grazia ci sarebbe sicuramente arrivata.

di Domenico Ferrara